«MEETING», il fumo tossico di CL - PARTE I

Roberto Dal Bosco | Piero Vassallo 23 Agosto 2014

PARTE I


La Fiera delle Vanità



Puntuale come le ferie estive che più nessuno può permettersi, è anche quest’anno partito il drammatico carrozzone del Meeting di Rimini. Arcinoto megaevento parapolitico assurto alla categoria dell’inevitabile: non c’è deputatino italiano di destra-centro-sinistra, non c’è giornalista italiano massonico o episcopale, non c’è intellettualoide con libro inutile da presentare che non abbia mai insistito per incistarsi nella florida kermesse cielloide. La quale è una «fiera delle vanità» nel senso della traduzione che possiamo dare alla parola latina vanitas: «inutilità, vana apparenza, menzogna, falsità, inutilità, incostanza, leggerezza, frivolezza, volubilità, millanteria, vanagloria, iattanza, falsità, perfidia».

Chi non vi è mai stato deve figurarsi esattamente quello che è visibilmente, materialmente, letteralmente: una fiera. Una mostra mercato. Una variopinta sagra di parole e di affari. Incessante via vai umano, metal detector, annunci all’altoparlante, il vociare di una massa che dovrebbe essere indaffarata ma non lo è, orride tavole calde con tutti in fila per il panino, tripudianti costosissimi stand dei mega-sponsor e delle aziende dell’apparato della Compagnia delle Opere, polposetto braccio aziendale di CL.

Chiunque abbia visto uno dei chiassosi raduni annuali che lì tiene il Rinnovamento dello Spirito – tanto per restare in tema di limacciosa devianza ecclesiale – si trova davanti ad uno spettacolo decisamente diverso: dai carismatici si vedono religiosi ovunque, gente che si confessa dietro ogni colonna, un popolame che (pur nel suo modo ingenuamente pentecostale) prega, canta, loda il Signore, e nessuno stand assiro-babilonese (al massimo un paio di brutti banchetti che vendono rosari) degli sponsor.

Al contrario, il Meeting si presenta impudicamente come puro evento commerciale, anche se a ragionarci non è davvero dato di capire quale sia il prodotto che intendono propinarti. Sì: se c’è una cosa che è eclissata totalmente dall’Expo ciellista, questa è proprio – per citare il titolo del capolavoro del povero Don Gius – il «senso del religioso».

Di «religioso» il Meeting non ha sul serio nulla. Proprio nulla. Non diciamo così perché stiamo pensando al fatto che l’anno passato la presentazione fu a carico della mammana genocida Emma Bonino: CL se la lavorava da un po’, vedi la oramai storica salivosa copertina del settimane Tempi: si può ipotizzare che ai giussaniani interessi qualche contatto internazionale dell’amica di Soros, così si spiegherebbe anche il loro odierno appoggio incondizionato a Kiev, come dimostra un incontro del calendario in cui un professore ucraino parlerà senza contraddittorio (alla Cattolica, si racconta, i piccoli ciellini nei mesi scorsi hanno issato il bicolore di Kiev: degli abituali amichetti del non lontano consolato americano sono memori anche le nuove generazioni, sembrerebbe).

Non serve nemmeno passare in rassegna la quantità di politici apertamente massoni ricevuti con tutti gli onori dalla massa cielloide, che applaude senza pudore (e soprattutto, senza coscienza di quel che fa) qualsiasi cosa gli si imbocchi, Mario Monti o Andreotti, Berlusconi o D’Alema, De Michelis o Boutros-Ghali, il cardinale Ratzinger e Massimo Cacciari, Cesare Romiti o Urs Von Balthasar.

Mario Palmaro definiva i movimenti ecclesiali «gestione di cervelli per conto terzi». Ecco, il Meeting è il più grande ammasso semi-organizzato di cervelli eterogestiti che vi sia nel mondo cattolico italiano e neanche solo in quello.

Come può tutta quella massa di brave persone subire i patenti e squallidissimi inciuci rifilati dall’élite rimane un enigma dei più fitti. Del resto, era Don Giussani che sosteneva come l’uomo moderno non si interrogasse, non si ponesse più alcun quesito ultimo: una buona diagnosi, vedendo il ciellino che supinamente applaude i loschi traffici del Meeting. Oppure, la rivoltante eterogenesi dei fini a cui è pervenuta Comunione e Liberazione.

L’anno passato, tra gli sponsores – il fatto che Ministro della Difesa fosse il cielloide Mario Mauro sicuramente non c’entra nulla – vi era Finmeccanica, glorioso produttore nazional-statale di armi: poco lontano dallo stand, la bonaria direzione aveva allestito l’immancabile mostriciattola fotografica sulla pace. Altro sostenitore finanziario: il Porto di Trieste. Anche qui, è sicuramente avulsa la vicenda che vedeva lo sdentato ministro ciellato Lupi sbloccare contributi statali per 32 milioni di euro poco prima dell’evento.

