Tutto il male della beneficenza è spiegato dal Vangelo (Matteo 19,19)

di Camillo Langone | 27 Agosto 2014 ore 13:56

Uno tra i tanti ice bucket challenge (Foto LapresSE)



Non era mia intenzione parlare di secchiate, sono un uomo elegante.


Sempre mi ha ripugnato il gavettone, in ogni sua forma: scherzo da caserma o da ferragosto, comunque scherzo da villani e da maschi privi di accesso alla bellezza.


Il gavettone mediatico poi. Il gavettone solidale è ancora più schifoso perché maschera la violenza (il gavettone è violento anche se autoinflitto) con la bontà, strumentalizzata, umiliata e distrutta pur di giustificare uno spettacolino osceno.


Ma non era mia intenzione parlare di secchiate, dicevo.


Piuttosto vorrei parlare di beneficenza. Vaffanculo la beneficenza.


La beneficenza come presentemente la si pratica è innanzitutto un ladrocinio, e lo ha spiegato l'economista Walter Block:


"Beneficenza è per definizione una vocazione spontanea. Se un individuo viene costretto a donare non è uno che fa beneficenza ma è la vittima di un furto".


Siamo continuamente ricattati. Se non fai beneficenza agli invasori africani pagando le tasse (ogni invasore accolto in Sicilia costa al contribuente 2.400 euri al mese secondo alcuni calcoli, un po' meno secondo altri, comunque tanti) ecco che arriva lo stato e ti sequestra casa, macchina, conto corrente.


Se non versi l'obolo alla zingara incinta fuori dalla chiesa o dentro il treno ecco che sei cattivo. Se non compri la rosa zozza dall'asiatico che ti disturba mentre ceni al ristorante con l'amata ecco che sei spilorcio e antiromantico.


 Mi allontanano dalla beneficenza indiscriminata la mia sensibilità, in cui credo molto, e l'unico maestro, in cui credo di più: "Ama il prossimo tuo come te stesso".


Da questa esortazione evangelica ne ricavo che Dio mi chiede in primo luogo di amare me stesso. Basta questo, secondo me, per escludere la possibilità di rovesciarsi o farsi rovesciare in testa acqua gelata, o detriti come a Gaza, o qualsiasi altra cosa che non siano petali di fiori.


Dignità, questa sconosciuta...


In secondo luogo Dio mi chiede di amare il mio prossimo.


E quindi non il lontano: il vicino. Non l'umanità: i famigliari, gli amici, forse i condomini, al limite i concittadini.


Ed è già difficilissimo.


Se fatichiamo a sopportare i nostri famigliari, i nostri amici, i nostri condomini, i nostri concittadini, come possiamo anche solo immaginare di amare tutte le genti?


La mia interpretazione di Matteo 19,19 non è soltanto mia, è del monaco benedettino Elmar Salmann, dell'ebreo convertito al cattolicesimo Ivan Illich, del biblista Sergio Quinzio:


"Non solo per l'Antico Testamento ma anche per Gesù il precetto di amare il prossimo vale solo in riferimento a coloro che sono prossimi nella stessa comunione, stesso popolo, stessa fede. Nei Vangeli non si parla certo di un amore universale esteso a tutti gli uomini".


Non se ne parla proprio di amore universale e lo affermano studiosi che a differenza di me conoscono greco ed ebraico, magari pure l'aramaico, e che alla Sacra Scrittura hanno dedicato la vita.


E allora perché la gente immagina che sia così?


Perché la beneficenza agli sconosciuti risparmia di guardare in faccia il bisogno dei conosciuti, chiaro.


Le astrazioni sono sempre più comode della realtà.


Ecco quindi fiorire elargizioni sostitutive della vera carità: fai una donazione a Gino Strada e lasci che la nonna finisca in ospizio, fai una donazione a Medici senza frontiere e dimentichi di andare a trovare tuo padre in ospedale, fai una donazione alla Lav e ti volti dall'altra parte se un'amica abortisce.


Quando la beneficenza si misura a secchi, le opere di bene si misurano col contagocce


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