«MEETING», il fumo tossico di CL - PARTE II

Roberto Dal Bosco | Piero Vassallo 23 Agosto 2014 EFFEDIEFFE.COM

«MEETING», il fumo tossico di CL - PARTE II


Purtroppo, come già abbiamo accennato, la storia della decadenza di CL non va imputata solo al personale politico scadente quando non corrotto che ne ha composto le fila, ma deve essere denunciata anche nella sua intima struttura dottrinale, ossia nel pensiero di Don Luigi Giussani.

Sulla consistenza dottrinale del Giussani il dubbio era stato sollevato già nel 1976 da don Ennio Innocenti, teologo di salda ortodossia e di profonda cultura, oltre che studioso tra i massimi conoscitori della gnosi: «che la base sia spuria lo si deduce anche dagli autori che vengono esibiti dal Giussani come bandiere del Movimento: De Lubac (noto teilhardiano, deviazionista sulle tesi del soprannaturale, come ha ribadito il cardinale Siri); Mazzolari (vecchia conoscenza del S. Uffizio); il don Milani di “lettere ad una professoressa”» (Ennio Innocenti, Focalizzazioni, Roma 1989; p.163).

Robi Ronza
L’allarme di Don Innocenti non ebbe purtroppo seguito. Ma con il passare del tempo le sue riserve sono state confermate da numerose i e gravi infortuni, dei quali sono responsabili gli organizzatori del Meeting riminese e i redattori de Il Sabato, la defunta rivista ciellina che pure tanti bei contenuti era riuscita a produrre e tanti talenti aveva allevato. L’elenco delle disavventure e l’uniformità del timbro che è impresso su di esse, desta la più viva inquietudine. Non c’è l’indizio della casualità: al contrario, gli infelici eventi sembrano disposti da una regia lucida e avventurosa per il film di un volo nella ragnatela.

Ricordiamo alcune delle più penose e ridicole autoreti: l’infatuazione pel «profeta» efebofilo comunista Pier Paolo Pasolini, verso le cui elucubrazioni («Petrolio», «Salò») gli intellettuali ciellini mai fecero un passo indietro; l’esaltazione e la diffusione fra i giovani del fior fiore della letteratura decadente e neognostica (Leopardi, Kafka, Mann, Pavese…); la difesa dello psicoanalista trasgressore Armando Verdiglione; il disarmato dialogo con teologi in disordine (l’adelphiano Quinzio, ad esempio) e pensatori di evidente matrice neognostica (l’adelphiano Cacciari); il culto feticistico tributato ad un’opera tenebrosa ed oggettivamente blasfema come In Exitu di Testori, funerea apologia della morte marchettara che altro non rivela se non l’ambigua psiche malata dell’autore; il repentino e capriolesco passaggio dal proibizionismo all’antiproibizionismo sulla droga; la sconsiderata dichiarazione per la preferenza per la massoneria libertina, surrettiziamente contrapposta ad una altra (immaginaria) massoneria, che sarebbe più detestabile in quanto moralista e perbenista; il pittoresco tifo per Bill Clinton (abortista dichiarato e radical chic di lungo corso e tiro); lo spazio concesso da Il Sabato alle esplosioni di furore anticattolico del filosofo Emanuele Severino (che ora, sul Corriere, fa stampare strambi e inquietanti inni para-satanici per brindare alla apocalittica fine della Chiesa).


Poi sopra ogni cosa, al Meeting ci fu la scena madre: Aldo Busi che lancia una dichiarazione d’amor omofilo e gerontofilo a Giovanni Testori («vieni giù, bel vecchio, che ti …») davanti ad una attonita platea di giovani che in cuor loro pensavano di essere finiti ad un evento cattolico.

Tutto fumo, asfissiante come gli spazi gremiti della fiera di Rimini, e tossico come il protagonista di In Exitu.

Propinare tutto il veleno che abbiamo qui elencato, al fine di scuotere borghesi moralisti e gnostici, è operazione culturale insensata e segno di fragilità e di beato conformismo. È illudersi che di gettare le reti nel mare di questo mondo mentre si è impigliati nelle sue trame sottili. Combattere il veleno neognostico assumendone dosi massicce.

L’amara verità è che il ventoso estetismo, che incensa feticci da «ritirata», procede da una cultura teologica e filosofica privata delle indispensabili difese immunitarie.

