ARCHIVIO - Il cittadino Demei (PARTE 1)

GIOVANNI GUARESCHI - http://www.brunoleonimedia.it

PARTE 1

Il vecchio Demei, riposte le scartoffie nei cassetti esistemati in bell’ordine, sul piano dello scrittoio, il calamaio, il tampone della carta assorbente, i timbri e le altre cianfrusaglie, cavò di tasca la pipa e prese a stivarla di tabacco, con cura e senza fretta.


Tutte le sere, già da mezzo secolo, oramai, perchè aveva passati i settantacinque anni, il Demei, prima di tirar giù la saracinesca della scrivania, si fumava una robusta carica di trinciato forte: e anche questo faceva parte del lavoro amministrativo perchè il pizzicore del tabacco gli risvegliava il cervello intorpidito dai numeri, mentre, da parte loro, le spire capricciose di fumo azzurrino stuzzicavano l’estro dell’antico artigiano.


Lì, dentro la decrepita scrivania, erano racchiuse la sezione industriale e la sezione commerciale della fabbrica: ma la parte essenziale, il nocciolo della ‘Carlo Demei & Figlio’, era racchiuso nella testa del vecchio Demei.


Tacitati, con la loro quotidiana spettanza di cifre, di fatture, di ricevute, di registrazioni e di corrispondenza, il commerciante e l’industriale, il vecchio Demei, con una pipata di tabacco, induceva l’antico artigiano a saltar fuori dal guscio.


E l’artigiano – fra una boccata di fumo e l’altra sistemava tutti i problemi riguardanti la produzione vera e propria della ‘Carlo Demei & Figlio – Antica Fabbrica di aratri, erpici, estirpatori, frangizolle’ e via discorrendo.


Quella sera non ci fu bisogno neanche di finire la carica di tabacco: l’antico artigiano era in forma, e la soluzione dell’ultimo problema riguardante il nuovo tipo di frangizolle gli venne subito.


Il vecchio Demei quindi, messa da parte la pipa, si immerse nella scrivania per buttar giù, sul rovescio di una busta, uno schizzo a matita.


In quel momento arrivò il figlio.


Era stranissimo che il figlio arrivasse in quel momento. Ogni sera, usciti gli operai, il figlio del Demei faceva un’ispezione accurata ai due capannoni: controllava le macchine dell’officina, i materiali del magazzino, riordinava ciò che altri avevano dimenticato di riordinare.


Era un uomo scrupoloso e, pur non arrivando neppure ai trenta anni, era pignolo come il padre: se veniva a riferire così presto, ciò significava che c’era qualche guaio grosso.


Il vecchio Demei levò il capo e domandò cosa stesse succedendo.


Niente” rispose il figlio. “Tutto regolare. Sono venuto perché ci sono tre forestieri che vogliono parlarti. Non hanno l’idea di gente che compra aratri: è meglio che sia qui anch’io”.


Fece appena a tempo a sedersi alla macchina da scrivere che i tre forestieri arrivarono assieme al guardiano.


Erano tre tipi di mezza età, ben vestiti, e parevano gente seria e di pochissime parole. Non avevano l’aria di gente che va in giro a comprare aratri e neppure di rappresentanti di commercio.


Salutarono, si informarono se il vecchio Demei fosse il titolare dell’azienda e poi gli mostrarono le loro tessere di riconoscimento mentre il capo spiegava:Polizia tributaria, dobbiamo fare un’ispezione all’azienda. Avremmo dovuto arrivare molto prima, ma abbiamo avuto un guasto alla macchina, poi abbiamo sbagliato strada”.


Il vecchio Demei si aspettava tutto fuorché una visita del genere.


Si accomodino” balbettò. “Facciano pure. L’officina adesso è ferma perchè gli operai sono già andati a casa”.


L’officina non ci interessa, per il momento” precisò il capo. “Dove sono i locali dell’amministrazione?”


Il vecchio Demei spalancò le braccia: “La nostra è una piccola azienda” rispose. Non abbiamo impiegati. L’amministrazione è tutta qui dentro e la tengo io stesso da cinquant’anni”.


I tre si guardarono curiosamente attorno: si trattava di una comune stanzaccia di piano terreno, con macchie d’umidità negli angoli, e l’arredamento era costituito dalla decrepita scrivania, da una cartelliera, da un tavolino che reggeva un’antica macchina da scrivere, da un enorme armadio di rovere bucherellato generosamente dai tarli e da una stufa di terra rossa con un tubo che, per arrivare alla canna fumaria, attraversava diagonalmente la stanza sorretto, nel suo avventuroso tragitto, da legacce di fil di ferro fissate con grossi chiodi ai travicelli del soffitto.


Tutto qui?” domandò il capo dopo aver preso visione di quella che, secondo lui, doveva essere una ‘messa in scena’ mica male.


Tutto qui” confermò il vecchio Demei. Dal 1890 a oggi. Lì, dentro l’armadio, troveranno ancora la copia della fattura del primo aratro di ferro che costruì mio nonno Antonio nel 1895”.


