Fermiamo la bio-magistratura

Marcello Veneziani 26/8/2014

La guerra giudiziaria sulle cellule staminali, con i magistrati che si spaccano in due partiti biologici e si sparano sentenze pro e contro le infusioni, dimostra tre cose



La prima, si sa, è la vaghezza delle leggi e la selva oscura di norme che possono essere reinterpretate all'infinito.


La seconda, si sa pure quella, è lo strapotere dei giudici, che decidono ogni problema di vita e di morte, famigliare e sociale, affidandoci a singoli individui con preparazione giuridica ma non medico-scientifica, filosofico-morale, religiosa o politica.


Ma la terza cosa, la più importante, è la dimostrazione lampante e drammatica di dove porta il relativismo: all'infinito fare e disfare le leggi, all'infinito interpretarle, ciascuno a modo suo, non essendoci nessun punto di riferimento persistente e condiviso. Così ogni atto ci appare arbitrario, una prevaricazione.


Lo stesso vizio dell'assolutismo salvo in una cosa: le decisioni sono discutibili e revocabili all'infinito. Ma è un bene che produce male. In realtà abbiamo bisogno di riconoscere principi superiori e condivisi, non mutevoli né soggettivi, punti fermi per filtrare le novità.


Una scelta è saggia se passa al vaglio di tre giudici: l'esperienza, la maggioranza e la competenza, ovvero il valore della tradizione, il peso del sentire comune e il giudizio degli esperti. Facendo tabula rasa di tutto, alla fine resta l'opinione del momento e il suo unico interprete e sacerdote, il magistrato.


Ma poi il magistrato non è uno solo e ricomincia il caos.


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