Verità, riso ed erbe amare. Trasfigurazione e morte di una religione: l'ebraismo. Un caso editoriale

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ERBE AMARE: il secolo dell’antisemitismo il secolo del sionismo Gli ebrei hanno ancora una religione?



Da anni si parla di Ebraismo senza gemere su ciò che è diventato: un fenomeno alla deriva politica rivestito d’aura religiosa. Il lettore viene guidato in viaggio  nel modo arcaico e moderno con stile avvincente  e  non privo  d’ironia, attraverso narrazioni che sminuzzano la figura dell’ebreo assurto a icona della vittima oppressa e svelando ottusità e fanatismi che hanno imposto al mondo equivalenze pericolose: Ebraismo uguale Stato d’Israele, antisionismo uguale antisemitismo. Originale la difesa di Pio XII. L’esame dei dibattuti fatti storici è servito per analizzare la psicologia motrice della locomotiva che da decenni tira il carico di falsità mirate a colpire la figura di Eugenio Pacelli. Erbe Amare è un libro che ha coraggiosamente osato e che è destinato a rimanere per divenire più attuale col trascorrere del tempo.



Copertina del libro “Erbe amare: il secolo del sionismo” di Ariel Levi di Gualdo
La storia vera è l’opera di chi si colloca là dove nessuno vorrebbe essere, nell’umiltà del servizio, nell’insignificanza apparente della bontà, Nel silenzio degli uomini di buona volontà  Ermes Maria Ronchi  [ Da una riflessione sul Natale, 2007 ]. Nel lontano 2002 Ariel S. Levi di Gualdo scrisse il suo lungo saggio sull’ebraismo, Erbe Amare, ultimato nel 2005 e poi pubblicato nel 2007 dalla Casa Editrice Bonanno.


Questa opera è particolarmente centrata sulla visione sociale e politica del sionismo e l’analisi del suo insito messianesimo politico, ideologicamente portato avanti da persone marcatamente miscredenti, tali erano infatti nella maggior parte dei casi gli stessi fondatori del movimento sionista. A ciò si mescolano, di conseguenza, forme di notevole incoerenza interna, dovute principalmente a un abuso affatto disinteressato, anzi prettamente utilitaristico della dimensione religiosa.


Trascorsi svariati anni, l’autore aspetta sempre, nella sua quieta residenza di Roma, qualsiasi genere di risposta, confronto o smentita a ciò che ha scritto. Avvolto dalla tranquillità propria di coloro che sanno di avere fatto qualche cosa di utile, non altro per avere redatto questo articolato lavoro scientifico con tanta buona volontà e sempre nel lucido ossequio alla verità.


A SERVIZIO DELLA STORIA VERA


Come studioso attento e acuto, paziente e critico, imparziale e diretto, oltre che minuzioso e pignolo oltre misura nella ricerca storico-scientifica e anche stilistica, Levi di Gualdo ha reso onore a questa idea espressa da Padre Ermes Maria Ronchi:


«La storia vera è l’opera di chi si colloca là dove nessuno vorrebbe essere, nell’umiltà del servizio, nell’insignificanza apparente della bontà, Nel silenzio degli uomini di buona volontà».


Quindi l’autore si è posto nel luogo del servizio senza avere l’ultima parola sull’argomento, senza mai pensare di essere giudice perfetto, ma comunque equo. Con maestria e conoscenza enciclopedica rende comprensibile una questione difficile, che ha avuto però la capacità di rendere accessibile e comprensibile a chiunque. Non si aspetta la riconoscenza mediatica del momento al presente, perché è uno di quei rari autori che attende il giudizio positivo della storia vera, fatta nel silenzio degli uomini che cercano la verità nella loro onesta buona volontà.


