L'AVVENTURA DEL VIAGGIO - IL PURGATORIO/6

di Giovanni Fighera20-07-2014 lanuovabq.it

Manfredi: condannato dagli uomini, perdonato da Dio


A Dante piacciono i richiami interni, le coincidenze numeriche, mai casuali.


 Se nel canto III dell'Inferno era sorto il dubbio sull'infinita bontà e misericordia di Dio, dopo aver letto l'epigrafe sulla porta («Giustizia mosse il mio alto fattore;/ fecemi la divina potestate,/ la somma sapienza e 'l primo amore»), nella cantica successiva, Dante sente l'esigenza di spiegare e argomentare, di rispondere alle possibili e plausibili domande dei lettori. Così il dubbio sorto nel lettore nel canto III dell'Inferno, viene ora dissolto nel III del Purgatorio.


Come la ragione umana ha spesso la presunzione di misurare la realtà e di giudicare lo stesso Dio, così la giustizia umana spesso condanna l'uomo senza preoccuparsi di capirne il cuore, si lascia andare ad un'accusa dell'individuo senza limitarsi ad evidenziare il peccato.


Emblematico è il caso del principe Manfredi , nato nel 1232, figlio dell'imperatore Federico II e di Bianca dei Conti Lancia di Monferrato.


 Morto il padre nel 1250, Manfredi diventa principe di Taranto e, poi, per qualche anno reggente del Regno di Sicilia per conto del fratellastro Corrado IV. Sarà nominato successivamente vicario della Chiesa in Puglia e Basilicata, ma, poco più tardi, si farà aperto nemico della Chiesa tanto che verrà scomunicato.


 I ghibellini sconfiggono a Montaperti le forze guelfe anche grazie alla cavalleria di Manfredi nel 1260. È Carlo d'Angiò a guidare la riscossa dei guelfi e di Firenze contro i ghibellini e Siena nella battaglia di Benevento del 1266.


 Ivi Manfredi muore in combattimento. Per l'atteggiamento che ha tenuto per anni nei confronti di papato e chiesa, tutti credono che sia sprofondato all'Inferno. Lo stesso vescovo di Cosenza (con il placet di Papa Clemente IV) fa cercare il suo corpo, che, una volta ritrovato, viene trasferito in terra sconsacrata fuori dal Regno (cioè fuori dallo Stato della Chiesa).


Dante descrive Manfredi con parole che riecheggiano quelle del re Davide nell'antico Testamento: «Biondo era e bello e di gentile aspetto».


Il suo volto è, però, deturpato da un colpo e sul petto si nota una ferita mortale.


Dopo aver chiesto a Dante se lo riconosca (qui emerge l'orgoglio di un'anima non ancora purificata, che si trova nell'antipurgatorio), si presenta a Dante come nipote dell'Imperatrice Costanza, racconta i suoi peccati orribili, la morte nella battaglia di Benevento, la conversione in punto di morte, la ricerca delle sue ossa, poi trasferite «a lume spento» fuori dallo stato della Chiesa, poiché il vescovo di Cosenza non seppe leggere sul suo volto la conversione finale. La sua unica richiesta è quella di raccontare alla figlia Costanza, donna di fede, che non è dannato: le preghiere permettono di espiare più velocemente il proprio male.


Dante vuole evidenziare nel racconto come la misericordia di Dio attenda al varco chiunque decida di arrendersi a lei anche nell'ultimo istante. La poesia ricostruisce, così, quanto la storia non ha raccontato, quegli ultimi istanti in cui, dopo essere stato colpito con un duplice colpo, uno al petto e l'altro al volto, Manfredi si pente di quanto ha compiuto e chiede perdono a Dio.


 L'Imperatore, infatti, racconta a Dante: «Poscia ch'io ebbi rotta la persona/ di due punte mortali, io mi rendei,/ piangendo, a quei che volentier perdona».


Basta, quindi, anche un solo istante di riconoscimento dell'onnipotenza divina , del nostro peccato e del nostro bisogno di salvezza perché per noi si aprano le porte dell'eterna felicità.


Manfredi non accederà direttamente al Paradiso, ma dovrà purificare quelle colpe di cui si è macchiato in Terra e che non ha espiato nel viaggio terreno. Sosterà, così, nell'antipurgatorio trenta volte il tempo in cui è stato scomunicato in Terra.


Qui, sono poste a confronto giustizia umana e misericordia di Dio . La prima misura l'operato dell'uomo e non concepisce una bontà che possa premiare allo stesso modo persone che abbiano lavorato differentemente. La misericordia di Dio è, invece, oltre ogni umana misura e giustizia, non premiando, però, chiunque, bensì chi con contrizione e verità di cuore riconosca il Mistero buono e si affidi a Lui con tutta la propria fragilità.


 Il moralismo contemporaneo tende a dividere le persone in buone e cattive in maniera manichea, a rintracciare nell'operato altrui il male e a perseguire un bieco giustizialismo che prima o poi arriva a condannare tutti. L'atteggiamento di Cristo fu quello di scommettere sempre e ovunque sull'uomo peccatore, sorprendendo gli astanti già pronti a scagliare la prima pietra contro la prostituta («Chi è senza peccato scagli la prima pietra» e ancora «Va' e non peccare più») o deludendo i farisei quando decise di andare a pranzo dal pubblicano Zaccheo, da tutti considerato come una persona di malaffare.


Bisognoso di aiuto e desideroso di cercare Gesù, Zaccheo sale sull'albero per veder il Maestro. Nell'incontro Gesù ha una premura tutta riservata a lui, come se in quel momento fosse la persona più importante della Terra. La misericordia con cui Gesù lo guarda lo guarisce. Non un discorso, ma uno sguardo induce Zaccheo al desiderio di vivere diversamente e di non peccare più.


Nella parabola della vigna il Signore ha cercato operai per la sua vigna fino all'ultima ora e al momento di pagare i vignaiuoli ha assegnato a tutti la stessa ricompensa, rispondendo a chi si lamenta per questa sua bontà: «Amico, io non ti faccio torto. Non hai forse concordato con me per un denaro? Prendi il tuo e vattene. Ma io voglio dare anche a quest'ultimo quanto a te: non posso fare delle mie cose quello che voglio? Oppure tu sei invidioso perché io sono buono?».


Nella storia dell'umanità Cristo è il solo che abbia saputo valorizzare il limite umano e il peccato in prospettiva della nascita di un uomo nuovo. In questi episodi Gesù mostra il volto misericordioso di Dio Padre, vero protagonista nel canto III del Purgatorio.


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