Quei cardinali contro la deriva del confratello Kasper - PARTE 2

21/10/2014 PAPALEPAPALE-COM


Come amici o fratello e sorella… ma qualche uomo di Chiesa non ci crede più

Lui credeva che l’eroismo può essere anche per il cristiano medio
Là dove non viene riconosciuta la nullità del vincolo matrimoniale e si danno condizioni oggettive che di fatto rendono la convivenza irreversibile, la Chiesa, attraverso i due Documenti più moderni quali la Familiaris Consortio di san Giovanni Paolo II e la Sacramentum Caritatis di Benedetto XVI, incoraggia questi fedeli a impegnarsi a vivere la loro relazione secondo le esigenze della legge di Dio, come amici, come fratello e sorella; così potranno riaccostarsi alla mensa eucaristica, con le attenzioni previste dalla provata prassi ecclesiale.


E prosegue il libro citato: “A nostro modo di vedere, è della massima importanza sottolineare che già oggi la prassi della Chiesa indica una condizione in cui le coppie conviventi di divorziati risposati civilmente possono accostarsi all’Eucaristia. I divorziati risposati civilmente possono infatti ricevere l’Eucaristia (e gli altri sacramenti) anche se vivono sotto lo stesso tetto, purché rinuncino a condividere lo stesso letto.


Vien da domandarsi perché il Cardinal Kasper non faccia menzione di questa soluzione. Essa è proposta in documenti e passi di documenti che egli stesso cita: pertanto è improbabile che non ne sia a conoscenza. Forse che questa soluzione per lui è fuori questione, al punto che non ritiene valga nemmeno la pena menzionarla? Ma è proprio fuori questione?  San Giovanni Paolo II e Benedetto XVI non ci presentano forse una visione altamente positiva, in cui la persona umana è considerata capace di autocontrollo e di dominio di sé, capace di integrare la propria sessualità nella sfera della responsabilità personale, e in quanto tale capace anche di astenersi dai rapporti sessuali, in particolare quando riceve la grazia dello Spirito Santo, la Legge Nuova, come nuovo principio di azione?”


Pell versus Kasper


Vignetta progressista sulla mancata “apertura” del clero.
Non stupisce, allora, che le persone negozino i rapporti sessuali esattamente come negoziano tutte le altre cose necessarie per vivere, cioè acquistino e vendano sesso come fosse una merce. La Chiesa ha sempre contrastato queste premesse, proclamando che il sesso è per l’amore coniugale: un amore che è umano, totale, esclusivo, duraturo e fecondo, come spiega la famosa Humanae Vitae di Paolo VI al n.9 in aperto contrasto con le aspettative proposte da Kasper.


Il libro in questione presentato dal cardinale Pell tratta, inoltre, anche delle affermazioni di Kasper sul divorzio nella Chiesa Ortodossa spiegando le citazioni erronee adottate da Kasper per avanzare nelle sue affermazioni. Essendo argomenti lunghi e complessi vi rimandiamo al testo integrale, qui ci interessa riportare la chiarezza degli errori di Kasper e che se il Sinodo appoggiasse, ci troveremo senza dubbio di fronte ad un grave scisma.


Il libro, e la stessa Presentazione del cardinale Pell, mirano però ad altri aspetti del problema e da qui quel “oltre la proposta del cardinale Kasper”.


I legami “co.co.co” e i veri temi del Sinodo


Il vero problema: la provvisorietà dei legami familiari.
Lo stesso Pontefice Francesco, fin dalle prime catechesi, ha battuto sul vero problema che coinvolge oggi l’uomo e la donna in un progetto familiare, sotto accusa è la provvisorietà del legame e dunque quella instabilità facilitata dal divorzio che la Chiesa non potrà mai accettare.


