ARCHIVIO - VIVAIO - Anche l'arte la chiama 'beata'

2006 VITTORIO MESSORI

Comincerò ricordando una verità scontata. L’apologetica, cioè, non si fa solo con le parole: si può fare, e in modo altrettanto efficace, anche con le immagini.



Per spiegare, devo prenderla un po’ alla lontana. Cominciando col ricordare che, nei giornali, è il redattore che fa il titolo per gli articoli dei collaboratori (prerogativa gelosamente difesa, come so per lunga esperienza), mentre per i libri spetta all’editore la grafica della copertina.


Ciò non toglie che l’autore possa esprimere il suo parere o dare qualche indicazione, seppure non vincolante. È successo anche per il mio ultimo saggio, dedicato a Maria.


Nella scelta, non ho dimenticato di essere un ammiratore dei gatti – un “gattolico praticante”, mi chiama qualcuno – perché mi sembra che il Creatore si sia superato, programmando queste tigri in miniatura. Bellezza, eleganza, agilità, fierezza, astuzia, indipendenza, muscolatura, udito, vista, olfatto, e via enumerando: mi pare che in pochi esseri viventi Dio abbia concentrato tante qualità.


Sta di fatto che a me – e ai “gattolici” che, come me, siano anche cattolici – è particolarmente caro un quadro, quello di Lorenzo Lotto, conservato a Recanati. Si tratta di una Annunciazione, ma tutti la chiamano “la Madonna del gatto”.


In effetti, al centro della scena sta un felino, quello evidentemente della casa della Vergine, che fugge spaventato all’apparizione dell’Angelo. Questa del grande pittore veneto-marchigiano è una intuizione che dà un senso domestico, quotidiano, all’Evento inaudito e che deve aver fatto sorridere benevolmente la Madonna dall’alto del suo paradiso, pur riconoscendone ’inverosimiglianza. Se la sua famiglia aveva un gatto (animale non impuro, per gli ebrei, a differenza del cane), di certo non lo teneva in casa ma stava nel granaio a difenderlo dai topi: la sua estraneità agli uomini era tale che, nell’ebraico classico, non esiste neanche un termine per indicarlo.


Naturale, comunque, la mia proposta all’editore, l’amico Cesare Cavalleri, di utilizzare quella immagine del Lotto a me cara per la copertina di “Ipotesi su Maria”. Suggerimento benevolmente accolto. Con gradimento anche dei lettori, almeno se sto a diversi messaggi, alcuni dei quali esprimevano sorpresa per una tela che credevo assai nota e che invece era sconosciuta a molti.


Questa piccola vicenda mi ha fatto ritornare col pensiero a un progetto su cui rifletto da molto tempo. Un progetto “apologetico”; anzi, doppiamente. In effetti, come riferisco in Rapporto sulla fede, il cardinal Ratzinger era convinto (e credo che ne sia convinto pure ora, come Benedetto XVI) che tra gli argomenti più persuasivi della verità del cristianesimo ci fossero la santità e l’arte.


La santità come bellezza che la fede sa suscitare negli uomini e l’arte come bellezza che sa ispirare nelle cose.


Ma a questo elemento di credibilità si aggiunge, per quanto riguarda Maria, anche l’adempimento di una profezia, quella cantata nel Magnificat:


«D’ora in poi, tutte le generazioni mi chiameranno beata».


Un destino umanamente assurdo, quello che l’anonima Vergine di un villaggio oscuro attribuisce a sé.


Eppure, quanto annunciato si è verificato e non c’è nella storia mondiale un’altra donna che, come lei, sia stata amata, cantata, ritratta, scolpita. Insomma, proclamata màkaira, beata da tutte, davvero, le generazioni. Ci sono, nel mondo, alcune istituzioni che tentano di testimoniare questo destino così improbabile e, al contempo, così pienamente realizzato. Per esempio, l’università cattolica di Dayton, nell’Ohio, si propone da un secolo di raccogliere tutte le pubblicazioni apparse nel mondo sulla Vergine: obiettivo tanto ambizioso da esser quasi irrealizzabile. Comunque, quei tenaci americani sono riusciti a costruire – e ad aggiornare continuamente – la più grande biblioteca mariana del mondo. A Torino, un salesiano scomparso da pochi anni, don Ceresa, ha dedicato la vita a raccogliere il più possibile degli oggetti di devozione verso la Madonna. L’enorme materiale sta ora in un Centro di Documentazione ospitato in un luogo significativo: i grandi sotterranei della basilica di Maria Ausiliatrice.


A Nazareth, per iniziativa di un gruppo di francesi cui si sono aggregati molti altri, di ogni nazione, sta sorgendo presso la basilica dell’Annunciazione un altro Centro, ancor più completo.