Altro mecenate con marchio in bella vista: la Coop. A quanto pare dunque, il potentato economico post-comunista – una cosca plurimiliardaria sulla quale la magistratura, chissà perché, mai ha voluto infilare le dita – deve aver raggiunto un qualche ulteriore patto di non aggressione con la Compagnia delle Opere. Interessante.

Poi ancora: Banca Intesa-Sanpaolo. Lo strapotente istituto che discende direttamente, più che dalla Cattolica e dall’Ambrosiano, dal covo massonico della Comit. Il potere finanziario opaco che ha espresso l’arco ministeriale del Governo Monti (e Fornero, e Passera, etc.), e cioè il più recente golpe avvenuto in questo Paese. La banca che ha appena assicurato copertura ai dipendenti che sposano una persona dello stesso sesso. Immaginiamo con quanta libertà si possa parlare di temi politico-bancari al Meeting, dunque. La sala principale dove si svolgeranno anche quest’anno le varie dementi sfilate della laida nomenklatura invitata non si chiamerà «sala Giussani», «auditorium Giovanni Paolo II» o «spazio Sant’Ambrogio»: si chiamerà «salone Intesa Sanpaolo».

Possiamo rammentare come l’anno passato, mentre nel salone bancario arringava al nulla il rauco ciambellano industrial-atlantico Gianni Riotta, in un corridoio a fianco, in uno spazio brutalmente improvvisato, vi era invitato un ragazzo francese delle Sentinelle in piedi: in teoria, sembrerebbe che fosse quest’ultima l’esperienza autentica, «l’incontro» che avrebbe dovuto avere maggior risalto, ma purtroppo il potere industrial-finanziario-politico-mediatico ha le sue ragioni che il cuore non conosce. Le Sentinelle furono in seguito adottate da Alleanza Cattolica, che con CL ha stipulato una sorta di patto Molotov-Ribbentrop di reciproca non-aggressione, il cui bollettino quotidiano è la confusionaria Nuova Bussola Quotidiana, giornaletto online secondo il quale in Russia c’è il pericolo di una spaventosa dittatura e Papa Francesco non sta cambiando di una virgola la Chiesa di Roma, anzi.

Riccardo Cascioli, l’inconsistente direttore della testata, sempre allo scorso Meeting fu abbandonato in maniera vergognosa dalla compagine ciella cui pure appartiene da una vita: il patatrac avvenne quando Il Fatto quotidiano scoprì che la Bussola e Tempi (altra insulsa testatina di intrattenimento per cervelli giussanici eterogestiti) stavano raccogliendo firme contro la legge Scalfarotto, cioè contro l’introduzione del reato di omofobia in Italia. I titoli immediati che risuonarono sui media furono ovviamente relativi a «CL omofoba», con scandalo collettivo del mondo benpensante per il quale, in fondo, il Meeting è fatto. La megadirezione prese immediatamente le distanze: l’iniziativa non era di CL, ma di due giornalini casualmente ospiti del Meeting, niente più.

Si ricorda un penoso istantaneo mea culpa televisivo del direttore di Tempi, l’iperidrotico Luigi Amicone: «CL non c’entra niente… e poi qui siamo tutti contro l’omofobia». Cuor di leoni ovunque, al Meeting. Al termine dello stesso anno, dopo averli difesi dalla magagna fiscale da un miliardo di euro in cui sono incappati, Amicone ha fornito a Dolce&Gabbana la possibilità di scrivere un Te deum per il fine anno di Tempi, e pazienza se Gabbana abbia più volte dichiarato di essere alla cerca di un utero da affittare, pazienza se le loro pubblicità mimano stupri di gruppo, pazienza se si fanno fotografare nudi sul letto con i tacchi a spillo. Don Abbondio Amicone, forse, non stava coprendosi falsamente il capo di cenere su ordine dei superiori imbarazzati — a giudicare dai suoi amici, è davvero contro l’omofobia.

Ma torniamo a Rimini. Mentre si consumava questo piccolo vergognoso omo-dramma con abbandono dei randagi Cascioli e Amicone, per la sagra si aggirava sicuramente il Robi Ronza. Per chi non lo conoscesse, Ronza è considerato il padre del Meeting, oltre che dell’antica rivista Il Sabato e dell’editrice ciellista Jaca Book.

Autodefinentesi «giornalista professionista e scrittore, un esperto di affari internazionali; di culture locali, con particolare riguardo a quelle delle Alpi; di problemi istituzionali e culturali», i suoi occhietti mandorlati sono dietro alla creazione della Nuova Bussola Quotidiana, che ha in perenne evidenza un banner che porta al suo sito personale, dove si è accolti da un gioioso trionfo di fotografie VIP-amarcord: eccolo con Madre Teresa, eccolo che lecca l’emiro di Abu Dhabi, eccolo con il Dalai Lama (che invitò al Meeting, ci mancherebbe) e pure con Shimon Peres. Ronza poi ovviamente si piazzò a ronzare dentro all’alveare del «Ciellistan», la Regione Lombardia di era formigoniana: il celeste dal 2006 al 2010 gli molla 199 mila euro l’anno come responsabile dei rapporti internazionali del Pirellone, altri 22 mila euro se li becca per dirigere Confronti, rivista di cultura politica interna all’ente, dove per caso viene stipendiata con 30 mila euro per 20 mesi la figlia cantante Cara Ronza (di cui si ricordano comiche recensioni di libri di amiche carneadi ospitate ovviamente sulla Bussola); nel 2010 il generoso Formigoni gli assegna 194 mila euro annui per coordinare la fondamentale «Commissione per la valorizzazione del patrimonio di beni artistici della Regione e degli Enti sanitari».

