Verso la Bancarotta: Istat e Padoan Cadono dal Pero, Ma ma… 2014 in Recessione?! (Chi l'Avrebbe mai Detto) #PassoDopoPasso

2/10/2014 rischiocalcolato.it

#passodopopasso ma tu guarda.


Il Ministro delle Finanze Padoan e l’Istat si accorgono che il 2014 per l’Italia sarà l’ennesimo anno di recessione, che nel 2015 il deficit italiano (corretto per il ciclo) non calerà o non si aggiusterà detto nella neo lingua della BCE e dell’FMI.

Sarò divertente capire di quanto calerà il PIL:

  • Posto che un -0.3% lo abbiamo consolidato
  • Posto che il terzo trimestre sarà un disastro (ex tarocchi con puttane e traffici di organi umani e droga)
  • Posto che le voci di un stop della decrescita nel quarto trimestre (che parte adesso) sono largamente esagerate
  • Posto che parrebbe che i Russi, al di la delle sanzioni se vedono un prodotti italiano lo usano come bersaglio per esercitazioni di tiro

La previsione di RC è di una chiusura nell’intorno di -0.8% (salvo tarocchi… bla bla.)

Cioè esattamente la previsione del DEF di questa estate ma con un segno meno (cioè una sobria differenza del 1.6%).

Ovviamente il tutto, ammesso ma non concesso che intato non ci scappi un bella recessioncina ciclica mondiale che parrebbe sia alle porte, visto anche il crollo dei prezzi di tutte le materie prime. Specie quelle industriali (faccio notare il crollo del prezzo dell’ultra industriale Palladio).

Ma #passodopopasso oggi sono usciti anche i dati sulla disoccupazione, o meglio sarebbe meglio parlare di tasso di occupazione, visto che il tasso di disoccupazione nel mondo dei valori occidentale è un numero ad cazzum costruito aggiustando la forza lavoro al netto dei mitologici “scoraggiati”.

Ebbene, per dire, il tasso di occupazione giovanile italoano è del …. 15%. Il restante 85% studia, è scoraggiato o è disocuppato. Dati mai visti da quando esistono le rilevazioni.Aquesto proposito forse il fenomeno sarebbe da mettere in relazione con il fatto che i giovani che cercano effettivamente un lavoro e che hanno le possibilità, la preparazione, ma soprattuto il cuore per farlo vanno a cercarsi una nuova vita all’estero. Dunque non sorprende che chi resta non sia esattamente la crema della società  o la meglio gioventù.

Oggi ad esempio 1500 zombies si sono presentati per un posto da infermiere (uno) a Vicenza.

Ma forse il fatto più divertente di oggi è: Il Rapporto del Cnel (in liquidazione).

Divertente perchè prima della giusta eutanasia di questo costoso e totalmente inutile organo costituzionale. I parassiti strapagati del CNEL se ne escono con il classico dispetto itaGliota. E improvvisamente si risvegliano dal letargo cinquantennale (ma ben pagato).

In sintesi:

  • 30% di disoccupazione reale
  • ci vuole una “forte discontinuità” per una ripresa economica vera (mi sa che leggono RC)
  • ci vuole un miracolo per tornare a livelli di disoccupazione pre crisi entro il 2020

da Huffington post

È un quadro nero quello che emerge dal rapporto sul mercato del lavoro del Cnel relativo agli anni 2013-2014. Nero che più nero non si potrebbe. Ridurre quel 12,3% di tasso di disoccupazione sarà impresa ardua, se non impossibile, taglia corto il Consiglio Nazionale dell’Economia e del Lavoro. “L’ipotesi di una discesa del tasso di disoccupazione ai livelli pre-crisi, intorno al 7%, sembra irrealizzabile perché richiederebbe la creazione da qui al 2020 di quasi 2 milioni di posti di lavoro”. In pratica l’occupazione dovrebbe aumentare dell’1,1% medio annuo.


Un simile incremento – scrive il Cnel – potrebbe essere conseguito soltanto se si manifestasse una forte discontinuità nella crescita dell’economia italiana”.


Più realistico un secondo scenario. Il Cnel stima che al 2020 un aumento dell’offerta di lavoro di circa 660mila persone e anche se si tratta di un incremento “non eccessivo” è “necessaria” una sufficiente domanda affinché non si traduca “in un aumento ulteriore della disoccupazione”. Nello scenario conservativo del Cnel si ipotizza di assorbire tutto l’incremento dell’offerta di lavoro” così da mantenere il tasso di disoccupazione al 12,3%. “Si tratta di un obiettivo minimo”, sarebbe sufficiente creare 582mila posti di lavoro entro il 2020, un +0,4% in media all’anno, “un tasso di crescita che non appare eccessivamente elevato e dunque plausibile in uno scenario di interruzione della recessione”.


