Ma io resto sulla costa della Troade - 2

16/6/2012 di Franco Cardini per francocardini.net

Ma ha ragione il divo Giulio (Andreotti): il potere logora davvero soprattutto chi non ce l'ha. Privi di Maestri e provvisti invece solo di rozzi metodi artigianali, lontani dai centri nei quali il pensiero poteva essere agevolmente ed efficacemente elaborato, ridotti alle nostre piccole "università" autarchiche e autogestite nei covi di periferia in cui si studiava seguendo maestri a loro volta emarginati e frustrati e utilizzando vecchi  libri comprati di seconda mano su equivoche bancarelle (come l'"eskimo innocente" di Francesco Guccini, quei modesti acquisti erano "dettati solo dalla povertà"), non siamo stati - sia pur magari senza colpa - all'altezza della situazione che abbiamo dovuto affrontare nel mezzo secolo tra la fine della seconda guerra mondiale e l'effimero fallace avvento dell'era della Megapotenza Unica mondiale e del "pensiero unico".


Stavamo passando, a dirla con Zygmunt Baumann, dalla "Modernità solida" ben certa dei suoi valori individualistici ed economicistici alla "Modernità liquida", o "Postmodernità", che li avrebbe invece messi in discussione: avremmo dovuto egemonizzare   questa fase di passaggio, invertire magari il supposto "senso" del ciclo storico, contestarlo e postularne perfino la reversibilità. Non ne siamo stati capaci. Ci ostinavamo, per provincialismo e per ignoranza, a pensare e ad esprimerci ancora in termini e per moduli  tardottocenteschi e a baloccarci con oziose desuete questioni mentre  il mondo se ne andava per conto suo. Le lobbies multinazionali lo stavano divorando e inquinando, eppure noi non ce ne accorgevamo. La follìa dello sfruttamento e la cecità dell'iperprogressismo tecnologico facevano della terra un immenso deserto e lo chiamavano Libertà e Democrazia, mentre noialtri fascisti immaginari continuavamo ancora ad accapigliarci per stabilire se si dovesse stare con le Giacche Blu o con quelle Grige, con i garibaldini o con i Borboni, con D'Annunzio o con Mussolini, con il fascismo-"movimento" o con il fascismo-"regime", con i falangisti o con i carlisti, con le SA o con le SS, con i "berretti verdi" o con Giap e Ho-Chi-Min, con il socialismo sionista dei kibbutzim o con il "socialismo arabo" di Nasser.


Certo, per lunghi anni il proscenio è stato occupato dalla "guerra fredda" e ci siamo dovuti adeguare; poi sono emersi il "Terzo" e il "Quarto Mondo", ma noi eravamo quasi del tutto all'oscuro delle colossali problematiche sottese alla decolonizzazione e ai relativi  business. Colpa nostra, ché l'ignoranza non può mai essere una valida scusa: eppure, tant'è.
           

Ma è poi sorta l'alba livida del disincanto: e dopo di essa abbiamo perduto il diritto di  fingerci innocenti. Sono arrivati  i giorni in cui l'uva è miracolosamente sembrata infine matura per noialtri piccole volpi. Bastava camuffarsi solo un pochino, cedere su qualche principio che l'opportunità presentatasi c'invitava a considerar secondario, abbandonare certi stanchi ritualismi e certe frasi fatte, vendere appena qualche brandello dei nostri inutili sogni romantici, et voilà: ecco che chi fino ad allora  aveva sognato come massimo traguardo della sua vita un posticino di consigliere comunale si trovava sottosegretario; chi aveva sperato ardentemente di diventar segretario federale faceva trionfale ingresso  in Senato senza aver nemmeno capito bene come ci fosse arrivato; chi aveva gridato al miracolo perché i brandelli di lottizzazione di cui gli era toccato qua e là di godere lo avevano portato al livello di caposervizio, ora si vedeva fiondato dietro la scrivania di mogano e cristallo dei Direttori Megagalattici di Rete.