È con questo tipo di sconclusionata, mefitica, impudica trafficoneria – dove santi beati vengono mischiati con cultori del tantra, bravi liceali con massoni onnipotenti, famigliole in gita con produttori di armi, parroci con cleptocrati – che dobbiamo fare i conti.

Ora, nel presente saggio, tenteremo di chiarire una volta per tutte che il manifesto disastro di CL non è un incidente di percorso dovuto ad un’avida élite che ha dimenticato l’insegnamento del fondatore Don Giussani, accantonando la religione per tuffarsi nei maneggiamenti miliardari di cui parlano le cronache. Finiamola una volta per tutta di considerare lo scadente capitale umano del post-Giussani il fattore di catastrofe del mondo di Comunione e Liberazione. Al contrario, l’errore ciellino è proprio alla base della dottrina propugnata dal Don Gius, ingiustamente tuttora venerato come fonte incontaminata della rinascita cattolica. Le malefatte milionarie di Formigoni andrebbero invece lette a partire dall’errore teologico dell’«incontro», pietra angolare dell’edificio ciellino, che è in realtà porta d’accesso ad un relativismo teologico e morale che molto presto cominciò a mostrarsi nelle cose giussaniane.

Vogliamo ricordare, infine, che il fallimento morale e religioso di CL rappresenta per i cristiani d’Italia (e quindi d’Europa, e del mondo intero) la più grande occasione di reconquista mancata mai apparsa nel XX secolo. Tra ruberie miliardarie, inciuci, scandali sessuali (e perfino, qualcuno vorrebbe mettere nel mazzo uno strano caso di omicidio irrisolto come quello di Lidia Macchi) la chance di una riscossa cattolica per questo Paese si è dissolta per sempre.

Di questo immane spreco nessuno si duole abbastanza; e soprattutto, per esso nessuno – a giudicare dai perenni coriandoli del Meeting – ha davvero pagato.

Anatomia del fumo tossico ciellino


Robi Ronza fu quello che intervistò Don Giussani traendone fulminanti perle di lucidità politologica: «La maggior parte della DC, di fatto, collabora al progetto dei radicali e dei marxisti proprio perché il grosso della dirigenza democristiana ha una formazione laico-liberale» (Robi Ronza, Comunione e liberazione: intervista a don Luigi Giussani, Milano 1976, p.176). In queste poche parole, lo schema dell’autodemolizione del cattolicesimo italiano è disegnato con precisione impietosa. È qui spiegato l’ossequio e la firma di leggi di timbro radicale e massonico da parte di alti esponenti della DC, talvolta ipocriti e soggiogati dal fascino del potere, più facilmente abbagliati dal contorto pensiero di un clero para-modernista. Il progetto di CL e del Movimento Popolare (MP), non poteva non consistere nella decisione di avversare, demistificandoli alla radice, gli errori del cattolicesimo neoliberale e dell’aspirazione di far uscire l’Italia da quella specie di cattività babilonese in cui è costretta dall’oligarchia finanziaria e dal racket massonico e malavitoso.

L’apporto decisivo di Augusto del Noce, la sua tesi sulla rivoluzione rovesciata in movimento libertino di massa, elevarono il profilo di CL, e alimentarono la speranza in un’efficace reazione cattolica al radicalismo ecologico (antispecista e/o post-umano), al pansessualismo, all’antiproibizionismo. I tre pilastri della strategia neopagana del degrado. Senza dubbio il consenso popolare riscosso da CL e dal MP – la proiezione politica ciellina poi sciolta, si dice, su ordine diretto di Wojtyla – e gli incoraggiamenti elargiti con benevolenza dalla Gerarchia cattolica (e, aggiungiamo sornioni, dal viceconsole CIA di Milano, come riemerso recentemente con Wikileaks) sono da riferire alla chiarezza con cui don Giussani enunciò il problema di fondo della cultura e della politica cattolica in Italia: la sua inavvertita dipendenza dal relativismo liberale borghese. In tal modo il movimento ciellino prese il largo e si affermò quale vivace espressione della volontà di riscossa cattolica. Si diede una struttura organizzativa efficientissima, costituì opere sociali, potenziò la sua casa editrice e le redazioni dei suoi periodici. Alcuni esponenti ciellini, che si candidarono in liste democristiane, furono eletti con un numero di preferenze superiore a qualunque attesa.


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