La pax ginecea

10/6/2014 Pietrangelo Buttafuoco Il Foglio

La pax ginecea Matteo Renzi è monogamo, cattolico e al di sopra di ogni sospetto. Tiene in pugno i poteri forti e non c’è rivale che possa infilzarlo. Ma se una donna all’improvviso…



Monocolo in una terra dove ognuno fa tanto d’occhi, Matteo Renzi è un Polifemo che non cerca femmina e vede solo e soltanto politica e potere. Non c’è angolo, in Italia, dove il premier non trovi taluni pronti a offrirgli le terga, non c’è tessera del mosaico italico che non lo incoroni trionfante definitivamente e però, eccolo, è cattolico, monogamo e boy scout.

Monocolo nella terra dove c’è tanto da guardare, Matteo Renzi si dedica al gruzzolo di consenso, non ha responsabilità alle spalle, si gode questa vendemmia irripetibile e dunque comanda, comanda e comanda senza mai attardarsi nei riposi del guerriero. Tutto il consenso è messo a dimora nel fortilizio di Palazzo Chigi, vi raduna i suoi ma non ne fa Cena delle Beffe, non chiama sgherri al desco, non ha una Clara Calamai da denudare, piuttosto mangia pizza al taglio, fosse pure in mutande ed è così che, campione della Gens Nova, nella Roma che s’accomoda, non conosce tovaglia.

Non prende parte a cene, non va per salotti, mette a distanza la cloaca dei vizi, non asseconda il passo elastico delle crocerossine alla sfilata dei Fori Imperiali, si prende piuttosto il meritato bagno di folla elargendo “il cinque”, affacciandosi nei selfie del popolo ma giusto per rafforzare, con l’immagine, la sostanza: cattolico, monogamo e boy scout.

Solo i gufi che non vogliono bene all’Italia possono lasciare intendere di saperla lunga. Nessuno, intanto, lo ostacola. Tutti ne hanno soggezione. I poteri forti, con un Sergio Marchionne osannante, si sono mutati in debolissimi. Il Partito democratico – tutto suo – smette l’eterna stagione fratricida. Silvio Berlusconi lo adora, e anche Beppe Grillo, consegnandosi alla gigantesca irrilevanza, non potrà fargli danno; agguati parlamentari, per come li ha frastornati, i deputati, Renzi non ne incontrerà di certo; anche Massimo D’Alema sarà indulgente, figurarsi i vari cespugli centristi che sono già frasche per una vampa estiva; non avrà obiezioni dal Quirinale e la stampa tutta – perfino quella berlusconiana, di fatto renziana – lo celebra convocando nel coro festoso gli intellettuali, i sindacati, le starlette e la restante filiera dell’immaginario italiano (Maria De Filippi su tutti).

Non i tassisti possono spaventarlo, neppure i mandarini della Rai possono piegarlo – con uno sciopero, poi – perché insomma, a Renzi l’acqua gli va sempre nell’orto. Non vuole “toccare niente”, non vuole “nominare nessuno” a viale Mazzini – la tana suprema di tutte le perdizioni – ma Luigi Gubitosi, l’attuale direttore generale, prende Luigi De Siervo, già direttore del “commerciale” Rai e armeggia con sapienza. Ai piedi di De Siervo – che, per inciso, è l’uomo della Leopolda, l’organizzatore delle epifanie renziane – Gubitosi consegna altre due strutture, quella di Rai World e quella di Rai Net, ed è tutto grasso che cola nella pozza di felicità di Renzi il cui unico occhio – tutto di politica e potere – non ha altro affanno avendo ovunque, in ogni angolo, abbondanza di terga. Tutte da attraversare.

Auspicando ciascuno ogni bene per l’Italia, ognuno augura una sorte solida a questo giovane uomo, nessuno andrà a stanarlo sulla via dei soldi – non è tipo che possa perdersi nella lusinga della pecunia – e perfino la magistratura non ha ancora un motivo per incarognirsi, anzi.

La Gens Nova ha la sua novissima etate. E ipotizzando con queste condizioni almeno dieci anni a venire, tutti di solida navigazione, senza malizia qui ci s’interroga sul come, quando e dove potrà scivolare Renzi. O, più precisamente, su chi potrà farlo scivolare perché a saperla troppo lunga, sovviene qui la parabola di Carlo V, quando, il 12 settembre 1535, reduce dal vittorioso viaggio di Tunisi, soggiornò a Palermo e venne ospitato nel palazzo Ajutamicristo per uscirne nottetempo. E non sapendo il cronista fugare ombre, dubbi e sospetti, così scrisse: “Se non fu casto, fu cauto”.