Ed è così che il Burattinaio di Arcore, comprandosi a un tanto al chilo il nostro supposto intemerato rigore e la nostra supposta specchiata e ingenua  onestà, ci ha aiutato a liberarci dai miti e dai sogni: prima Fiuggi, poi  la disgregazione della solidarietà interna frammentata in una miriade di cosche e di nicchie, infine il Magnus Opus, il solve et coagula del Popolo delle Libertà dove tutte le vacche son bige e dove  gli ex bravi ragazzi che per decenni si erano rifiutati di piegarsi al mito conformista della Resistenza  scoprivano lietamente - insieme con le auto blu, gli uffici ai piani alti e magari qualche consistente regalino piovuto da chissaddove - il fascino di "quei bravi ragazzi venuti in Europa a combattere per darci la libertà" e applaudivano all'esportazione della democrazia nel Vicino Oriente, incuranti di quel po' di "fuoco amico" e di "danni collaterali" che ciò poteva comportare. Qualcuno, più audace, si spinse oltre fino   all'apologia dei libertarians statunitensi  paragonati ai cavalieri medievali e alla lode della  magna Europa   liberal-liberista d'Oltreoceano   proposta come esito della Tradizione da ex "reazionari cattolici" tutti d'un pezzo frettolosamente convertiti al Verbo theoconservative.


Potrei parlare a questo punto, e con ottima cognizione di causa, di alcuni di voi: potrei snocciolare, facendo nomi cognomi date e circostanze, la sequenza delle sue scivolate, dei suoi compromessi, delle sue furberie, della ventata di megalomania che lo aveva preso nei mesi nei quali tutta Roma dal Gianicolo a Via Veneto e dalle terrazze ai salotti (altro che borgate, altro che Acca Larenzia!...) gli pareva sua e aveva telefoni e segretarie o sperava di averne a breve; e sarebbe facile ironizzare sui suoi eroici furori ora che tutto è finito e che qualcuno si sta dimenticando come a parte le Uri nel Paradiso di Allah - che sia sempre benedetto il Suo Nome - nessuno possa riconquistare la verginità perduta. Non lo farò, per un senso di pietas.


Vi parlerò invece, con maggior correttezza e più approfondita cognizione di causa,  del caso che conosco meglio: il mio. Perché no? Per alcuni mesi, fra '94 e '95, ho accettato di rimettermi in pista dopo che, trent'anni prima, ero uscito dal MSI fiorentino e dalla Direzione Nazionale Giovanile, ero stato nella Giovane Europa di Jean Thiriart  e avevo avuto la mia brava "primavera rossa". Dai primi Anni Settanta mi ero ritirato dalle scene politiche d'ogni sorta, pensando solo a studiare e a portar avanti una modesta attività pubblicistica. Avevo fatto solo due eccezioni: per le iniziative di Marco Tarchi, che nei primi Anni Ottanta si erano, et pour cause, attirate le ire e le scomuniche di Norberto Bobbio e della sua Chiesa; e per "Il Sabato", che allora appariva una promettente tribuna di anticonformismo e di libertà. Ma fui attratto dall'invito di "rientrare in pista" nel fatidico 1994. Per breve tempo, allora, sperai che Irene Pivetti potesse davvero diventare la nostra nuova Giovanna d'Arco e la nostra nuova Eva Perón; più tardi, ho sinceramente lavorato insieme con Marzio Tremaglia alla costruzione di un soggetto politico-culturale serio e credibile, e ancor oggi, quando ripenso ai suoi quarant'anni stroncati, mi pongo inutilmente seri problemi di teodicea; e sulla sua tomba, come su quella dell'indimenticabile fraterno amico Marco Tangheroni, ho deposto le mie cinque rose rosse, quelle che i falangisti dedicano ai camaradas fallecidos in ricordo delle Cinque Piaghe del Signore e delle cinque frecce di Ferdinando il Cattolico. Ci ho sperato, in quelle due ultime occasioni: l'amico Marco Tarchi, più giovane anagraficamente ma tanto più saggio e prudente di me sul piano caratteriale e tanto più rigoroso di me su quello intellettuale, mi aveva pur diffidato dal farmi illusioni. Aveva ragione lui. Non mi pento tuttavia di quegli esperimenti, come non mi pento delle sperimentazioni culturali tentate con Renato Besana e con Beppe Tagliente (il "Toson d'Oro" di Vasto, della quale all'epoca Beppe era amatissimo sindaco) e dell'avventura di "Identità Europea" avviata con Adolfo Morganti e che ancora continua, per quanto in quel contesto mi sia autodegradato a semplice iscritto (miles simplicius, nel nostro gergo brancaleonico).  