FINIAMOLA CON IL BUONISMO : UN CONTO È L’EBRAISMO, UN ALTRO IL SIONISMO


Nella introduzione all’opera , l’autore usa una frase sintomatica: «La carità senza verità è zoppa, la  verità senza carità e cieca. La carità si compiace della verità nella misura in cui la verità si compiace della carità». Usando sia il metro sociologico che quello giuridico Levi di Gualdo affronta il complesso tema circa il buonismo che la società europea, ma non solo, comprensibilmente traumatizzata e affetta da storici e incancellabili sensi di colpa, ritiene di dover riversare sempre, comunque e al di là di tutto, sul “popolo eletto”.


L’autore procede operando sin dalle prime pagine una decisa scissione: separa l’Ebraismo e la tradizione ebraica dal Sionismo politico. La sua analisi, partendo da cause sociologiche e politiche, giunge per queste vie anche a quelle religiose. Espone con dovizia di particolari, fonti e prove che quella che i sionisti e i simpatizzanti sionisti amano chiamare «l’unica democrazia del Medio Oriente», ossia lo Stato di Israele, è di fatto una teocrazia religiosa in seno alla quale, a determinare la politica, il diritto civile e il diritto amministrativo, sono le caste rabbiniche ortodosse, vincolanti, ad esempio, nel conferimento o no della cittadinanza, o nella applicazione della cosiddetta legge del ritorno che consente, a ogni ebreo del mondo, il diritto automatico di cittadinanza in quel Paese.


Il tutto sotto la protezione della lobby sionista, composta perlopiù da soggetti che, come spiega l’autore, da una parte si dichiarano atei, non credenti o nella migliore delle ipotesi non interessati alla religione, dall’altra rivendicano al momento opportuno, con la Torah alla mano, che quella terra è stata data a loro da … Dio.


NON È LO “STATO EBRAICO”



Da più di mezzo secolo l’Europa, per i noti e disastrosi eventi legati al secondo conflitto mondiale, ha un atteggiamento politico accondiscendente verso questo Paese, di conseguenza verso il movimento sionista internazionale, quindi di misericordiosa e a tratti illogica compassione verso tutto ciò che a vario titolo tocca direttamente o indirettamente l’Ebraismo. Un approccio socio-politico indubbiamente sbagliato, specie quando si confonde pericolosamente la religione e la cultura ebraica con il sionismo politico, mossi spesso da una mancanza di conoscenza storica delle radici che hanno formato questo popolo antico e complesso.


Per esempio: l’autore fa notare come molti politici, pubbliche autorità statali, giornalisti e scrittori di varie parti del mondo, si rivolgano comunemente allo Stato d’Israele chiamandolo: lo “Stato Ebraico”. Acutamente Levi di Gualdo fa notare tra le sue righe: «Cosa accadrebbe, per esempio in Italia, dove oltre il 90% della popolazione è iscritta sui registri battesimali delle parrocchie, se qualcuno, specie una autorità politica, od un giornalista su una grande testata o su una rete televisiva dinanzi a più milioni di spettatori, si rivolgesse al nostro Paese chiamandolo “Stato Cattolico”?».


Una domanda alla quale l’autore dà subito risposta affermando con ragione non passibile di facile smentita che il tutto finirebbe con « le barricate in piazza nel giro di poche ore ».


NON SI PUÒ GIUDICARE LA STORIA, MA NEMMENO IGNORARLA


Sul piano sociologico Levi di Gualdo ci mostra una religione dall’interno, spiegando al lettore, pure a quello che non conosce questo pianeta, la complessità religiosa e sociale spesso velata dal mistero, fino a farla diventare semplice e facile da capire come se fosse una lezione di scuola elementare. Dopo tanti anni di studio e di conoscenza diretta, Erbe Amare presenta e decifra le cause originali, i pregi e i difetti che hanno contribuito alla formazione della prigionia che gli stessi Ebrei si sono costruiti tra le mura impenetrabili del ghetto, del gruppo chiuso o del popolo scelto dove un passato memorabile è stato ridotto a una intricata matassa di contorti capricci rabbinici, gestiti secondo le esigenze e i singoli potenti del momento.


