ARCHIVIO - Il Benacus marinus e l'insipiente distruzione

2008 VITTORIO MESSORI

Laghi subalpini? Da vecchio cronista non mi avventuro in discorsi generici, cerco di parlare di quel che vedo, di ciò che conosco direttamente.



Usando persino, da impudico, la prima persona singolare. Dirò qualcosa, dunque, solo del maggiore di quei laghi, il Garda, nella cui piccola capitale -Desenzano- vivo da una quindicina d’anni.


Quando decidemmo, mia moglie ed io, di lasciare Milano, la scelta del dove andare non fu difficile. Ovviamente, in gente libresca come noi agivano anche suggestioni letterarie: da Catullo a d’Annunzio, da Virgilio e Dante a Gide che qui, per una vita, passò gli autunni.


Benacus marinus, il mare di noi “padani”, con la singolarità, unica tra i laghi europei, delle acque azzurre, con il microclima che ne fa il luogo più a nord dove fioriscono (o fiorivano) die Zitronen di goethiana memoria e dove si raccolgono i frutti per un olio sopraffino. Microclima ma anche microcosmo: sulle sponde, l’intreccio fecondo delle tre culture (bresciana, veronese, trentina) di cui già parla l’Alighieri, là dove inizia con lo struggente: ”Suso, in Italia bella, giace un laco ….” .


Non sbagliammo scelta, non rimpiangiamo la partenza da quella Milano che raggiungiamo, quando occorre, con poco più di un’ora di treno o -sfidando la sorte- imboccando quell’inferno che ha il nome più ipocrita tra tutti: “Autostrada Serenissima” …


Non c’è nostalgia. C’è, piuttosto, una sofferenza quotidiana, quella di constatare quanto diffusa e pervicace sia l’insipienza umana, quanto lontano possa giungere la stupidità.


Mese dopo mese, anno dopo anno, ciò che vediamo è l’accanimento nel distruggere un capitale unico e irripetibile, quello di un territorio che ha assicurato per millenni vita e benessere con i suoi frutti e poi, a partire dal Settecento (il Garda era incluso nel Grand Tour) con la sua bellezza.


Guardo con diffidenza -è onesto precisarlo- a certo fondamentalismo “verde”, non considero di certo l’uomo il “cancro della natura“, la mia formazione di storico mi porta ad amare i paesaggi plasmati dal lavoro dei secoli, detesto l’astrattezza degli schemi ideologici.


Dunque mi guardo dal detestare il turismo.


Ma, dai molti viaggi in Europa, ho imparato che lo sfruttamento turistico del territorio è possibile soltanto se questo non significa una distruzione che qui, sul Garda, si direbbe masochistica, tanto è inutile e idiota. Le due litoranee gardesane, l’orientale e l’occidentale, presentano ormai uno scenario ininterrotto degno di un hinterland metropolitano, con uno spreco agghiacciante.


Uno dei territori più belli e, dunque, preziosi d’Europa distrutto non per edifici di pregio o, almeno, a servizio di un‘ospitalità di classe, bensì per capannoni commerciali in cemento armato, industrie estensive, depositi di sfasciacarrozze, distributori di benzina, rimesse di autocarri, esposizioni di mobili, baracche da cocomerai. Il tutto, fiancheggiato da una serie confusa e variopinta di cartelli sgangherati, di insegne invadenti, di targhe fatte in casa.


Dietro a questa “linea dell’orrore“, sulle colline, vigne e oliveti sradicati, prati fioriti distrutti, terrazzamenti antichi spianati, rii tappati non per far posto a hotels de charme o a ville con parco, ma alle conigliere in serie per i quindici giorni di ferie di tedeschi, di olandesi, di cremonesi e mantovani.


Gente, tra l’altro, che si porta da casa anche le casse di minerale e che qui -per il soggiorno di un paio di settimane all’anno in tutto- non lascia soldi ma soltanto rifiuti. Sul lago, poi, colate di cemento per costruire moli e rimesse per i gommoni e le barchette in plastica (rigorosamente con scoppiettante e fumoso motore) per i fuggevoli ospiti delle conigliere sullodate.


L’indignazione per tanto massacro è vinta dallo sbalordimento: che cosa spinge persone ragionevoli, come si immagina siano in genere sindaci e assessori, a permettere, magari a favorire, la dissipazione sistematica, a freddo, di quell’oro verde-blu costituito dal loro territorio?


Qui non siamo in terre di lupara, non viene subito da immaginare questi amministratori gardesani come gli infiltrati di oscure mafie o come i ricattati da cosche sanguinarie. Ed è, a pensarci, ancor peggio. E ancor più incomprensibile. Perchè, evidentemente, le firme sotto i permessi edilizi sono apposte con la soddisfazione di chi si considera un buon amministratore, di chi pensa che una bella serie di capannoni industriali vista lago sia un eccellente affare per il suo paesello e che il condominio da tirar su dove si vendemmiavano uve e si raccoglievano olive sia una decisione eccellente.


“Tutela del paesaggio”, per dirla con la Costituzione ? Chissà che non passi –con tutto il rispetto, ovviament – dalla previa “tutela mentale” di certi amministratori locali, convinti che ogni betoniera sia un “progresso“ e che attirare fagottari da mezza Europa sia lungimiranza?


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