ARCHIVIO - VIVAIO - STORICO 1

2006 VITTORIO MESSORI

Gustav Seibt, storico e docente nella prestigiosa Humboldt Universitaet di Berlino, si è occupato per lungo tempo della questione del ritorno sulla Sprea della capitale tedesca, dopo la riunificazione.



Come si sa, molti Laender – a cominciare dalle cattoliche (od oggi, ahinoi, ex-cattoliche, o quasi…) Baviera e Renania – non volevano che il centro politico ritornasse in Prussia.


E di certo non solo perché con l’amputazione della Germania Orientale la vecchia capitale è divenuta molto decentrata, con la frontiera polacca quasi a ridosso. I motivi del rifiuto sono ben più profondi.


Juan Donoso Cortés, il pensatore controrivoluzionario che conosceva bene quei luoghi, essendo stato nel 1849 ambasciatore di Spagna a Berlino, scrisse addirittura: «La Prussia ha per padre il diavolo».


Pensava, forse, anche alla cristianizzazione dei prussiani con i metodi brutali, che non esitavano davanti alla strage dei renitenti, praticati dai monaci-soldati, i Cavalieri Teutonici.


Ma Donoso rinviava, soprattutto, al tradimento del Gran Maestro Alberto di Brandeburgo che colse l’occasione della rivolta di Lutero per abbandonare il sacerdozio, sposarsi e, soprattutto, dichiarare sua proprietà personale i domini dell’Ordine di cui si proclamò sovrano.


I principi tedeschi avevano subito approfittato della rivolta contro Roma per mettere avidamente le mani sulla proprietà ecclesiastiche: fu questo, del resto, che assicurò la vittoria e il consolidamento della Riforma. Gli aristocratici avevano tutto l’interesse a che non ritornasse il cattolicesimo, con il pericolo di dovere restituire quanto era stato arraffato.


Una storia, economica e non teologica, che impedì tra l’altro il ritorno a Roma dell’Inghilterra e che spiega anche il favore accordato al Bonaparte che, per avere l’appoggio dei nouveaux riches (borghesi, questa volta, più ancora che nobili), dovette dichiarare solennemente, per scritto, che il ricco bottino dei beni della Chiesa svenduto ai già ricchi dalla Rivoluzione non sarebbe stato messo in discussione.


Il Gran Maestro Alberto fece ancor di più: era egli stesso un ecclesiastico e dichiarò suo, trasformandolo in Ducato ereditario per sé e per i suoi figli, tutto ciò che apparteneva ai Cavalieri e su cui, per mandato della Chiesa e dei confratelli, avrebbe dovuto vegliare.


Le croci nere su fondo bianco delle bandiere e degli stemmi prima della Prussia e poi della Germania intera sono ancora quelli dei Teutonici. In ogni caso, poiché – come ammonisce la saggezza popolare – Dio non paga il sabato, dovettero passare quasi quattro secoli dal 1525 al 1918: ma nel novembre di quell’anno, Guglielmo II di Hohenzollern, l’ultimo erede di quel ducato divenuto nel frattempo impero tedesco, dovette scappare in tutta fretta e con poche valigie in Olanda, inseguito dalla rivoluzione scatenata dalla sconfitta nella guerra fomentata anche dalla sua megalomania.


La storia della Prussia, dunque, comincia con un ladrocinio inaudito e conoscerà poi le forme più pericolose e radicali di tutte le ideologie moderne: il nazionalismo, il militarismo, l’antisemitismo, il socialismo, il nazionalsocialismo, il comunismo, il nichilismo, e oggi l’edonismo.


Berlino è stata al contempo mandante e vittima degli errori disastrosi che hanno funestato gli ultimi due secoli. Non stupisce che, al referendum dopo la riunificazione del 1989, sia passata, ma senza ottenere l’unanimità, la proposta di ritornare a quella che fu capitale grazie alle vittorie contro la Francia nel 1870 ma che non fu mai pienamente accettata dal Sud e dall’Ovest, di tradizione cattolica.


Persino Hitler, austriaco, non amava Berlino e, in effetti, voleva raderla al suolo per ricostruirla come Weltstadt, “città mondiale” completamente diversa, a cominciare dal nome: non più Berlin ma Germania.


I megalomani piani architettonici elaborati con Speer, il suo architetto, non nascevano, paradossalmente, da amore bensì da odio: radere tutto al suolo e ricominciare da capo.


Tutto questo è stato ricostruito dallo storico Gustav Seibt che, nel corso della sua monumentale ricerca, è stato attratto dalla vicenda di quell’altra “capitale contestata” che, nello stesso XIX secolo, fu Roma.


Con una differenza fondamentale: Berlino fu imposta da Bismarck a una Germania riluttante mentre Roma fu conquistata a cannonate da una classe politica che ebbe Cavour come massimo esponente e che voleva farne ad ogni costo la capitale.


Insomma, per i tedeschi la capitale fu un destino da subire, per gli italiani (o, almeno, per la ristretta casta allora al potere) fu una scelta da perseguire ad ogni costo.


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