Ma io resto sulla costa della Troade - 1

16/6/2012 Di Franco Cardini per francocardini.net

 

"Ho scelto di essere un poeta troiano.
Appartengo rislutamente al campo dei perdenti.
I perdenti che sono stati privati del diritto
di lasciare traccia della loro disfatta.
Del diritto di proclamarla.
Voglio parlare di questa difatta:
che non ha niente a che fare con la resa".
(Mahmud Darwish, poeta palestinese)

La mia carissima amica Simonetta Bartolini mi ha invitato a esprimere, su "Totalità" del 12 giugno 2012, il mio parere sull'invito di Renato Besana, ripreso poi da Marcello Veneziani, a "tornare a Itaca": cioè a riprendere il filo interrotto o smarrito  di un discorso culturale avviato già da molto tempo, forse dalla fine degli Anni Quaranta, da alcuni allora magari giovanissimi membri o simpatizzanti del Movimento Sociale Italiano, e quindi portato avanti - ma purtroppo, più spesso  trascinatosi - sino alla chiusura di quell'esperienza, nei giorni del Congresso di Fiuggi, e gli ultimi epigoni del quale si sono dissolti con la confluenza di "Alleanza Nazionale" nel "Popolo delle Libertà".

Per risponder adeguatamente all'invito ho dovuto tracciare un Amarcord (se non vogliamo parlare di Mémoires d'Outretombe)  che mi ha ricondotto addirittura al 1965, anno nel quale uscii dal MSI, ma che per certi aspetti mi ha ricondotto anche ai primi Anni Ottanta, allorché accettai con piacere e anche con entusiasmo di dialogare con gli allora giovanissimi membri del gruppo che attorno a Marco Tarchi animava i Campi Hobbit, e al periodo 1994 -2002, allorché  come componente dei Consigli di Amministrazione prima della RAI, quindi di Cinecittà mi capitò di frequentare assiduamente  il mondo politico italiano, avendo modo pertanto - fra l'altro - di esser da vicino testimone dell'attività di alcuni tra coloro che oggi propongono l'opportunità di scioglier le vele alla volta dell'isola del Divino Ulisse.


            A Itaca, o da qualunque parte dell'Ellade sosteniate di venire e intendiate far ritorno, cari camerati, tornateci voi. Io sono vecchio: e passata la settantina andar per mare è cosa da imprudenti. Alla mia età, d'altronde, si perdono tanti bei piaceri e tanti invidiabili vantaggi, forse non si diventa nemmeno troppo più saggi (anzi, per la verità c'è il pericolo di rimbambire...), ma in cambio si acquista l'impagabile diritto di dir ormai quel che si vuole.
            Cari fratelli di non so più quale sponda, siamo stati felici anche quando eravamo o ci ritenevamo o fingevamo di essere degli Arrabbiati. In fondo, il mondo era nostro: di noialtri happy fews, di noi emarginati e ghettizzati, odiati e disprezzati, discriminati e perseguitati, ma anche Signori dell'Isola-Che-Non-C'è, Sovrani dell'Aghartha misteriosa, Custodi dell'Ultima Dimora Accogliente al di là della quale c'è l'Ombra che si allunga da est, Sentinelle dell'estrema  ridotta che veglia sul Deserto dei Tartari. Ed era nostro anche l'Avvenire: quello del Mito e dell'Apocalisse, anche se non proprio quello della Storia. 


Era una strana follìa, la nostra. Chi prima chi dopo, tra gli Anni Quaranta e gli Anni Novanta del secolo scorso, per mezzo secolo circa - e non è poco... - abbiamo continuato a viver intensamente e appassionatamente di politica e qualcuno anche a morirne: eppure, non è che facessimo sul serio politica nel senso proprio e corrente di tale termine. Quella, ci ripetevamo, erano i politicanti e i politicastri a farla: e il politicume non c'interessava.  Erano i nostri miti, quelli che inseguivamo. L'Europa che non c'era mai stata anche quando era sembrato che ci fosse, gli dèi che muoiono e che risorgono di cui parla Drieu La Rochelle, la Nazione strettamente legata alla Giustizia Sociale, l'Europa consumata nel rogo di Berlino e schiacciata dai carrarmati sovietici per le strade di Budapest.