Infatti il Sinodo stesso, secondo il programma ufficiale reso noto il 3 ottobre c.m. non contempla affatto la Comunione ai divorziati-risposati, anzi, in progetto c’è proprio scritto:

- il disegno di Dio su matrimonio e famiglia (I parte, Cap. 1);

- la conoscenza della S. Scrittura e del Magistero su matrimonio e famiglia (I parte, cap, 2);

- il Vangelo della famiglia e la legge naturale (I parte, cap. 3);

- Significativa sarà la presenza delle reliquie dei beati coniugi Zélie e Louis Martin, e della loro figlia Santa Teresa del Bambino Gesù, e quelle dei beati coniugi Luigi e Maria Beltrame Quattrocchi.


Ed infine il ricorso al Catechismo della Chiesa Cattolica.


Separazione. Edward Munch 1896.
Nel libro in questione, citando Ratzinger leggiamo questo passo al quale si collega la Presentazione del cardinale Pell: «La Chiesa deve fare tutto quanto in suo potere per consentire alle persone di contrarre matrimoni validi; e parte di questo compito consiste nell’illustrare con chiarezza la verità sull’indissolubilità. I pastori e gli educatori della Chiesa non devono lasciarsi indurre nella tentazione di credere che questa verità sia onerosa, ritenendo che fintantoché le persone restano ignare, esse non si renderanno colpevoli dei propri peccati e potranno vivere una vita felice senza mettere a rischio la loro salvezza eterna».


La verità non può ferire  e fare del male, al contrario l’istituto giuridico del divorzio ha un effetto altamente diseducativo, distruttivo e lesivo, su chi sta per sposarsi. È una delle più chiare espressioni della “cultura del provvisorio” da cui ci ha messo in guardia Papa Francesco nel suo Discorso ai fidanzati il 14.2.2014. E’ perciò impensabile che il Pontefice stesso possa trovarsi in accordo con le inaccettabili affermazioni – o proposte – del cardinale Kasper.


Non sarebbe solo un problema di contraddizione in termini (se il Papa perseguisse le proposte di Kasper), ma una vera fuga dalla verità in nome di una misericordia ingannevole.


Di quale misericordia parla Kasper?


Kasper e Benedetto XVI. lL Papa ora Emerito, durante il suo pontificato, lo aveva mandato “in pensione”. E forse era meglio così…
E qui veniamo al vero problema di Kasper e di tutta la disputa sollevata, al cuore dell’errore. Kasper ha un concetto errato della “Misericordia”.


Scrivono  gli Autori di questo libro: «Credere nella carne di Cristo (cfr. 2 Gv 7) esige quindi che si creda nella grazia del sacramento del matrimonio come unione indissolubile; si tratta di un’espressione di grazia e non di un problema per il quale è necessario trovare delle eccezioni. Probabilmente, la secolarizzazione del matrimonio è stata il peggior attacco alla natura stessa di questa unione. E’ iniziato con la negazione di Lutero del suo significato sacramentale ed è continuato con l’ “invenzione” di un matrimonio civile senza nessun riferimento alla trascendenza, istituzione diversa e opposta al matrimonio naturale».


E ragionevolmente ci si domanda: perché il matrimonio può essere indissolubile come ha detto Gesù Cristo se l’amore è soggetto a tante variazioni? Che significato ha l’indissolubilità quando l’ “amore è morto”?


“L’ “amore romantico” è quello che può morire, e di fatto muore in tante occasioni, ma questo non ha niente a che vedere con la permanenza dell’amore coniugale che è il segno della sua verità. E’ necessario curare le persone dalla debolezza dell’amore romantico perché possano scoprire l’amore come una fonte nella quale rigenerare le relazioni…”


E dunque, come si esplica la vera Misericordia divina? L’autentico dono della misericordia divina è quella cura (Mt.19,11) – alla durezza di cuore – dei coniugi e che li rende capaci di vivere in Cristo il loro matrimonio.