Ottime iniziative, davvero meritorie ma, in fondo, limitate quasi soltanto agli studiosi, ai ricercatori, mentre il frequentatore “comune” o non ha modo di consultare i libri o rimane un po’ frastornato dall’eterogeneità delle raccolte. Da qui, un possibile progetto, sul quale rumino da tempo.


Presso un grande santuario, o in un luogo comunque significativo per il culto mariano, costruire un padiglione esteso quanto basti, tenendo presente anche la necessità di spazi per il continuo aggiornamento. A un grande scopo occorrono grandi spazi: la galleria potrebbe essere lunga anche un chilometro o più. Molta luce ma dall’alto, da lucernari che sostituiscano il tetto, mentre senza finestre dovrebbero essere le due pareti parallele che, nel loro protendersi dritte, a vista d’occhio, darebbero subito a chi entra il senso della marcia della fede nella storia.


Su entrambe quelle pareti, la riproduzione fedele, a grandezza naturale – la tecnica, oggi, permette copie praticamente perfette – delle immagini, degli affreschi, dei dipinti che gli artisti di ogni tempo e paese hanno dedicato a Maria.


Non solo, si badi, una scelta di capolavori ma un tentativo di completezza, dando testimonianza dei grandi pennelli ma anche delle opere della devozione popolare, spesso la più commovente perché non nata da una commissione ma da un bisogno del cuore.


Per illustrare con precisione l’adempimento della profezia («tutte le generazioni mi chiameranno beata», dice il Magnificat) potrebbe essere seguita la successione cronologica: dalle catacombe, dove c’è la prima immagine mariana, sino ad oggi.


Oppure, si potrebbe scegliere l’area tematica: annunciazione, visita ad Elisabetta, natività eccetera. Il risultato, ne sono certo, sarebbe straordinario, impressionerebbe coloro – e sono la maggioranza – che non si rendono conto di quale sia stata l’autentica eruzione di arte, continuata per tutti i secoli, cui ha dato origine l’umile Donna di Nazareth. “Apologetica”, questa: certo, ma anche cultura con, tra l’altro, la scoperta dei dipinti mariani delle culture americane, africane, asiatiche, oceaniche.


Quanto ne conosco, e non è molto, mi fa pensare che ci siano cose straordinarie per poesia e fantasia. Se spaventa l’abbondanza di una simile raccolta, nessuna paura: chi avesse tempo e pazienza potrebbe soffermarsi a piacere davanti alle opere d’arte. Gli altri, in una corsia un po’ soprelevata al centro del lunghissimo padiglione – si può pensare a un lento tapis roulant – potrebbero concedersi la più straordinaria delle passeggiate, immersi in un mare di stili, colori, suggestioni, variazioni infinite come infinito è il Mistero della Vergine.


Certo, per arrivare a questo occorrerebbero molto lavoro e molto denaro. Il lavoro, di anni, di un team abile e affiatato per costruire e organizzare la grande raccolta. E il denaro per costruire e gestire la vastissima struttura. Ma quante energie, quanti soldi vengono spesi nella Chiesa d’oggi per scopi pastoralmente irrilevanti o, forse, talvolta addirittura dannosi per la fede (penso a certa intellighenzia clericale in certi istituti o università, fucine di dubbi più che di certezze)?


E società miserabili rispetto alla nostra opulenza, non hanno forse trovato i mezzi per erigere montagne di pietra e di marmo come le cattedrali, i monasteri, i santuari, che coprono del loro mantello le terre della Cristianità?


Se gli Stati investono risorse da almeno due secoli per costruire giganteschi e fastosi musei, la Chiesa – intesa nel suo complesso, come “popolo di Dio” – non troverebbe le energie e i mezzi per un’opera a gloria di Cristo (non c’è maggiore elogio a Lui che la devozione alla Madre) e ad edificazione delle anime, considerate le insondabili ricadute spirituali che avrebbe una struttura del genere?


Mancano, forse, i mecenati credenti che, ne sono certo, darebbero volentieri per un progetto preciso, concreto, realizzabile? Ciò che trattiene la generosità di molti – l’esperienza me lo conferma – è la mancanza di chiarezza, di “visibilità”, di utilità spirituale manifesta di tanti obiettivi proposti.


Insomma, butto lì. Come ci insegna la parabola, il seme – se è buono, naturalmente – può cadere in un terreno fertile e può dare frutto. Vedremo. O, meglio, vedranno le generazioni più giovani della nostra, ormai prossima all’approdo dove gli argomenti apologetici ormai non servono: l’evidenza, lì, sostituisce il chiaroscuro e non si vede più «per ombre ed enigmi», bensì «faccia a faccia».


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