L’autore non giudica la storia, meno che mai in modo perentorio, specie trattandosi di contesti complicatissimi dove non è possibile tracciare delle nette linee divisorie tra buoni e cattivi, tra carnefici e vittime, specie nel passaggio della macabra stagione della Shoa, fino alla creazione dello Stato d’Israele attraverso il quale diversi Paesi sembrano in qualche modo essersi assolti.


Troppo spesso esprimere un giudizio negativo sull’operato di Israele è sbrigativamente liquidato come anti-semitismo…
COME ANDÒ VERAMENTE CON PIO XII


Non solo l’autore espone i dati storici oggettivi, ma li supporta con più di 430 citazioni, una vera e propria mole di testi e documenti storici, particolarmente presenti nel capitolo quinto, dove offre una spiegazione che per molti può risultare imbarazzante, ma comunque mirata a difendere col vero e lo storico dato di fatto ciò che invece in troppi non vogliono ricordare o sapere, riguardo il complesso periodo della seconda guerra mondiale in cui si colloca la figura del Romano Pontefice Pio XII. Già il titolo di questo capitolo, il più lungo di tutti, è di per sé una spiegazione:


«Il Gran Padre e il non sufficit del figlio tradito». Pio XII ha fatto tutto ciò che era in suo potere fare, andando anche oltre il possibile, mentre ben altri e grandi potenti tacevano con opportuno cinismo politico. Questo il motivo per il quale il Sommo Pontefice, nell’immediato dopoguerra, ricevette le più alte, grate e commoventi attestazioni di riconoscenza da parte dei più alti esponenti dell’Ebraismo internazionale, racchiuse in documenti di grande interesse storico che a uno a uno l’autore riporta.


Pur malgrado, per assurdo paradosso , a partire dagli anni Sessanta del Novecento i figli dei protagonisti diretti di quegli eventi, ma soprattutto i loro nipoti nati tra fine anni Sessanta e inizi anni Settanta, presero ad attaccare in modo inaudito la figura di Pio XII smentendo, di fatto, ciò che i loro nonni, in grata e devota riconoscenza, avevano dichiarato come protagonisti degli eventi o testimoni oculari, circa gli aiuti avuti e le protezioni tutte provenienti da precise decisioni dettate dalla volontà di Pio XII. La figura di Eugenio Pacelli è stata ripetutamente attaccata da un certo mondo ebraico e non solo, mediante pragmatico ricorso al falso, o a documentazioni alterate da interpretazioni a volte rasenti il ridicolo.


Memorabile, sempre a proposito delle pagine scritte su Pio XII, la sferzata che l’autore – all’epoca secolare e non ancora sacerdote – dà ad Alberto Melloni, accusandolo di palese disonestà per avere riportato un documento incompleto, quindi alterato, come notizia sensazionale sparata a tutta colonna sul Corriere della Sera il 28.12.2004, senza che mai l’illustre cattoprogressista e cattomunista della scuola dossettiana di Bologna, sebbene apertamente accusato di dilettantismo storico e di disonestà intellettuale, e per di più ai danni della memoria di un pontefice, abbia mai replicato, e soprattutto smentito (Cit. Erbe Amare, pag. 274).


AFFRONTANDO IL RAZZISMO EBRAICO E…L’ “EBREO PATOLOGICO”


Nella stessa misura, l’autore, nel primo capitolo, ed a seguire in tutto il libro, espone, argomenta e contesta la nociva impostazione di certe frange ebraiche, in particolare quelle ortodosse e ultra ortodosse, che si auto escludono dal mondo circostante attraverso quello che lui chiama il “ghetto psicologico”, quindi affronta il delicato e scomodo tema del razzismo ebraico, affermando e spiegando che certi esponenti del mondo ebraico sono razzisti come da sempre lo sono gli esponenti di tutte le più diverse minoranze sociali, politiche e religiose di questo mondo.