Un’immagine naif che rende bene, tuttavia, l’essenza del Sacramento del Matrimonio.
Anche questo significa “rifarsi” una vita, ma partendo dalla verità della propria esistenza e situazione, perché chi “ne sposa un’altra, commette adulterio” (Mt 19,9). Si tratta della “vita nascosta con Cristo in Dio” (Col 3,3), quel “farsi eunuchi per il regno dei cieli”, una vita secondo il dono della grazia che partecipa alla fedeltà di Cristo di fronte all’infedeltà degli uomini. Ed è questa che rende possibile vivere la autentica fedeltà in situazioni difficili, anche all’interno del matrimonio, come nel caso di una continenza prolungata a causa di una malattia.


In sostanza, la proibizione di una nuova unione, e quella possibilità di vivere la fedeltà perchè guidati dalla grazia elargita dal Sacramento, è la vera ed unica testimonianza di una fedeltà nuova che solo Cristo rende possibile. Questa è la vera misericordia e non la soluzione di una toppa su un vestito lacerato, quale sarebbe la proposta di Kasper.


La carità e la stessa misericordia non sta nel mettere le toppe ad una veste lacerata, ma riportare le trame sdrucite da una cultura sbagliata, al loro originale splendore. Questo ha fatto il Cristo nella disputa con i farisei in Matteo 19  quando dice loro: “all’inizio non era così”, riportando il Matrimonio alla sua origine senza metterci delle toppe; per questo i discepoli comprendendo la portata della risposta del Maestro ribattono: “se le cose stanno così, meglio non sposarsi” avviandosi in tal modo alla comprensione del valore della continenza senza dimenticare noi oggi, appunto, che la castità è un dogma della dottrina proclamata ed insegnata da Gesù Cristo.


Perché il Sacro Cuore di Gesù dice che…


“Gesù e l’adultera”, min. (sec. XV). Parigi, Biblioteca Nazionale. Ma Gesù non ha detto all’adultera “va e non peccare più?”.
Qui sarebbe fondamentale andarsi a rileggere la vera dottrina sulla devozione al Sacro Cuore di Gesù perché, in definitiva e come è spiegato nel libro, è il cuore misericordioso di Cristo a sconfiggere la durezza del cuore dell’uomo che causa il peccato, la divisione, l’adulterio che etimologicamente significa “falsificazione”.


Le Sue azioni misericordiose, che mostrano innanzitutto l’affetto più profondo del suo cuore, sono liberatrici rispetto al peccatore. E’ qui che si compie la profezia di Osea di una nuova unione con Dio: “voglio la misericordia e non il sacrificio” (Os 6,6), che Cristo assume per manifestare la sua missione.


La misericordia è la chiave per vivere la verità definitiva dell’essere uomo, che unifica il suo valore come creatura, prende in considerazione la sua condizione di peccatore e la sconfigge con la forza della grazia redentrice: “va e non peccare più”, come dice all’adultera. La vera misericordia entra così attraverso il perdono che, nel caso che stiamo trattando, diventa il vincolo della fedeltà tra i coniugi i quali, concedendosi l’uno all’altra, applicano la legge del perdono, un donarsi reciproco atto a superare le difficoltà e a viverle cercando di sanarle attraverso la grazia, il Cristo stesso.


Se le difficoltà sono insanabili ci sono solo due vie d’uscita che scaturiscono dalla vera misericordia divina: o il ricorso alla Sacra Rota, o la continenza.


Dipinto di Chagall. “L’indissolubilità del matrimonio è una delle ricche verità della divina rivelazione” (Card. Pell)
Furbescamente Kasper, da una parte, parla di una dottrina immutabile, ma dall’altra insinua il suo cambiamento quando dice che «esiste uno sviluppo della dottrina che va sempre tenuto in considerazione, e cioè l’evidenza che essa non è una laguna stagnante quanto un fiume che scorre, una tradizione che vive insomma, occorre anche distinguere bene fra ciò che è dottrina e ciò che invece è disciplina…».


