ARCHIVIO - VIVAIO - STORICO 2

2006 - VITTORIO MESSORI

Sta di fatto che il professor Seibt dalle sue riflessioni ha tratto un grosso volume, Rom oder Tod, Roma o morte, uscito di recente in italiano (Roma o morte. La lotta per la capitale d’Italia, Garzanti 2005) e che, ovviamente, mi sono affrettato ad esaminare.


Occuparsi di quei decenni non è curiosità da eruditi ma un modo per cercare di comprendere il presente. La serietà accademica germanica non è smentita neppure qui, il rigore nella ricerca è garantito; così come è garantito anche il conformismo, anch’esso tipicamente accademico, con la consueta, logora contrapposizione tra i buoni “progressisti” (i Piemontesi, e c’è da riderne!) e i “reazionari” (Pio IX e i clericali in genere, ça va sans dire).


L’adesione alla vulgata ancora egemone si spinge sino al punto che questo docente berlinese termina così il suo libro: «Nel 2000 la Chiesa cattolica ha beatificato entrambi i papi dei due Concili vaticani. Ed è accaduto di nuovo in un giorno di settembre. Quando è stato elevato agli onori degli altari Giovanni XXIII, in piazza San Pietro c’è stata un’esplosione di giubilo. Quando è toccato a Pio IX, la piazza ha risposto con un gelido silenzio».


Ecco come la storiografia più «rigorosa» – almeno nella dichiarazioni dello storico – crea miti, schemi, parole d’ordine.


Si dà il caso che io stesso, quella domenica autunnale, fossi su quella piazza.


E in un posto privilegiato, da dove potevo tutto vedere e sentire. Ero, cioè, sul palco della Rai, sopraelevato proprio in mezzo alla folla, ad affiancare nel commento per la diretta televisiva il collega vaticanista del Tg 1, Giuseppe De Carli.


Ci fu clamore, certo, per papa Giovanni, grazie anche al “tifo organizzato” (mi si permetta l’espressione) della diocesi di Bergamo che aveva dirottato su Roma, parrocchia per parrocchia, masse di pellegrini. Ma sta solo nella fantasia – o, meglio, nel desiderio – del professore di Berlino, che quasi certamente non c’era, il “gelido silenzio” che avrebbe seguito la proclamazione a beato di Pio IX.


Certo, non ci furono le grida e i cori dei supporter bergamaschi ma – lo testimoniano le mie orecchie e lo testimonia la registrazione del commento di De Carli e mio – ci fu un lungo applauso e anche le grida e l’agitare di cartelli e striscioni di gruppi marchigiani.


In ogni caso, quella folla era composta in massima parte di cattolici espliciti ma certamente ignari di vicende risorgimentali: solo l’irrealismo di un professore, per giunta prussiano, può pensare che quei semplici secondo il Vangelo – abituati ad applaudire comunque le iniziative di un papa, cui va comunque la loro fiducia: se lui lo ha approvato va certamente bene – esprimessero dissensi basati su questioni storiche, sino al punto di ammutolire.


Ma poi, diciamolo, perchè un cattolico dovrebbe avercela con il pontefice che definì l’Immacolata, che riconobbe Lourdes, che sorresse e favorì santi come don Bosco, che fu insultato e odiato dai Garibaldi e dai Mazzini, che fu derubato di tutto e ridotto agli arresti domiciliari in Vaticano?


Così, insomma, nascono i miti: c’è da star certi che alla fine lo schemino prefissato entrerà anche nei testi scolastici. Gente in festa per il Papa arruolato da certa intellighenzia clericale (per quanto abusivamente) tra i “progressisti”; silenzio, e gelido, della folla per il Papa “oscurantista”.


Comunque non è la prima volta né sarà l’ultima in cui il desiderio di adeguarsi alla precomprensione storica inventa dei “silenzi”. Per restare a una mia testimonianza personale, dopo quella del palco in piazza San Pietro: nei miei molti anni torinesi ho ascoltato più e più volte i resoconti degli anziani che furono presenti quando Mussolini incontrò gli operai della Fiat, parlando al Lingotto da un palco a forma di enorme incudine e avendo a fianco il senatore Giovanni Agnelli.


Secondo la vulgata messa a punto e imposta dopo il 1945, anche qui un “gelido silenzio” avrebbe accolto il duce: secondo il mito di sinistra, i membri della coriacea “classe operaia” subalpina avrebbero mostrato il loro antifascismo incrociando le braccia, ascoltando muti i retorici sproloqui del Tiranno e andandosene a capo chino.


Il duce ne sarebbe uscito adirato contro quella Torino operaia, così refrattaria al fascismo. In realtà, non soltanto i racconti dei testimoni, sentiti con le mie orecchie, ma anche le riprese cinematografiche dell’evento mostrano tra quegli operai un entusiasmo niente affatto inferiore a quello che ovunque accoglieva, allora, il Benito.


Acclamazioni e applausi a scena aperta si susseguirono, in quella gigantesca fabbrica che eccitava Piero Gobetti e Antonio Gramsci, che vi vedevano il simbolo di una umanità nuova. Il “gelido silenzio” del Lingotto per Mussolini ha la stessa verità storica di quello di piazza San Pietro per la beatificazione di Pio IX.



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