Per tutte queste cose non ho nulla da rinnegare, nulla di cui vergognarmi, nulla per la quale  fingere miserabili amnesie. Sono stato petit commis d'état come consigliere di amministrazione RAI voluto dalla Pivetti e come consigliere di amministrazione di Cinecittà scelto da Veltroni il quale peraltro sapeva  benissimo che io ero (parole sue) "di un'altra parrocchia" rispetto alla propria. Conservo molta riconoscenza per la fiducia che entrambi mi hanno accordato e per le opportunità che mi hanno offerto. Ho cercato di ricambiarle facendo del mio meglio, cioè lavorando con coscienza e con onestà: posso affermarlo serenamente, ed è obiettivamente innegabile che ne sia uscito a testa alta.  I riconoscimenti ottenuti, e documentati, lo provano e lo confermano.


Eppure il potere, che logora soprattutto chi non ce l'ha, logora tuttavia sempre e profondamente chi lo detiene, anche se in modesta se non minima misura. Nelle occasioni che mi sono state offerte, ho fatto correttamente quel che potevo e dovevo. Ho anche cercato di cambiare qualche piccola cosa: e lì ho fallito, o il mio successo non è stato né incisivo né duraturo quanto sarebbe stato necessario. Mi guardo quindi bene dal propormi ad esempio: e so bene che, in queste cose, la coscienza pulita non basta. E' doverosa e necessaria, ma non sufficiente. Per il resto, e grazie a Dio, non ho né il dovere, né tanto meno il diritto, di giudicare nessuno. 


Tuttavia va detto, cari camerati, che ci sono tanti modi di perdere quella verginità che ormai manca a noi tutti  e che nemmeno le acque, le nubi, gli olivi e le rocce di Itaca non potrebbero  aiutarci a recuperare. La verginità, la si può perdere per amore, per passione, per paura, per tornaconto, per leggerezza, per avidità, per ebbrezza o per qualunque altro  stato di coscienza alterata,  per vanità, per desiderio carnale, per gioco, per empietà, per conformismo, per anticonformismo, per curiosità, per illusione, per violenza propria, per violenza altrui. Ma, una volta perdutala, indietro non si torna (come diceva Lui). Ormai la via dell'Eden e quella dell'Aghartha sono irreversibilmente  smarrite, l'incanto  è irrimediabilmente rotto:  e chi poi in un modo o nell'altro, per un motivo o per un altro, sia stato anche solo qualche settimana sulla stessa barca degli Scajola e dei "Trota", delle Cafagna e delle Santanché, dei Cicchitto e dei Verdini, chi magari entro certi limiti e fino a un certo punto senza nemmeno rendersene conto abbia retto il sacco ai ladri e ai corrotti e si sia reso loro complice (nel nome di che cosa, poi? Dell'anticomunismo? Della diga contro il fondamentalismo islamico?) non potrebbe più tornare a Itaca nemmeno se davvero lo volesse con tutte le forze. Non entra nella reggia del divino Ulisse chi ha visto anche alla lontana quella di Arcore; non può più apprezzare il profumo del vino e dell'olio dell'Egeo chi si porta addosso un sia pur lontano afrore di bunga bunga.