Ma “sviluppo di una dottrina” è un andare avanti partendo sempre da quello che la dottrina dice e mai modificandone il contenuto. È vero che la disciplina della Chiesa è suscettibile alle esigenze del tempo che vive, ma non certo ai cambiamenti di rotta a seconda delle mode del tempo così come ci rammenta San Paolo: «Verrà giorno, infatti, in cui non si sopporterà più la sana dottrina, ma, per il prurito di udire qualcosa, gli uomini si circonderanno di maestri secondo le proprie voglie» (2Tim.4,3); dunque che la disciplina sia suscettibile a variazioni sempre in progressione alla legge di Dio è compito della Chiesa, mutare invece una disciplina per scavalcare la dottrina o mutarla, allora no, non ci siamo proprio.


Lo ribadisce lo stesso cardinale Pell laddove sottolinea: “La misericordia è diversa da gran parte delle forme di tolleranza, che è uno degli aspetti più encomiabili delle nostre società pluralistiche. Alcune forme di tolleranza definiscono il peccato come qualcosa che sta al di fuori dell’esistenza, ma le libertà degli adulti e le inevitabili differenze non devono necessariamente fondarsi su un assoluto relativismo. L’indissolubilità del matrimonio è una delle ricche verità della divina rivelazione. (..) Per i credenti, riconoscere la loro incapacità di partecipare appieno all’Eucaristia è indubbiamente un sacrificio, una forma imperfetta ma reale di amore sacrificale. Il cristianesimo, e in particolare il cattolicesimo, costituisce una realtà storica in cui si preserva la tradizione apostolica di fede e di morale, di preghiera e di culto, le dottrine di Cristo sono la nostra pietra angolare…”


Lasciamo stare il Codice di Diritto Canonico, per favore!


Self-service
Veniamo alla conclusione di queste brevi riflessioni citando il Diritto Canonico, quello “nuovo” del 1983, firmato da san Giovanni Paolo II perchè il cardinale Kasper è giunto a stravolgere anche questo.


Che cosa è cambiato con il nuovo Codice del Diritto Canonico? Secondo Kasper ci sarebbe stata un’evoluzione-sviluppo sulla dottrina dei divorziati risposati. È davvero così? No!


Il (nuovo) Codice di Diritto Canonico stabilisce che: «Non siano ammessi alla sacra Comunione gli scomunicati e gli interdetti, dopo l’irrogazione o la dichiarazione della pena e gli altri che ostinatamente perseverano in peccato grave manifesto» (can. 915)

Il 7 luglio del 2000 Giovanni Paolo II faceva pubblicare sull’Osservatore Romano la spiegazione di come questo articolo riguardasse anche i divorziati risposati.


Ecco alcuni passi del testo magisteriale: «Negli ultimi anni alcuni autori hanno sostenuto, sulla base di diverse argomentazioni, che questo canone non sarebbe applicabile ai fedeli divorziati risposati. Viene riconosciuto che l’Esortazione Apostolica Familiaris consortio del 1981 aveva ribadito, al n. 84, tale divieto in termini inequivocabili, e che esso è stato più volte riaffermato in maniera espressa, specialmente nel 1992 dal Catechismo della Chiesa Cattolica, n. 1650, e nel 1994 dalla Lettera Annus internationalis Familiae della Congregazione per la Dottrina della Fede. Ciò nonostante, i predetti autori offrono varie interpretazioni del citato canone che concordano nell’escludere da esso in pratica la situazione dei divorziati risposati. (…)


Qualunque interpretazione del can. 915 che si opponga al suo contenuto sostanziale, dichiarato ininterrottamente dal Magistero e dalla disciplina della Chiesa nei secoli, è chiaramente fuorviante. Non si può confondere il rispetto delle parole della legge (cfr. can. 17) con l’uso improprio delle stesse parole come strumenti per relativizzare o svuotare la sostanza dei precetti.