Nella citata intervista di Ronza, il Giussani accusò la neoscolastica (in particolare quel nucleo vitale che era rimasto all’Università Cattolica del Sacro Cuore) come principale se non unica fonte delle deviazioni e dei compromessi che avevano indebolito l’area cattolica. Egli mosse un’accusa molto grave e circostanziata: i neoscolastici avevano seminato rovine con il teorizzare «la separazione fra temporale e religioso, che in seguito avrebbe causato l’eclissi della presenza cattolica nella società italiana» (Robi Ronza, op.cit., p.22). Diviene chiaro, quindi, che quello di Giussani è un titanico, estremo tentativo di ricostruire integralmente la mente cristiana della società.

Questa interpretazione è legittima, dal momento che Don Giussani ha sciolto ogni dubbio, affermando che nella DC, nel partito in cui CL, per il tramite del MP, intendeva agire come fermento di vita cristiana, la separazione del temporale dallo spirituale era stata attuata per effetto di un acritico cedimento al relativismo e al soggettivismo di matrice laico-liberale.

Vi è insomma in Giussani un progetto grandioso, ambiziosissimo, invero ammirevole. Per lo meno in partenza. Eppure, non possiamo fingere di non vedere come la tesi ciellina sull’inizio della vita cristiana sembri superficiale e mondana: ci viene detto, mostriamoci conformi all’attesa della «perdizione moderna», lieti, disinibiti, inoffensivi. L’uomo contemporaneo non indaga, non pone domande, sostiene Giussani. È ottenebrato. Per farlo uscire dal suo guscio, per indurlo a porre domande è necessario procurargli l’emozione di un incontro («meeting») luminoso. È impossibile non vedere qui l’influenza di certo sensismo tipico del dopoguerra, di quel filone di pensiero che portò a programmi di manipolazione della gioventù tramite eventi di massa come i concerti rock (Woodstock, etc.) e cortei, e «esperienze» come quelle della dannata rivoluzione sessuale e della diffusione delle droghe psichedeliche.

Dalla lettura dei testi si ha l’impressione che la fede si comunichi attraverso delle visioni: «quando si è vista una cosa, non si può negare di averla vista, se non dicendo coscientemente una menzogna… Tutto questo inizia con l’avvenimento cristiano che irrompe nella nostra vita: un incontro con la realtà umana che porta con sé l’evidenza di una corrispondenza del divino che entrato nella nostra storia». (Don Giussani, «In Cammino», Il Sabato 22 agosto 1992).

Da simili espressioni si è indotti a ritenere che per il fondatore di CL la conversione a Cristo consista nella novità di uno stato d’animo («immaginifico»), cioè l’ammirazione che sorge alla vista dei fedeli riuniti in comunità — o dentro i vaporosi capannoni della Fiera riminese. Sembra che per Don Giussani sia da escludere che la conversione consegua all’ascolto della parola o alla lettura casuale o ispirata di un testo sacro. Possibilità che, invece, si è attuata più volte nella storia (e non solo nella storia di Sant’Agostino). Parimenti, parrebbero escluse quelle conversioni che avvengono in contesti privati, lontani da processi sociali pubblici o addirittura contro di essi. Quei giapponesi del XVII secolo che in cuor loro si convertirono vendendo il pubblico martirio dei cattolici perseguitati dallo Shogunato – cantavano mentre andavano incontro alla morte per combustione, crocifissione, squartamento, annegamento – di fatto difficilmente rientrano nella filosofia del Meeting.

La sapienza ha principio dal timor di Dio (timor Dei est initium sapientiae), dal dolore e della vergogna, non dal sorriso messo in mostra dal fedele che si incontra casualmente. È il timor di Dio che induce a cercare il volto misericordioso della Chiesa, e non viceversa. Sorridere alla perdizione moderna è un atto gratuito, se la perdizione non si riconosce come tale. Il Cristianesimo è incontro con Dio e con la persona di Gesù Cristo. L’illusione di surrogare il potere della Parola con il fascino della «realtà umana» e di «incontrare», in tal modo, la perdizione moderna per riassorbirla è puerile ed esiziale. L’uomo moderno è nella sofferenza. E la sofferenza invoca la verità salvifica, non l’incontro piacevole. È illusorio ritenere che l’incontro con la tollerantissima carità proceda l’incontro con l’intollerantissima verità. Infatti è questo l’inganno e la perdizione moderna: credere che bontà e menzogna siano coniugabili. Non è più sufficiente svelare come le connessioni tra pensiero laico liberale e radicalismo: necessita il coraggio di rinunciare alle seduzioni del cattolicesimo liberale.