La Tradizione risplendente di sole dorato e il Fascismo immenso e rosso. Anche dall'altra parte, boscevichi e borghesucci non erano per noi nulla di concreto: erano grotteschi fantasmi creati nella Terra di Mordor, dove l'Ombra cupa scende. Non avevamo certo tempo di smontar da cavallo per sbirciar che cosa mai si celasse ben nascosto sotto le pieghe del Capitale di Marx o dentro le casseforti di mister Adam Smith. A sistemar quella paccottiglia bastavano  una riga di Nietzsche, un verso di Pound, un aforisma di Sorel. Com'è bello, al limite quanto è comodo, essere dei puri e assoluti Sconfitti! Che ebbrezza sentirsi liberi dalle avvilenti responsabilità reali e concrete, esenti da mediazioni e da relativizzazioni, perfettamente intangibili - e dunque irresponsabili, nel senso etimologico del termine - dinanzi al sudore e al fango di chi, vincendo, è obbligato a sottostare al giogo umiliante del mondo e a sentirsi o a esser comunque chiamato a renderne conto!


E intanto, attorno a noi, si srotolava la Commedia Umana di chi invece viveva del nostro entusiasmo e del nostro amore per le Vette innevate. Avvocaticchi, funzionarielli e onorevolucci avvinghiati ai loro collegi elettorali, amministratori oculati del ghetto (ch'era anche autentica miniera elettorale) dove si agitavano bravi e onesti travet del nostalgismo littorio e ragazzacci rissosi che si divertivano a provocar continue e sovente immotivate risse  uno contro dieci a loro svantaggio, quindi "picchiatori" il più delle volte a loro volta picchiati. Loro si arrampicavano sulle rocce e lungo i rami del nostro entusiasmo;  entravano in Montecitorio e in Palazzo Madama grazie ai comizi che noi presidiavamo di giorno e ai manifesti che noi attaccavamo di notte; distribuivano saluti romani, pacche sulle spalle e stentorei A noi! durante grevi cene cameratesche: e quindi, sottobanco, svendevano al politicantume clericale e moderato i voti raggranellati nel nome della Rivoluzione affinché venissero metabolizzati  in moneta corrente e politically correct. Cioè in biglietti emessi dalla Banca del Trasformismo, assegni staccati all'Ordine dell'Inciucio, cambiali pagabili alla Borsa dello Scambio dei Piccoli Favori. Fu così che, da Michelini a Fini, tra Via delle Quattro Fontane e Via della Scrofa, si bruciarono i nostri entusiasmi e si consumarono le nostre illusioni.


 

Ritualmente, a intervalli più o meno regolari, le nostre successive generazioni si svegliavano dal sogno incantato e se se andavano. Spesso sbattendo la porta; più sovente alla chetichella e a testa bassa. Chi entrava davvero e sinceramente in crisi, chi aveva paura di continuar a compromettersi, chi cercava un lavoro, chi si faceva una famiglia, chi pensava alla carriera, chi prendeva una tessera di partito che - a differenza di quella del MSI - gli garantisse un domani, chi si accorgeva di aver intanto cambiato idea e chi si rendeva conto di non averne mai avuta una al di là dei simboli e degli slogan, spesso démodés e di cattivo gusto.  Qualcuno, come Roberto Mieville o Adriano Romualdi, moriva. Qualcun altro - pochi per fortuna, come Franco "Giorgio" Freda su cui si è stesa la coltre della "morte civile"-  scompariva inghiottito dai gorghi del pasticciaccio brutto del terrorismo e degli "Anni di Piombo". Qualcun altro ancora - come l'autore di queste righe e, una quindicina di anni più tardi, Marco Tarchi - dopo qualche esperienza parapolitica "radicale" o "alternativa" approdava al mondo dello studio e della ricerca scientifica, che tutto sommato era l'unico che gli si confaceva. Altri infine, come Roberto e Paolo Vivarelli o Beppe Vacca o Giulio Salierno o Carlo Mazzantini o Stanis Ruinas o Antonio Pennacchi o i "ragazzi di vita" di Pierpaolo Pasolini, passavano in vario modo al "nemico" (ammesso che fosse quello il nemico): magari per un paradossale eccesso di coerenza e di fedeltà, facendo un percorso inverso ma in fondo soprattutto convergente e complementare rispetto a figure come Nicola Bombacci, come forse sarebbe accaduto a Berto Ricci se non fosse andato lucidamente e disperatamente a cercar la Bella Morte.