Il vecchio Demei si alzò e andò ad aprire l’armadio:Guardino e controllino pure. Qui non ci sono segreti”.Non si scomodi” disse il capo. “Adesso è tardi. Cominceremo l’ispezione domattina”.


Gli altri due si diedero subito da fare: cavarono dalle borse i loro arnesi e rapidamente presero ad appiccicare suggelli a tutti i cassetti della scrivania e della cartelliera e agli sportelli dell’armadio.


Si trattava di funzionari coscienziosi e, perciò, non trascurarono di applicare alle fiancate della cartelliera e dell’armadio dei suggelli che venissero a legare i due mobili al muro cui erano appoggiati. E ciò per evitare che registri e altri documenti amministrativi, trovate chiuse le porte e le finestre, cercassero uscite di fortuna.Il vecchio Demei per un pezzo rimase lì allocchito a guardare: poi si riscosse.


Noi siamo dei galantuomini” protestò. “Abbiamo carte in regola e niente da nascondere”.Noi facciamo esclusivamente il nostro dovere” rispose il capo.


Non è il caso di offendersi perchè questa non è una questione di fiducia ma di semplice regolamento. Inoltre, se ci pensa bene, è una garanzia per noi ma anche per lei”.


Quanto tutto fu sigillato e verbalizzato, il capo spiegò che, naturalmente, i suggelli non dovevano essere rimossi per nessun motivo.


Dobbiamo trovare ogni cosa come l’abbiamo lasciata” concluse.


E se stanotte scoppia un incendio e si brucia tutto?” domandò con tono aggressivo il giovane Demei che non ne poteva più.


In casi come questi è bene che non scoppino incendi” rispose freddamente il capo.


Il Demei padre, a settantacinque anni, era un uomo capace di lavorare come un robusto uomo di quarantadue. Pur che lo lasciassero tranquillo.Era come un vecchio camion perfettamente a posto in tutto – motore, carrozzeria, sospensioni, trasmissioni – ma con lo spinterogeno delicato.


Un spinterogeno che non doveva essere toccato. Un spinterogeno che tranquillamente sopportava i sussulti e gli scossoni del normale tran-tran, ma che a sentirsi stuzzicato – magari da una goccia d’acqua schizzata sul suo coperchio durante il lavaggio della macchina – si trasformava in un inutile aggeggio provocando la paralisi del motore.


Il vecchio Demei era fatto così: e quando un colpo improvviso sopravveniva, succedeva un grosso guaio.


Il figlio lo sapeva bene e, pur rodendosi il fegato, si studiò di buttare in ridere la faccenda:“Pensate, papà, che bella soddisfazione! Aver fatto un sacco di chilometri con incidenti di ogni genere per arrivare qui, a casa di Dio, aver faticato per sigillare ogni cosa, perfino il muro, doversi adattare, stanotte, a dormire in una miserabile locanda di campagna, per poi tornare domattina e scoprire che è tutto a posto!”.


Il giovanotto ridacchiò e la madre gli fece eco. Ma il vecchio non rise.


Rimase cupo a guardare la minestra che non aveva ancora toccato e disse scuotendo il capo: Non hanno avuto nessun guasto, non hanno perso la strada. Sono arrivati apposta all’ultimo minuto per fare la sorpresa e bloccare tutto. Perché saranno venuti?”.

Non sono venuti soltanto da noi” esclamò il figlio. “Vanno dappertutto!”.No” replicò il vecchio. “Quelli vanno soltanto dove li mandano. Perché li avranno mandati proprio da me? Chi li avrà mandati?”.


La vecchia intervenne:La stessa gente che ti ha mandato quelli della repubblica, poi i tedeschi, poi i partigiani. I soliti falliti che crepano d’invidia e mandano le lettere anonime al fisco come mandavano le lettere anonime ai fascisti, ai tedeschi, agli inglesi, ai partigiani e via discorrendo. E con quale risultato? Sono venuti, hanno capito che sei un galantuomo e se ne sono andati. Succederà così anche con questi”.


Con questi no” borbottò il vecchio. “Con questi è diversa. Per questi nessuno è galantuomo. Per loro siamo tutti truffatori dello Stato.


Se non trovano niente, diranno semplicemente che sono un furbone che è riuscito a fregarli”.


Dicano quello che vogliono!” gridò la donna. “Basta avere la coscienza tranquilla”.Non basta” affermò il vecchio. “Oggi, si dà più credito alla parola di un farabutto anonimo che a quella di un uomo che ha lavorato onestamente tutta la vita”.


La donna e il giovanotto insistettero ancora per convincere il vecchio a lasciar perdere: ma il Demei si angustiava sempre di più perchè era sicuro di non meritare un trattamento così. E, siccome si eccitava sempre di più nella discussione, a un bel momento accadde quello che doveva accadere.Il vecchio Demei incominciò a impallidire: lo spinterogeno aveva ricevuto il dannato colpo che squilibrava i contatti elettrici, e il motore incominciava a perdere dei colpi.


In questi casi non bisognava perdere un minuto secondo: c’erano le fiale della specialità americana, per evitare guai irreparabili, e bisognava fare immediatamente l’iniezione al vecchio.


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