Uno scenario intermedio prevede un tasso di disoccupati al 10%, una tendenza in linea con il Def di aprile. Per il Cnel si tratta comunque di un obiettivo che richiede “uno sforzo notevole” in quanto comporterebbe la creazione di 1,2 milioni di posti di lavoro entro il 2020. “Date le tendenze in corso – si legge nel rapporto – tale esito sembra descrivere un’ipotesi ottimista”.


Potere d’acquisto indietro di quasi un decennio. Il potere d’acquisto dei salari “ha registrato un andamento abbastanza peculiare, con un significativo incremento nelle prime fasi della crisi e una caduta altrettanto marcata negli anni successivi, che ne ha riportato il valore sul livello della metà degli anni duemila”, rileva il Cnel nel rapporto sul mercato del lavoro. Si è quindi tornati indietro di quasi un decennio. Guardando all’intera “massa salariale” il Cnel stima una perdita complessiva del 6,7% tra il 2009 e il 2013.


Disoccupazione ‘allargata’ supera il 30%. “Nella definizione più ampia il tasso di disoccupazione” è “giunto a superare il 30% nel 2013, senza peraltro mostrare segnali di rallentamento nella prima parte del 2014″. Così il Cnel nel suo ultimo rapporto sul mercato del lavoro, allargando il campo anche agli inattivi disponibili e ai disoccupati parziali.


Esercito degli scoraggiati supera i 3 milioni. Secondo il Cnel, gli “scoraggiati” (le persone che hanno smesso di cercare lavoro) sono ormai più di 3 milioni. Dal rapporto realizzato emerge che l’anno scorso gli scoraggiati hanno raggiunto quota 3,1 milioni, 457mila in più rispetto al 2008. Solo nel 2013 il numero degli scoraggiati è aumentato di 115mila unità. “Questo insieme di persone – scrive il rapporto del Cnel – costituisce insieme ai disoccupati, l’ampio bacino della ‘disoccupazione allargata’, che attesta il proseguire del deterioramento delle opportunità occupazionali, con la conseguente retrocessione di parte della popolazione alla condizione di inattività”. Nel 2013 è cresciuta in modo sostenuto sia la disoccupazione sia lo scoramento, “a differenza degli anni precedenti” in cui gli andamenti dei due aggregati tendevano a compensarsi.


Tasso occupazione under 30 cala dal 39 al 29%. La lunga recessione e gli effetti della riforma delle pensioni targata Fornero rappresentano una miscela esplosiva per i giovani. “Un mix eccezionalmente sfavorevole per i più giovani”, si legge nel documento. “La situazione dei giovani in Italia continua ad essere drammatica”, afferma il rapporto, bassi tassi di occupazione, alti livelli di precariato, perdita di fiducia, predisposizione alla fuga dall’Italia. Un periodo “davvero” delicato per i giovani. I numeri sono impietosi. Tra il 2007 e il 2013 la quota di under 30 sul totale degli occupati è scesa dal 16,6% al 12,3%, mentre la quota degli over 55 è passata dall’11,9% al 16,2%.


Il tasso di occupazione dei giovani è sceso dal 39,9% del 2008 al 29,4% del 2013 mentre l’incidenza dei disoccupati è aumentata dal 7,1% al 12,3% con un tasso di disoccupazione giovanile praticamente raddoppiato. Al tempo stesso aumenta la quota dei disoccupati di lunga durata (quelli in cerca di lavoro da almeno 12 mesi). Ormai sono il 53,3%.


Povertà aumenta anche tra chi ha lavoro. I costi sociali dell’aggiustamento dei conti pubblici nei paesi periferici dell’area euro si stanno rivelando molto elevati. Secondo il Cnel, “l’arretramento nel potere d’acquisto dei redditi medi delle famiglie in corso in diversi paesi sta conducendo a radicali mutamenti nei comportamenti di spesa”.


Anche in Italia le famiglie hanno modificato strutturalmente i propri comportamenti di consumo. “Ampie fasce della popolazione stanno subendo un arretramento del proprio stile di vita. Sta aumentando la parte della popolazione che sperimenta condizioni di povertà”. Se tradizionalmente le difficoltà erano associate prevalentemente allo stato di disoccupato, “adesso anche fra gli occupati sono frequenti i casi di privazione materiale derivanti da condizioni di sottoccupazione o di precarietà del lavoro”.


Il rischio di essere un working poor è cresciuto durante la crisi soprattutto per alcune categorie di lavoratori (i meno qualificati, con bassi livelli di istruzione e occupati in settori a bassi salari). Tuttavia anche quei gruppi che tradizionalmente ne erano esenti (lavoratori autonomi con dipendenti e i più istruiti) sono stati investiti dal generale impoverimento


Anche il rischio di povertà di nuclei familiari con alcuni membri che lavorano (la cosiddetta inwork poverty) è aumentato con la crisi. In particolare – rileva il rapporto – ad essere maggiormente esposti al rischio di povertà sono quelle famiglie in cui il lavoratore a bassa remunerazione è il principale se non addirittura l’unico percettore di reddito.


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