            Eppure, qualcosa era rimasto. Finché, politicantismo parlamentare e ipocrisia di federali e di funzionari a parte, le condizioni politiche ci obbligavano nel MSI e dintorni a un iterato nondum matura est, restava l'illusione di essere degli emarginati perché, in un mondo di vili e di corrotti, noialtri eravamo nonostante tutto migliori degli altri. Finché c'erano gli altri a considerarci diversi, a ripetere che non dovevamo aprlare nelle assemblee e che il miglior fascista era quello morto, la nostra Voce poteva pur orgogliosamente dirsi quella della Fogna. Nell'immenso oceano delle nostre idee confuse sì ma non certo poche, nel Grande Magazzino di noialtri Eversivi e Refrattari, c'era tutto e il contrario di tutto. C'erano il Sacro Romano Impero e la Vandea, la fedeltà al Re ("Dio guardi!") e al Papa-Re, ma anche la Rivoluzione sociale e il mito - nato "a sinistra" contro il Trono e l'Altare, scivolato "a destra" contro  la sovversione materialistica - della   Nazione.


 

Che cos'era dunque la Destra, che cos'era la Sinistra? Se lo sono chiesti in tanti, ce lo siamo chiesti in tanti, prima di Giorgio Gaber. A suo tempo, qualcuno ha dato perfino ascolto ad Armando Plebe e un po' tutti abbiamo giocato al quiz proposto da "L'Espresso", quello col cane di destra e il gatto di sinistra, la vasca da bagno di destra e la doccia di sinistra, il bluson noir e gli stivali a punta di destra versus l'eskimo e gli scarponi di sinistra, Battisti (nel senso di Lucio) di destra e Guccini di sinistra.


Quando avevo vent'anni e mi piacevano Nietzsche, Sorel e un po' anche Bakunin, ero missino ma la destra non mi diceva nulla: mi piaceva il gesto di D'Annunzio che scavalca i banchi parlamentari correndo a sinistra, "verso la vita", mentre sapevo bene che Mussolini aveva scelto per la sparuta pattuglia dei deputati fascisti entrati di fresco a Montecitorio l'estrema destra come cosciente provocazione contro la "Destra" e la "Sinistra" storiche dell'Italietta. Sapevo bene che il fascismo veniva da sinistra, era un figlio del socialismo: figlio discolo, teppista e degenere finché si vuole, ma legittimo. Se il pugnale del Luccheni che lacerava la carne dell'imperatrice Elisabetta (quella poi portata sul grande schermo da Aca Gardner, da Romy Schneider, da Monica Vitti!...) mi appariva già da allora un sacrilegio blasfemo, consideravovo in cambio Gaetano Bresci che spara al "Re Buono" un giusto vindice dei cannoni dell'infame Bava Beccaris puntati a zero contro la povera gente:  e un giovane geniale universitario, Gabriele Truci - filosofo e musicologo, beethoveniano di stretta osservanza, caduto a ventitré anni dal cielo sullo Starfighter che guidava come sottotenente d'aeronautica - mi confortava nel mio "fascismo di sinistra" uscito da una costola della gloriosa Unione Sindacale Italiana. Contemporaneamente a quella scelta storico-politica, però, mi affascinava la "Destra cosmica" proposta da Attilio Mordini, da Fausto Belfiori, da Primo Siena: gli eletti alla Destra del Padre, Destra versus Sinistra come il Sopra divino contrapposto al Sotto infero, Luce contro Tenebra. Del resto ero cattolico, come con qualche occasionale debolezza sono grazie a Dio sempre rimasto:  e mi sentivo fermamente, solidamente ancorato  alla Dottrina Sociale della Chiesa alla quale amavo avvicinare la bozza di costituzione della Repubblica Sociale, i "Diciotto Punti di Verona", almeno per i capitoli dedicati appunto all'economia e alla socialità.  Il mio ideale sarebbe stato la quadratura del cerchio, la composizione di quell'ossimorico enigma, la conciliazione tra Sinistra apocalittica e Destra ontologico-metafisica.


