L'AVVENTURA DEL VIAGGIO - IL PURGATORIO/4

di Giovanni Fighera06-07-2014 lanuovabq.it

L'incontro con l'amico Casella, il cantore dantesco


Il Purgatorio appare fin dal secondo canto come cantica della libertà, della comunione, dell’amicizia. L’opposizione all’Inferno è ben sottolineata dal mezzo che conduce le anime purganti, ben diverso dalla barca di Caronte, appesantita dalle anime peccatrici, che trasportava i dannati dall’una all’altra sponda dell’Acheronte (Inferno III). Appena sorto il sole, infatti, Dante e a Virgilio vedono una luce bianca che si avvicina, sempre più luminosa. In pochi istanti, in maniera nitida, si può distinguere un vascello bianco («un vasello snelletto e leggero,/ tanto che l'acqua nulla ne 'nghiottiva»), condotto da un angelo altrettanto chiaro («Da poppa stava il celestial nocchiero,/ tal che faria beato pur descripto»).


Al posto dei remi le ali conducono il mezzo ad una velocità inaudita. Tutte le anime che non hanno meritato l’Inferno né tanto meno il Paradiso si radunano presso la foce del Tevere, luogo fortemente simbolico per la cristianità, e vengono condotte sulla spiaggia del Purgatorio. Senza sosta, non appena svuota il vascello, l’angelo subito ritorna indietro per caricare le anime di quanti attendono di iniziare il viaggio di purificazione.


Ancora una volta, come di fronte a Catone, Virgilio invita Dante a mostrare riverenza dinanzi a «sì fatti officiali» («Fa, fa che le ginocchia cali./ Ecco l'angel di Dio: piega le mani»).


Una moltitudine di anime siede dentro la barca e canta all’unisono «In exitu Israel de Aegypto» (Israele all’uscita dall’Egitto), salmo biblico della liberazione del popolo ebraico dalla schiavitù dell’Egitto, simbolo della Pasqua ebraica e profezia di quella cristiana (la liberazione dell’uomo dal carcere del peccato e della morte attraverso la passione e la resurrezione di Cristo). Il canto è segno di una gioia diffusa, che contagia chiunque, nessuno escluso, che riunisce nella speranza cristiana (che è certezza) di vedere presto il volto di Dio.


Dopo il segno della croce dell’angelo, la folla delle anime si getta a riva ed «el sen gì, come venne, veloce». Come un gregge senza pastore, anche quelle anime sono smarrite e, non sapendo la strada, chiedono informazioni a Dante e Virgilio, che sono, però, a loro volta inesperti e completamente digiuni dei luoghi. Appare a tutte chiaro che Dante è vivo, così tutti gli si appressano, come quando la gente si fa incontro ad un messaggero che reca notizie di pace. In questo momento le anime si sono scordate «d'ire a farsi belle», cioè hanno dimenticato il compito di purificarsi salendo la montagna del Purgatorio.


Ad un certo punto, da quel numero se ne stacca una in particolare, che cerca di abbracciare Dante con così tanto affetto che anche il Fiorentino cerca di fare altrettanto. Compare qui il consueto realismo psicologico di Dante: quante volte accade che noi salutiamo qualcuno non tanto perché abbiamo riconosciuto la sua identità, ma per ricambiare il trasporto affettivo che quegli ha mostrato con la sua accoglienza? Per creare pathos, per accrescere l’emotività e la tensione della scena il poeta si avvale di un’allusione a versi tra i più noti della tradizione antica, quelli che descrivono l’incontro tra Enea e il padre Anchise nei Campi Elisi (Eneide VI).


Ivi Virgilio scrive: «Ter conatus ibi collo dare brachia circum,/ ter frustra comprensa manus effugit imago» ovvero «per tre volte cercò di abbracciarlo, ma per tre volte l’immagine, invano afferrata, gli sfuggì». Qui Dante richiama gli antichi versi: «tre volte dietro a lei le mani avvinsi,/ e tante mi tornai con esse al petto». Per Dante l’incontro con l’amico Casella ha lo stessa forza e lo stesso valore affettivo di quello di un figlio che incontra il padre appena morto nell’Ade. Quel numero «tre» sottolinea il valore sacro dell’incontro e gli attribuisce un carattere di veridicità e di autenticità.


Dante non riesce ad abbracciare quell’uomo e se ne sorprende. Per la prima volta ha a che fare con l’impalpabilità delle anime. Soltanto ora, quando l’anima gli chiede di fermarsi a parlare con lui, Dante riconosce l’amico. Si tratta di Casella, di cui nulla sappiamo se non quanto ricaviamo dai versi danteschi. Che potenza ha la poesia! Una volta ancora essa conferma la sua funzione eternatrice tanto che passa alla storia un personaggio conosciuto solo grazie al valore rievocativo dell’arte.


Da Leonardo Bruni siamo informati che Dante «dilettossi di musica e di suoni […] et di sua mano egregiamente disegnava». Le poesie provenzali venivano accompagnate con la musica tra XII e XIII secolo. In Italia i versi venivano letti, recitati e, non di rado, musicati. Dal canto II del Purgatorio scopriamo che sul finire del Duecento Casella musicava i testi poetici di Dante. Incontrando l’amico, il poeta confessa che ha intrapreso da vivo quel viaggio che lo ha condotto sino alla spiaggia del Purgatorio per evitare di finire all’Inferno, una volta morto. Si chiede, poi, perché Casella sia giunto solo in quel momento nel secondo regno. Comprendiamo allora che Casella doveva già essere morto da qualche tempo. Il musico risponde: «Nessun m'è fatto oltraggio,/ se quei che leva quando e cui li piace,/ più volte m'ha negato esto passaggio». Non tutto è chiaro in questi versi. Senz’altro dall’inizio del Giubileo (1300) l’angelo nocchiero ha accolto sul proprio vascello tutte le anime, senza distinzione. Per una qualche ragione, che sia negligenza o accidia di Casella o volere divino, l’anima è stata trasportata ai piedi del Purgatorio solo ora, il 10 aprile (o il 27 marzo).


Ricordandosi dell’abilità canora dell’amico, Dante gli chiede di consolarlo con il canto. Allora Casella inizia a cantare la seconda canzone del Convivio: «Amor che ne la mente mi ragiona». Perché proprio questa poesia? Due mi sembrano le ipotesi percorribili.


In primis la poesia è un’esaltazione della filosofia e, ad un tempo, un componimento d’amore dedicato alla donna gentile della Vita nova, non a Beatrice. Nella prima stanza Dante espone le difficoltà incontrate nei primi tempi nello studio della filosofia. Si comprende allora meglio il senso della presenza di questo testo proprio qui all’inizio della salita. Scrive Barbara Reynolds al riguardo: «Molte sono le cose che gli restano da approfondire, molti gli errori di cui deve ancora disfarsi, non solo sulla montagna del Purgatorio, ma anche nei cieli del Paradiso». 


In secondo luogo, si deve prendere in considerazione quanto accadrà più tardi, quando l’intervento di Catone, custode del Purgatorio, ricondurrà i purganti alla loro responsabilità. In chiave simbolica, Dante sarà chiamato ad allontanarsi da quella poesia (che rappresenta la filosofia) per ritornare alla strada della salita sulla quale il poeta incontrerà Beatrice (che simboleggia l’incontro con Gesù e la fede).


La dolcezza del canto di Casella è tale che risuona ancora nel cuore di Dante al momento della scrittura della Commedia. Non solo. Tutte le anime si dimenticano di salire sul monte, prese dalla bellezza della melodia.


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