L'ultimo dogma: il fallimento del cristianesimo. PARTE 1

4/7/2014 papalepapale.com

 Il Mysterium iniquitatis in Sergio Quinzio


Il Concilio Vaticano II è un pallido ricordo mentre si profila all’orizzonte un nuovo concilio in cui le tendenze ultra progressiste dominanti intendono sancire la fine del cristianesimo come religione escatologica e salvifica. Pietro II regna in questo indeterminato futuro della Chiesa. In “Mysterium iniquitatis”, Sergio Quinzio, immagina un’eventualità impossibile: ciò che accadrebbe alla Chiesa se non venisse più guidata da Dio. In un cattolicesimo ormai ridotto a uno sparuto gruppo di fedeli mentre è scomparso dalla predicazione qualsiasi accenno alla risurrezione della carne e alla vita eterna, Pietro II, l’ultimo papa secondo la profezia di Malachia, scrive le due ultime encicliche della storia della Chiesa per rivitalizzare una fede ormai in agonia. Nella prima ribadisce il dogma della risurrezione della carne, ma il suo appello resta inascoltato. Nella seconda allora proclama l’inaudito: il dogma del fallimento del cristianesimo… Con questa decisione il pontefice sancisce la fine della Chiesa cioè pone fine al regno millenario dell’anticristo e prepara così il definitivo ritorno di Cristo.



Due parole su Sergio Quinzio


Sergio Quinzio pensava che la Chiesa postconciliare avesse lasciato progressivamente decadere l’aspetto escatologico ed immaginava quindi che in un futuro non troppo lontano, l’ultimo papa, Pietro II, tenterà di rivitalizzare questo fondamentalissimo pilastro della fede ormai quasi indifferente alla maggior parte dei fedeli. 


Al di là dei documenti papali e del profluvio di parole fuoriuscite dalle commissioni teologiche, che peraltro si sospetta ben pochi leggano, devo constatare che è nelle messe domenicali che i contenuti di fede devono essere trasmessi. Nelle omelie invece spesso si tenta di storicizzare l’escatologia: ciò è evidente anche in Brianza dove abito ossia una delle aree più “bianche” non dico d’Italia, ma addirittura del mondo (e non esagero affatto).


Quinzio riflette sul piano filosofico che è molto diverso da quello teologico, ma in “Mysterium Iniquitatis” critica l’ortodossia come farebbe un ortodosso, cioè dice che la Chiesa sta trascurando il dogma riguardo appunto i “novissimi”, specialmente la risurrezione della carne. Il fatto consideri nel finale del libro come deprecabile questa dimenticanza, beh nessun cattolico potrebbe essere in disaccordo, per quanto si possa essere distanti dalla prospettiva di Quinzio.


Se pensiamo al lunghissimo pontificato di Giovanni Paolo II, nelle sue circa 14  encicliche i termini che richiamano i “novissimi” (inferno, purgatorio, paradiso, etc) sono nominati in totale forse meno di una dozzina di volte. 


Va precisata una cosa, ad ogni modo. Quinzio non è un teologo ma un filosofo di cui non possiamo condividere la posizione, ma che tuttavia ha riflettuto con acume quasi profetico sul futuro, o la decadenza, della Chiesa. Quinzio rappresenta bene quei “profeti laici” che hanno intuito il pericolo che il sacro in generale e il cristianesimo in particolare correvano sotto l’incalzare di una modernità fondamentalmente atea e materialista.


Sergio Quinzio, filosofo della “debolezza di Dio” dalla fede problematica, ha scritto diversi libri di commento alle Sacre Scritture (il monumentale “Un commento alla Bibbia,1972-75), sulle radici ebraiche del cristianesimo (Radici ebraiche del moderno, 1990) e sui destini ultimi del cristianesimo (La speranza nell’Apocalisse, 1994; Mysterium iniquitatis, 1995). 


Nel suo romanzo fanta-teologico  ”Mysterium iniquitatis” immagina un’eventualità impossibile: ciò che accadrebbe alla Chiesa se non venisse più guidata da Dio. In un cattolicesimo ormai ridotto a uno sparuto gruppo di fedeli mentre è scomparso dalla predicazione qualsiasi accenno alla risurrezione della carne e alla vita eterna, Pietro II, l’ultimo papa secondo la profezia di Malachia, scrive le due ultime encicliche della storia della Chiesa per rivitalizzare una fede ormai in agonia.