Ma ci si poteva accontentare anche di meno. Ed ecco le aporie, le contraddizioni.  Per molti di noi, la Destra stava nell'inginocchiarsi dinanzi all'Altare della Patria; per molti altri, nel sogno di vederlo saltar in aria. Si stava "a destra" con De Maistre e con Donoso Cortés, con Schmitt e con De Unamuno; ma anche con Sorel e con D'Annunzio, con Mussolini e con Perón; qualcuno, tra Anni Settanta e Anni Ottanta, decise di stare "a destra" perfino col "Che" Guevara. Si discuteva sulla differenza tra "essere di destra" e "stare a destra". Si evitava accuratamente di porci qualche imbarazzante questione: stendevamo un velo pietoso, e forse anche un po' ipocrita, su quello che per analogia con il "socialismo reale" potremmo definire il "fascismo reale", quello del compromesso con il capitale, della repressione poliziesca, del colonialismo tardivo ma non meno feroce, del razzismo e del genocidio. In quanto "fascisti immaginari", ci autoassolvevamo da colpe e da doveri di critica. La nostra emarginazione ce lo consentiva in quanto non c'imponeva né una discussione né una verifica che, al di fuori di noialtri quattro gatti, non sarebbero interessate a nessuno: e ciò, nella già incipiente "società dello spettacolo", ci procurava l'ebbrezza maniacale e il senso di onnipotenza-impunità che sono  propri, appunto, del delirio degli impotenti.  Eppure il nostro sogno, sia pure irrealizzbile, era a modo suo nobilissimo: la conciliazione fra Tradizione, Nazione e Giustizia Sociale; e quindi l'avventura cavalleresca, Ungern e Harrer, Lawrence d'Arabia e i mercenari "cuori-di-tenebra" nel Katanga. Mitologia, mitopoietica, metapolitica, antipolitica. L'onore che si chiama fedeltà e la libertà più assoluta e insofferente di limiti. La frontiera onirica sul ciglio della quale il Monarca e l'Anarca s'incontrano e si abbracciano. 


Quel che oggi mi viene al riguardo da pensare, e so bene che questa è la riflessione di un vecchio insegnante, è che  al riguardo sarebbe stato necessario almeno un po' di rigore storico: e forse, come si recita nel seder pasquale ebraico, "ci sarebbe bastato", anche se in realtà ignoro fino a che punto sarebbe stato sufficiente. Ma se ne avessimo disposto di un pizzico di senso storico in più  avremmo visto bene, e ce ne saremmo accorti con chiarezza, come la radice dei nostri malintesi e dei nostri disagi stesse tutta - Zeev Sternhell lo ha spiegato con grande lucidità - nel groviglio di eventi e nel piano inclinato di malintesi maturato tra la "rivoluzione" del 1830 e quella del 1848: quando le borghesie europee, impaurite per l'ascesa del Quarto Stato, avevano mischiato le loro idee, le loro aspirazioni e i loro interessi "nazionali" con una buona dose di quelle istanze "tradizionaliste" che fino ad allora erano state proprie di una  Destra cattolica, legittimista e comunitarista (quella che tra Sette e Ottocento aveva agito in Vandea, in Navarra, nell'Italia delle "insorgenze", in Irlanda, in Svizzera...), che esse avevano fino ad allora odiato e considerato la loro  massima nemica. Da quel foedum impius tra cascami della Tradizione e borghesie "nazionali" era derivato tutto il resto: quello era stato - cari camerati che volete tornare a Itaca - il ""cavallo di Troia" attraverso il quale e con l'alibi della paura del "Quarto Stato" il capitalismo, il borghesismo e il liberismo si erano insinuati in quel che restava del bastione antimoderno compromettendolo del tutto. E invece io continuo a sognare il miracolo del saldarsi appunto antimoderno delle forze della Tradizione con quelle del Quarto Stato.