Quanto a me, poi, ho molta simpatìa per il re della piccola sassosa isola vicina a Cefalonia, per l'Orditore d'Inganni che ha osato sfidare gli dèi, parlare con i morti, e che ha molto sofferto, Ma non dimentico che egli è anche l'inventore del cavallo a causa del quale è stata conquistata e distrutta quella che in tempi ormai lontanissimi ho sentito come la mia prima vera patria interiore. Voi, cari camerati, vi ritenete ancora e nonostante tutto dalla parte di chi ha perduto la  seconda guerra mondiale, e qualcuno di voi sostiene di aver perduto anche la prima: io, invece, le ho perse tutte. E qualcuna irreversibilmente: a dirne una, avrei preferito di gran lunga (e datemi pure del filomusulmano) barattare la vittoria del 1571 con la sconfitta del 1588, veder le galee di Juan de Austria e del doge Venier colare a picco nelle acque azzurre di Lepanto pur di assistere poi al  trionfo dei galeoni della Invencible Armada sui plumbei flutti dell'Atlantico, là presso alle coste inglesi. Lepanto non ha cambiato il corso della storia: il prevalere di Filippo II su Elisabetta avrebbe forse potuto. Così come forse lo avrebbe cambiato la vittoria di Antonio su Ottaviano nel limpido specchio marino di Azio, poco più di  un millennio e mezzo prima di Lepanto. Ne abbiamo perdute, di occasioni; ne abbiamo avute, di scalogne: ma che nessun nipotino di Hegel venga fuori, per piacere, a parlarmi di senso della storia, di occulti eppur necessari disegni immanenti. L'Imponderabile paretiano, quello sì: ma esso altro non è se non quel che i maghi di Faraone, dinanzi alla verga serpentina di Mosè, definivano ezbà Elohim, il dito di Dio...


Comunque, da parte mia, non ho atteso certo la débacle della Monarchia di Spagna per avviare la mia carriera di avvocato di tutte le cause perse. E non ho atteso nemmeno la sconfitta di Serse a Salamina: per quanto ancor oggi pianga a calde lacrime sullo smacco inflitto al Gran Re da quattro rissosi chiacchieroni greci.  Ho cominciato a perdere le guerre già da prima: fino da subito, molto da prima che il contadino teppista Romolo assassinasse il suo libero fratello, il pastore Remo (ci avete fatto caso, come diceva il grande Aldo Fabrizi, che la storia di Romolo e Remo somiglia   paro paro a quella di Caino e di Abele, sempre col sedentario assassino e con il nomade assassinato: e non vi dice vulla, tutto questo, nei nostri tempi di gommoni che approdano a Lampedusa?).  Ho cominciato a capire da che parte sarei stato e avrei dovuto stare, e che stare da quella sarebbe stata la mia sempiterna condanna, fin da quando raggomitolato su un banchino di seconda media ho visto il mio signore ferito a morte, lordo di sangue e di fango, legato e trascinato attorno alle mura di Troia dal carro di un macellaio isterico destinato invece,  lui, a diventare nei secoli l'eroe della Grecità e della Modernità, con tutti i brigantaggi e le fregature che da lì sono discesi.  E ora che ho passato i settant'anni, sento di perdere di nuovo la mia  guerra ogni volta che un piccolo afghano viene ammazzato "incidentalmente" dai Portatori di Libertà (... poi però la NATO si scusa del disagio arrecato...) nell'indifferenza dei borghesacci che finanziano con le loro tasse gli elicotteri e i droni assassini; ogni volta che un bambino del Sahel muore di sete o uno nigeriano di AIDS  mentre da noi   c'è chi nuota ogni mattina in una piscina olimpionica inquinando una quantità d'acqua che potrebbe bastare a placar la sete di cento villaggi e mentre una multinazionale colosso del traffico di diamanti realizza in un solo anno oltre 500 milioni di dollari, in gran parte dovuti al drenaggio di profitti realizzati in Tanzania (dov'esso è il partnership al 75% con il governo locale) mentre l'Africa muore di fame e non solo di quella. E, per quanto sappia bene quanto ineleganti siano le autocitazioni, v'invito al riguardo a dare un'occhiata a Capire le multinazionali. Capitalisti di tutto il mondo unitevi di Franco Cardini e Stefano Taddei (Rimini, Il Cerchio, 2012), che vedrete senza dubbio ben poco propagandato dai media ma del quale stiamo già preparando la prima ristampa.