Nel secondo e terzo capitolo l’autore, per la prima volta nella storia, tra battute ironiche, a tratti quasi irriverenti, dopo avere coniato l’immagine allegorica dell’ “ebreo patologico”, ci guida tramite questa sorta di Pulcinella in un mondo a tratti quasi surreale, spiegando in che modo, le persone che si prendono di rigore sempre molto sul serio, finiscono per essere i comici migliori, i più straordinari; e lo sono perché sono dei comici del tutto inconsapevoli di esserlo. Tutto questo si incentra sul racconto di come sono nate certe tradizioni alimentari, sessuali e politiche fondate non sulla scrittura o l’Antica Alleanza, ma solo su convenienze utilitaristiche proprie dei potenti, o più semplicemente delle caste rabbiniche che dovevano tenere sotto rigido controllo l’intera popolazione ebraica.


L’ANTISIONISMO NON È ANTISEMITISMO



la morte di una religione (nella foto, cimitero giudaico di Praga)
Nel corso dell’intero libro, l’autore tratta in vario modo anche il problema israelo-palestinese, sempre operando la netta divisione tra Ebraismo e Sionismo politico. Ecco un frammento per capire sia lo stile sia lo spirito di fondo: «Il dramma palestinese è una dolorosa realtà ma rappresenta un problema a sé stante che non andrebbe accostato all’Ebraismo. L’ebreo patologico che spiega in televisione: “Chi è contro la politica dello Stato d’Israele è antisemita”, in verità è un tremendo pericolo pubblico. L’antisionismo non può essere equiparato all’ antisemitismo. Di antisemitismo si può parlare se gruppi facinorosi levano a pretesto la politica e usano le sofferenze dei palestinesi per appiccare fuoco alle sinagoghe di Francia e Belgio, semmai gridando “pace a tutti i costi”» (Cit. pag. 121).


UN LIBRO “GIOVANILE” CHE É SEMPRE ATTUALE


Nel sesto e ultimo capitolo l’opera si conclude con una profonda rivalutazione della stessa Torah e dell’Ebraismo senza formalismi, posizioni politiche o storiche, per ripristinare la fede originale soffocata spesso dagli stessi credenti, specie quelli che si dichiarano devoti duri e puri, o peggio quelli che si servono del pretesto delle religioni per tutt’altri scopi, sempre e di rigore poco nobili.


Quando il libro fu presentato nel maggio 2008 al Salone Internazionale del Libro di Torino, il giornalista e storico Andrea Tornielli disse: «[…] l’opera è definita dall’autore come un libro “giovanile che oggi scriverei diversamente, con meno ironia”. Eppure, proprio oggi, ad alcuni anni di distanza, le sue analisi cominciano a essere assunte in ambito storico e sociologico, tra altri anni saranno probabilmente molto più attuali ancora». Aveva ragione. Infatti, Ariel S. Levi di Gualdo, ha fatto storia, muovendosi nel suo presente, ma guardando a un futuro che a poco a poco si sta realizzando, nel bene e, purtroppo, anche nel male; quel male che tra le sue righe egli tenta di scongiurare.

 
Il maggiore (e solo) benefattore del popolo ebraico durante la guerra. E il più calunniato: dagli ebrei, ma quelli nati dopo la guerra. Perché occorre onestamente riconoscere che, con altrettanta onestà, e gli ebrei romani (nascosti, durante le deportazioni naziste, nelle chiese, sacresti e conventi di tutta Roma, appartamenti papali compresi) e lo stesso stato d’Israele, a guerra conclusa, attraverso il primo ministro Ben Gurion ufficialmente riconobbe i meriti del papa e lo ringraziò. L’autore del libro “Erbe amare. Il secolo del sionismo”: il sacerdote Ariel Levi di Gualdo.

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