Perché la radix omnium malorum, non dimentichiamolo, è stata la rivoluzione della Modernità intesa anzitutto come individualismo e come Volontà di Potenza connessa con l'inversione - maturata tra XII e XVI secolo e sfociata nella follìa conquistatrice e rapinatrice del mondo - del rapporto tra produzione e consumo, quindi con il primato dell'economico e con il processo di secolarizzazione che ha desacralizzato il potere politico e del quale le Chiese cristiane storiche dell'Occidente sono esse stesse corresponsabili. Individualismo e Volontà di Potenza che ci hanno strappato dall'antica, millenaria regola secondo la quale si produce per consumare; che ci hanno obbligato a consumare sempre di più per poter produrre sempre di più in una ruota dei dannati che ci ha costretti a inghiottire il mondo senza per questo saziarci;   che ci ha resi schiavi delle regole del profitto e del progressismo faustiano, la regola del quale è la distruzione progressiva e irrefrenabile di qualunque "cultura del limite". La grande apostasia è cominciata quando l'Europa ancora cristiana ha definitivamente accantonato la prospettiva scolastica che impostava  quello tra homo e communitas come un rapporto tra imperfezione e perfezione, e quindi della perfezione della comunità di fronte all'imperfezione del singolo individuo - che non diventa persona se non nella sua dimensione sociale, nel suo rapporto con gli altri - fondata sulla base di un'unità e di una gerarchia esistenti nella società in analogia con quelle che reggono il cosmo: perché "sicut homo est pars domus, ita domus est partis civitatis: civitas autem est communitas perfecta, ut dicitur in I Politicae. Et ideo sicut bonum unius hominis non est ultimus finis, sed ordinatur ad bonum commune, ita etiam et bonum unius domus ordinaretur ad bonum unius civitatis, quae est communitas perfecta"; e di conseguenza, "bonum proprium non potest esse sine bono communi vel familiae vel civitatis aut regni" (Thomae Aquinatis Summa theologiae, I.a. II.ae, q. XC, art. 3 e II.a II.ae, q. XLVII, art. 10, sulla scorta della Politica aristotelica). Tutte le grandi civiltà dell'antichità e per quel che ne sappiamo dello stesso medioevo occidentale si sono naturaliter ordinate a questo principio che Tommaso lucidamente codifica in pieno Duecento: qui sta il nucleo forte e profondo della natura umana, dell'homo politicus che in quanto tale è anche homo religiosus, quindi del fondamento stesso di quel "diritto naturale" che oggi, lontano dal dogma e a oltre mezzo millennio dall'avvìo della rottura apostatica, appare tanto arduo non solo a restaurarsi, ma anche a definirsi per il presente. Poiché il faustismo, una volta accettato sia pur in parte e ancorché in inizialmente limitata misura, divora  inarrestabile tutto e conduce fatalmente alla legittimazione dell' homunculus.


In fondo, cari amici, sia pure con molti errori e con una prospettiva neopagana e immanentistica di fondo che quanto meno a me cattolico lo rendeva inaccettabile, tutto ciò era stato sul serio spiegato con una qualche efficacia nella Rivolta contro il mondo moderno di quell'a noi ben noto Innominabile Jettatorio Barone dal magistero del quale in un modo o nell'altro almeno noialtri nati fra il '30 e il '60 siamo stati tutti toccati e al quale dobbiamo pertanto esser tutti grati. 
        .


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