Alla lucida formulazione del problema del cattolicesimo italiano del XX secolo e al formale rifiuto del pensiero laico-liberale, Don Giussani ha invece fatto discendere programmi timidi e pratiche che esaltano la bontà che si nasconderebbe nella filosofia e nella letteratura anticristiana. Come, con una ulteriore immagine necrologica, è scritto da Giussani ne Il Sabato del 22 agosto 1992, «foss’anche un sottilissimo filo dentro un enorme groviglio o la bianca dentatura della carcassa marcita di un cane».

Percorrere i labirinti dove sono ammucchiate le carcasse anticristiane ha il significato di un «abbraccio che esalta il valore immanente di ogni cosa».

Don Ennio Innocenti metteva in luce il rischioso irenismo con il quale Don Gius intendeva l’apostalato fra i giovani: «se anche su mille studenti ce ne fosse stato uno solo non cattolico, l’associazione avrebbe dovuto fondarsi su valori umani accettabili anche da colui, per un dovere di rispetto e accoglienza della sua posizione» (Robi Ronza, op.cit.).

Vi sono qui con evidenza cifre relativiste. I valori umani di cui parla sono gli stessi ideali universali cripto-massonici di cui si fa alfiere tra i mestatori anticattolici un Mancuso o un Enzo Bianchi. La gravità di quanto detto in questa intervista al Ronza è patente, al punto che è impossibile non pensare, oltre che alle oscenità moderniste, anche al presente Papa che davanti a Eugenio Scalfari niente di meglio trova da fare che scagliarsi contro il «proselitismo».

Don Innocenti parla di fonti inquinate: ma di contaminate non ci sono solo le radici, visto che CL ha proseguito ad inquinare di sua sponte, impiegando tanti denari nella diffusione di un fumo tossico e mortifero del quale, da cattolici, è impossibile vedere il senso. La Jaca Book, la sontuosa casa editrice del Movimento creata da Robi Ronza, pubblica De Lubac infatti. Ma non si limita a quello: la presenza nel suo catalogo dei libri dell’occultista tantrico Mircea Eliade apre ad una maggiore, inquietante comprensione dell’amore ciellino per un Pasolini od un Testori.

L’osceno scialo del Ciellistan


CL desiderava costruire in Lombardia una macchina umana totale e perfetta. Non si può non guardare con ammirazione a questo grande progetto, di cui oggi vediamo solo la triste rovina. Tanti giovani, tante famiglie, si sono preservate nella Chiesa cattolica grazie alla presenza locale di CL. Ciò va senza dubbio riconosciuto. Tante ragazze – cosa davvero pazzesca al giorno d’oggi – sono riuscite ad arrivare illibate al matrimonio grazie ad una certa tenuta morale del Movimento (sulla verginità sbandierata di alcuni esponenti si racconta invece che sia lecito avere dubbi di tipo «bidirezionale»).

Eppure, a guardare la magnitudine di questa immensa opera di ingegneria sociale cristiana, non si può non rimanere basiti: la montagna non ha prodotto nemmeno dei topolini. La montagna ha prodotto la fiera delle vanità, cioè del niente.

CL, più profondamente ancora della Lega Nord, comprese che l’unificazione economica e morale del territorio profondo era la chiave di volta per rifondare la società lombarda nei tempi dell’imminente dissoluzione politica italiana, la quale – lo aveva ben compreso Giussani – poteva partire da ben prima di Tangentopoli. Occupato il Pirellone, i ciellini capirono che il core business sul quale costruire il loro silenzioso impero doveva essere lo stesso del bilancio regionale: la sanità. Decine di miliardi di euro vennero immessi in un sistema dove le aziende affiliate alla Compagnia delle Opere certo cominciarono a trovare facilità maggiore di ingresso. La Lombardia divenne apparentemente un faro mondiale in fatto di sanità; alcuni ospedali raggiunsero la pazzesca percentuale del 100% di primari ciellini. La cupola industrial-sanitaria lombarda era infinitamente estesa, e distribuiva ricchezza, oltre che a qualche sfrontato faccendiere (pensate non solo alle pazzesche commesse di Daccò o di Simone, pensate anche ai 49 milioni di euro che la magistratura sequestra a Formigoni), anche ad una ben ampia fetta di popolazione fedele al verbo giussaniano.