Eucaristia: si può dare a chi si trova in peccato grave e senza il proposito di pentimento?
La formula «e gli altri che ostinatamente perseverano in peccato grave manifesto» è chiara e va compresa in un modo che non deformi il suo senso, rendendo la norma inapplicabile. Le tre condizioni richieste sono:

- il peccato grave, inteso oggettivamente, perché dell’imputabilità soggettiva il ministro della Comunione non potrebbe giudicare;

- l’ostinata perseveranza, che significa l’esistenza di una situazione oggettiva di peccato che dura nel tempo e a cui la volontà del fedele non mette fine, non essendo necessari altri requisiti (atteggiamento di sfida, ammonizione previa, ecc.) perché si verifichi la situazione nella sua fondamentale gravità ecclesiale;

- il carattere manifesto della situazione di peccato grave abituale.


Non si trovano invece in situazione di peccato grave abituale i fedeli divorziati risposati che, non potendo per seri motivi – quali, ad esempio, l’educazione dei figli – «soddisfare l’obbligo della separazione, assumono l’impegno di vivere in piena continenza, cioè di astenersi dagli atti propri dei coniugi» (Familiaris consortio, n. 84), e che sulla base di tale proposito hanno ricevuto il sacramento della Penitenza. Poiché il fatto che tali fedeli non vivono more uxorio è di per sé occulto, mentre la loro condizione di divorziati risposati è di per sé manifesta, essi potranno accedere alla Comunione eucaristica solo remoto scandalo. » (5)


O è dottrina da tenersi definitivamente o è “tana liberi tutti”…


Ecco come da molti viene percepito il Sinodo.
Come fa allora il cardinale Kasper a parlare di “sviluppo” della dottrina, nella sua erronea interpretazione, affermando un cambiamento di rotta al nuovo Codice di Diritto Canonico sui divorziati risposati? L’unico cambiamento che c’è stato è di aver inserito i “divorziati risposati” in un contesto più ampio. Il Documento qui sopra appena riportato, del 2000, sottolineava già all’epoca la strumentalizzazione delle parole del canone a vantaggio di un’imposizione volta a modificare la dottrina sul chi debba ricevere la Comunione.


Il Sinodo quindi non potrà evitare di prendere e difendere la posizione dottrinale di fronte a questo squarcio generato dalla squadra progressista di Kasper, perché se non lo farà rischierà davvero di ufficializzare un grave scisma,  e noi non possiamo che rispondere – con Pell, Caffarra ed altri cardinali e vescovi, compreso lo stesso Prefetto della CdF Muller – con queste parole: la formula è tecnica, come rispondeva a suo tempo san Giovanni Paolo II, “dottrina da tenersi definitivamente” vuol dire che su questo non è più ammessa la discussione fra i teologi e il dubbio tra i fedeli.


E, se preferite, includere anche le parole di Papa Francesco per l’Omelia alla Messa di apertura di questo difficile Sinodo in questo 5 ottobre:


“Noi possiamo “frustrare” il sogno di Dio se non ci lasciamo guidare dallo Spirito Santo” (Papa FrancescO)
“Anche noi, nel Sinodo dei Vescovi, siamo chiamati a lavorare per la vigna del Signore. Le Assemblee sinodali non servono per discutere idee belle e originali… Servono per coltivare e custodire meglio la vigna del Signore, per cooperare al suo sogno, al suo progetto d’amore sul suo popolo. (..) anche per noi ci può essere la tentazione di “impadronirci” della vigna, a causa della cupidigia che non manca mai in noi esseri umani. Il sogno di Dio si scontra sempre con l’ipocrisia di alcuni suoi servitori. Noi possiamo “frustrare” il sogno di Dio se non ci lasciamo guidare dallo Spirito Santo. Lo Spirito ci dona la saggezza”


O quelle altrettanto chiare di Pio XII: «Il vincolo del matrimonio cristiano è così forte, che, se esso ha raggiunto la sua piena stabilità con l’uso dei diritti coniugali, nessuna potestà al mondo, nemmeno la Nostra, quella cioè del Vicario di Cristo, vale a rescinderlo»


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