Nella prima ribadisce il dogma della risurrezione della carne, ma il suo appello resta inascoltato. Nella seconda allora proclama l’inaudito: il dogma del fallimento del cristianesimo…


Un quadro storico da fantateologia


Sergio Quinzio. Foto Olycom-Sacchi
All’inizio del romanzo siamo subito messi di fronte a una scena drammatica: Pietro II, l’ultimo papa secondo la profezia del monaco irlandese san Malachia, si aggira solo e angosciato per le sale deserte del Laterano dove si è ritirato. Pietro II è un ebreo convertito che nel suo stemma ha fatto scrivere “Usquequo, Domine ?”, ossia “Fino a quando Signore?” che rimanda all’angosciosa domanda sempre più elusa nel corso della storia sul momento in cui Cristo tornerà nella gloria a giudicare l’umanità.


Pietro II regna in un indeterminato futuro dove la Chiesa è ai margini della storia, un residuo del passato che sopravvive mostrando il cadavere di sua nonna, cioè un insieme di riti, gesti, immagini sacre che ormai sono considerate folklore.


Alle sue messe i fedeli sono ridotti a un manipolo sempre più sparuto, nelle sue omelie è sparita qualsiasi interpretazione lasciando posto alla nuda lettura dei passi biblici. Nel frattempo, come separata dal Papa da una distanza incolmabile, la Curia romana prosegue con le sue dinamiche ormai laicizzate fatte di commissioni episcopali, stanchi documenti che ripetono formule “politicamente corrette” per non scontentare nessuno, sinodi che si trascinano per forza di inerzia.


Il Concilio Vaticano II è un pallido ricordo mentre si profila all’orizzonte un nuovo concilio in cui le tendenze ultra progressiste dominanti intendono sancire la fine del cristianesimo come religione escatologica e salvifica.


Pietro II, è ossessionato dalla frase di Cristo in Luca 18,8: “Ma il Figlio dell’uomo quando tornerà a Terra troverà la fede sulla Terra?”.


Quinzio sorridente insieme con la seconda moglie Anna Giannatiempo
Il Papa si domanda se è possibile in un moto d’orgoglio , rilanciare un nucleo essenziale che qualifichi la Chiesa come tale distinguendola dalle tante società filantropiche che ormai proliferano. Pietro II vuole dare la scossa a una teologia esausta e intellettualizzata da analisi storico – critiche, disquisizioni liturgiche, dotte indagini filologiche che non scaldano e non interessano più nessuno se non pochi vecchi e sclerotizzati monsignori.


E così il pontefice scrive l’enciclica “Resurrectio mortuorum” per ribadire che il cuore del cristianesimo, il suo tratto distintivo rispetto ai vari umanitarismi laici, è non solo la vita eterna, ma la resurrezione dei morti nella carne.


L’enciclica cade nell’indifferenza generale , come l’ultimo sussulto di un corpo in agonia che i presenti sperano muoia presto per non vederne la sofferenza.


Pietro II allora, disperato, scrive una seconda enciclica , la “Mysterium iniquitatis” (2 Ts,2,7) in cui proclama il dogma del fallimento storico del cristianesimo. Se è necessario che la Chiesa segua Cristo nelle sue vicende deve morire come è morto il suo Fondatore.


L’enciclica “Resurrectio mortuorum”: il dogma della morte della morte


Nella sua prima enciclica “Resurrectio mortuorum” Pietro II, contro l’inedia e la sbiadita concezione dell’eternità che ormai ha trasformato la Chiesa in una emanazione del secolarismo laicista, vuole riaffermare il dogma della resurrezione della carne.


Non basta ribadire il dogma dell’eternità dell’anima perché questa convinzione non è tipica del cristianesimo. Anche i pagani, alcune dottrine orientali, la teosofia credono nell’eternità dell’anima, mentre solo il cristianesimo crede nella resurrezione della carne. Questa convinzione è propria del giudaismo ripresa dal nascente cristianesimo. Pietro II cita alcuni passi biblici dove appare evidente la credenza nella resurrezione della carne. Ad esempio nel libro di Daniele si legge:


-         Molti di quelli che dormono nella polvere della terra si risveglieranno: gli uni alla vita eterna e gli altri alla vergogna e per l’infamia eterna (Dn 12,2)


Il Papa prosegue poi citando i passi del Vangelo in cui Cristo appare risorto in carne e ossa ai discepoli e che nella stessa condizione ascende al cielo. Tutto ciò, oltre a numerosi versetti delle lettere paoline e degli Atti degli apostoli dimostrano che quando Cristo parla di resurrezione dei morti intende esattamente la risurrezione della carne; solo in seguito si legge in chiave allegorica la resurrezione della carne a causa delle successive interpretazioni greche che, platonicamente, tendono a spiritualizzare la carne stessa. 