La Compagnia delle Opere, l’associazione delle 34.000 imprese cielline, viaggia su fatturati di 70 miliardi di euro, superando per numero di associati perfino il capitolo milanese di Confindustria, Assolombarda. Una potenza di fuoco mai vista, in grado di sostenere da sé – questa è la chiave di volta di questa incredibile occasione scialacquata – una nazione intera. Una Svizzera, un Belgio, una Scandinavia. In pratica, un «Ciellistan».

Chi conosce la realtà umana di tante zone lombarde sa di quale macchina si sta parlando qui: esseri umani che nascono dentro CL, vanno a scuola da CL, si fidanzano dentro CL, vanno all’università da CL (magari con vitto e alloggio assicurati), trovano lavoro dentro CL, si sposano dentro CL, muoiono dentro CL (votano dentro CL anche, non dimentichiamolo). In pratica, una cattedrale totalitaria che può creare oltre che una nazione, un esercito intero: in teoria, una fantastica orda d’oro di cittadini cristiani pronti ad assumersi la responsabilità di salvare un paese in disfacimento. L’investimento spirituale ed economico per la crescita dell’umanità ciellina, dall’embrione alla tomba, è stratosferica. Impossibile, in questi giorni, non fare raffronti con l’Islam estremo, il suo sistema di reclutamento e di nation-building.

Nel film Syriana abbiamo visto come Al Qaeda riuscisse a reclutare attentatori suicidi offrendo appena qualche patatina fritta nelle madrasse saudite. Ora, con le cronache dell’ISIS, abbiamo capito che è stato possibile creare un intero nuovo Stato Islamico richiamando dall’Europa qualche immigrato di seconda generazione debosciato a cui l’asse del male USA-Qatar-Ryadh-Israele ha assegnato solo un kalashnikov e l’ordine di sparare a volontà su cosa gli pare (cristiani, yazidi, sciiti, baathisti siriani, soldati irakeni) con come premio al massimo la gioia di postare in rete un bel video di decapitazione.

Lasciateci fare qualche similitudine eretica a base di sgozzatori, visto che va di moda: i mostruosi ragazzini assassini dell’ISIS, di fronte ai pasciuti cervelli eterodiretti cielloidi, quasi brillano per zelo civile, prima che per zelo religioso.

Come la montagna ciellina di danaro (e, in teoria, di preghiere) non abbia prodotto un inscalfibile Califfatto catto-lombardo, rimane davvero un mistero, oltre che l’immagine di uno sperpero storico disperante. Come nel continuum ciellista non vi siano né vera guida, né unità di fondo, né intenzione politica/salvifica di alcun tipo è un delitto, una disfunzione schifosa, quasi pari a quelle delle tasse degli onesti cittadini contribuenti che finiscono nelle tasche della Mafia.

Il Ciellistan senza eroi e oramai senza cassa (i grattacieli regionali sono per sempre perduti) non si capisce come tirerà avanti, né soprattutto, con chi. Non sarà la polimorfa orgia immorale del Meeting di Robi Ronza a ridare vita alla mistica dell’«incontro» giussanico. Non sarà l’arcivescovo Negri, sagoma cartonata che intrappola tanta speranza tradizionalista italiana, uno zucchetto finto-celodurista che nulla ha da ridire nei confronti del suo superiore CEI Galantino, e che il giorno dopo le Europee già faceva intuire come bisognasse leccare i piedi al vincitore Renzi. Non sarà Luca Volonté, insopportabile ex-deputato bruxellita che ha fallito ogni obbiettivo recente, dalle elezioni UE all’ingegnerizzazione della versione sintetica nostrana della Manif pour Tous. Non sarà Bernard Scholz, oscuro basso-germanico a capo degli affari CdO. Non sarà Formigoni, pupazzo colorato oramai bruciato per sempre. Non sarà Don Carron, l’erede di Giussani che nessuno sta a sentire. Non sarà il cardinale Scola, che, poveraccio, è finito nella lista dei papabili più potentemente trombati della storia umana (tragedia per lui, e a ben guardare anche per noi).

CL, è il caso di ammetterlo a chiare lettere, ha fallito. I suoi avanzi umani vanno liquidati al più presto, i locali del Ciellistan vanno aerati il prima possibile. Questo doloroso episodio di sciupo va archiviato sùbito, per concentrare le poche energie rimaste su di un’avventura nuova, stavolta magari corretta sin dall’inizio, fin dalla dottrina.

Di CL non resta praticamente nulla. La vanità, il fumo tossico. Che il Vento dell’Essere se li porti via. Per sempre.

Roberto Dal Bosco e Piero Vassallo


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