E veniamo al dunque. Ho discettato abbastanza di Destra e di Sinistra; ho assistito a troppi onanismi intellettuali di mediocre qualità attraverso i quali si giustificavano di fatto la corruzione e l'ingiustizia. Ho vissuto la vita intera tra i libri: molto spesso, anche buoni libri. Ecco perché, cari camerati,  la vostra paccottiglia erudita, le vostre smanie palingenetiche ora che il momento della cuccagna è passato, la vostra riscoperta a scoppio ritardato della morale, non m'interessano più. Dite di voler solcare i mari, e non c'è dubbio che molti fra voi abbiano davvero, in buona fede, bisogno di una boccata d'aria pura: eppure  molti altri hanno solo l'aria dei furbi topolini che hanno abbandonato la nave un attimo prima che affondasse, o dei topoloni stupidi che non si sono accorti in tempo utile che essa stava affondando e che adesso non sanno più come fare per tornar a tuffare i loro musacci unti nel grasso formaggio. Nella vostra Itaca, se mai davvero ci arrivaste, non riuscireste nemmeno a riorganizzare un Campo Hobbit degno di questo nome. E intanto il mondo continuerà a bruciare senza di voi: ma nella vostra noncuranza se non addirittura con la vostra rinnovata  complicità; non hanno forse anche molti di voi applaudito ai Gasparri e ai Larussa che blateravano, a proposito dell'Iraq, di "esportazione della democrazia"? Il vostro Ulisse tessitor d'inganni, cari camerati, non vale nemmeno un'unghia di madre Teresa di Calcutta. Da qualche parte, tra l'Africa e l'America latina, c'è gente che lavora per gli Ultimi della terra, che soffre con loro: gente come i "medici senza frontiere", come quelli di Newe Shalom, come i tanti volontari che lavorano anonimi e non retribuiti  ad alleviar sofferenze. Quelli sono i veri Cavalieri dei quali tanto amate blaterare, mentre molti di voi stanno ancora a perder tempo attardandosi sui desueti brandelli del "conflitto di civiltà" che non è mai esistito o baloccandosi con i Neotemplari.   


Ho molta, magari perfino troppa, stima, e molto, magari perfino troppo, affetto per molti di voi. Però, quando parlate  con  finta nostalgia di un Passato mai esistito e di un Futuro che non ci sarà mai e che in fondo non v'interessa, mi annoiate. Vi saluterò con affettuosa mestizia, dalla costa della mia Troade, mentre volgete le vostre prore verso Itaca. Ma vogliano gli dèi che ivi approdati non ci troviate invece, accampati tra quegli omerici scogli, il teschiuto Sallusti che si fa un drink con la siliconica Santanchè, o l'ohimè ateo-devoto o neocredente Ferrara che prende il sole con la signora dall'Olio all'ombra di un  confortevole padiglione decorato stars and strips, o qualche neoconservatore in shorts immerso nell'esegesi di una dotta pagina di Léo Strauss (chi era costui?), o qualche incravattato adepto nostrano del nobile sodalizio lusitan-brasileiro "Tradiçao, Familia, Propriedade" che vi spiegherà con sussiego quale sia l'alta funzione sociale pliniocorreodeoliveiriana del latifondo accompagnando la sua lezione con appropriate citazioni tratte da Giovanni Calvino ma travestite da Russell Kirk. Quello sarà il Club Méditerranée che meritate. 


Non invitatemici. Mi piace guardar il mare: ma il rullìo delle barche mi dà la nausea, il pesce non mi piace e non so nemmeno nuotare. Lasciatemi ai sassi aridi della mia Troade, alle memorie del mio Ettore domatore di cavalli, al riflesso della pira ardente che ne ha disperso per sempre le ceneri nel cielo


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