La tendenza a considerare la carne risorta come diversa da quella terrena quindi è di origine greca e non giudaica. I padri della Chiesa e  il cattolicesimo fino agli albori della modernità mantengono questa concezione.


Poi qualcosa succede e la credenza nella resurrezione della carne, di questa carne fatta di ossa, muscoli, nervi, sangue è oscurata. Perché ?  Cosa è successo?


E’ successo, scrive Pietro II, che a partire dal Catechismo della Chiesa cattolica del 1992 di resurrezione della carne si parla in modo sempre più vago e ambiguo. Egli scrive:


-  Bisogna pur ammettere che in questo testo [il Catechismo del 1992], il cui intento primario è di riaffermare la dottrina della Chiesa, la verità della resurrezione finale è dichiarata troppo timidamente e soprattutto non è più mantenuta al centro del messaggio cristiano. Appare anzi come un’affermazione confusa fra tante altre.


Pietro II non nomina mai il Concilio Vaticano II , ma traspare in modo netto come il degrado della dottrina cattolica abbia conosciuto un’accelerazione dopo quel Concilio. In generale infatti, aggiunge il pontefice, i documenti del Magistero della Chiesa prodotti nel nostro tempo appaiono di dimensioni eccessive, dove ciascun argomento si miscela e annacqua diluito in una miriade di altri argomenti compreso quelli fondamentali come il dogma della resurrezione della carne.


Ne scaturisce un linguaggio “politicamente corretto” dove nulla è dichiarato e tutto è accennato per vaghe allusioni a causa del compromesso fra correnti teologiche diverse, storici della Chiesa, esegeti e filologi ciascuno dei quali ha una sua posizione in proposito. Il risultato è un linguaggio sbiadito e noioso lontanissimo dalla luminosa chiarezza evangelica e dalle limpide dichiarazioni del Magistero preconciliare. Perché questa ambiguità?


Il processo di degrado per Pietro II è frutto di sedimentazioni progressive più che segnato da un netto punto di svolta. Tutto è cominciato dalla cocente delusione provata dalle prime comunità cristiane che credevano nell’imminenza del ritorno di Cristo che invece non si è ancora, dopo 2000 anni, verificato. Sono cominciate allora le letture simboliche della Bibbia in luogo di quelle letterali, e il costante cedimento alle istanze secolarizzanti. In particolare il dogma della resurrezione della carne era troppo inudibile da parte del luminoso razionalismo ellenistico che ha lentamente oscurato questo dogma per affermarne la più accettabile immortalità dell’anima.


La Chiesa scaturita dalla modernità non è più guida della storia, ma ha deciso di farsi guidare dalla storia: in questa rivoluzione copernicana del rapporto Chiesa – mondo sta tutto il dramma dell’epoca presente. La Chiesa per compiacere il mondo ha rinunziato o notevolmente impoverito tutti i contenuti di fede che suonano scandalosi alla razionalità illuministica moderna. 


E del resto, a ben pensarci, cosa c’è di più scandaloso , di più inudibile per la sensibilità razionalistica moderna dell’affermare con forza ciò che la Chiesa per due millenni ha sempre creduto, cioè la resurrezione della carne? Di qui l’errore supremo della Chiesa: lo scivolamento delle verità di fede a livello di precettistica prima etica e poi morale, in modo da risultare accettabile alla sensibilità laicista dell’ uomo moderno. 


Una precettistica morale che in fondo può essere condivisa anche da razionalisti, agnostici e atei, un apparato moraleggiante accettabile anche perché innocuo, incapace di sollevare interrogativi esistenziali, incapace di porre in discussione le conquiste del liberalismo occidentale.


Sembra quasi che ormai il Magistero a tutti i livelli non osa più nulla di autenticamente cristiano mentre pare affetto da una strana compulsione che lo sospinge sempre più ad abbandonare la dottrina tradizionale per tentare timide avventure in campo morale, politico, sociale e perfino economico.

-         La Chiesa, in quanto istituzione, sembra non avere più il coraggio di proclamare la propria fede. Tutto fa pensare che se ne vergogni, o addirittura che finga di credere ancora ciò in cui, in realtà, non crede più.


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