Monocolo qual è, Renzi, che in tanti palazzi Ajutamicristo avrà abitato – l’appartamento fiorentino datogli da Marco Carrai, il primo – resta ancora un uomo. I voti ce l’ha, la corte ce l’ha, i fedelissimi non gli mancano, i paraculi lo proteggono, teoricamente è meglio posizionato di Kim Jong-un e siccome anche lui è un uomo, quel punto debole, se ce l’ha, lo serba nella maschera del suo essere democristiano.

Pur monogamo, cattolico e boy scout, il premier resta comunque un uomo. Democristiano e cicciottello lo fu, i giorni del successo lo hanno forgiato in una nuova facies, tutta di sveglia sfrontatezza. La sua vetrina non è il Messaggero di Sant’Antonio, piuttosto Vanity Fair. E’ il giornale dove la più avvenente delle sue ministre, Maria Elena Boschi, concede il proprio soave primo piano, una scelta di target ben precisa se si pensa che la veramente bella Marianna Madia, madre di famiglia e custode di una solidità fatta di tradizione e studi, concede il ritratto di sé, in interno di famiglia, a Oggi, il giornale popolare e costumato secondo un garbo e un decoro dove ogni rapace suggestione – specie con le signore ministre del governo – non è solo bandita, ma impossibile.

Monogamo, cattolico e boy scout, Renzi che ha però mantenuto il piglio da capo comitiva, è seduttivo, ma bamboccione com’è non è tipo da scoprirsi femminaro. Difficile che nel suo contesto – il cui codice estetico pencola tra il nerd e l’uomo medio – possa acquartierarsi la Lupa verghiana di voglia e sangue. E’ tutto un “andiamo che ce la facciamo”, Renzi, non ha di certo avuto un’iniziazione ai calendari per gommisti e perciò non ha una Lady Matacena, per ricordare una scena recente. Una Lady del Pd che come Chiara Rizzo si faccia ritrarre sul cofano di una Panda se proprio non su una Ferrari, nella sua cerchia di famuli, Renzi non l’avrà mai. Certo, non si sa mai perché dentro ogni gattamorta c’è sempre una zoccola viva, ma il verosimile diventa vero solo nelle voci messe in giro dalle donne gelose, l’intimità di cui si favoleggia nel gabinetto di governo non ha sfumature shakespeariane né, tampoco, di commedia, vaudeville, porno-avanspettacolo o canzonettistico. La femmina, insomma, nel mondo piccolo di Renzi, è tollerata in quanto redentrice.

Certo, è sposato Renzi, e non si sognerà mai di tradire la moglie Agnese, madre dei suoi tre figli, la sposa con cui condivide un’esistenza tutta di politica oggi culminata nell’apoteosi del risultato. La signora, consigliata dal suocero, è anche giunta a Roma, gli sta vicino e se Renzi, a cui il potere occupa con la mente, anche il corpo, resta ancora un uomo, sa che nel dominio totale di tutto, il controllo di sé è quello più difficile. Una moglie, ancorché importante come donna Agnese, sa vigilare e tenere a distanza ogni insidia, propriamente quelle della politica se non le vicende delle sottane. Una moglie resta sempre nel ruolo della signora Cesare, avvisa in tema di presagi, ha magia e rabdomanzia. Se non ci fosse stata Sandra Persegato, la nuova moglie di Giancarlo Galan, difficilmente il navigato politico sarebbe riuscito nell’impresa di sgamare e liberarsi di Claudia Minutillo, dattilografa nonché Dama Nera, protagonista delle sue ultime disgrazie.

La pietra d’inciampo, in questo capitolo d’inaspettato consenso, è dunque la donna. Le femmine, insomma, che appaiono immancabilmente nei giorni del successo, ingentiliscono il sopravanzare di terga e quello spogliarsi di sesso per rivestirsi di virtù, in politica – nell’Italia degli entusiasmi che fu quella di Bettino Craxi, prima, di Silvio Berlusconi, dopo – è sempre un provocare il desiderio, una resa dei fatti che castiga il solo scopo di scongiurare la femminilità per redimere l’irredimibile pulsione maschia.

Le ministre, nelle intenzioni di Renzi, ma anche le capilista lanciate alle europee, sono come le donne-ragazzo del teatro elisabettiano. Sono presenze sceniche in cui l’allusione, svelata e de-pensata, annulla nella messa in scena il divieto alla donna di essere animale politico. Così come nella legge padronale di scena si proibiva l’esibizione delle femmine, il divieto alla donna di essere animale politico, in questo caso, viene neutralizzato nello sconfinare di Renzi – a eccezione di Roberta Pinotti, fuoriclasse di suo – nelle competenze specifiche di ciascuna ragazza, dotandola di un’aura tutta speciale, derivata dall’unzione. Il fatto è sempre quello. Lui è l’elemento alpha e tutto il resto gli ruota intorno.

Come nella distribuzione dei ruoli, da navigato monocolo, Renzi, accende l’unico occhio che gli interessa sulla sceneggiatura. Marianna Madia andrà a togliere il mammozzone chiamato Marino dal Campidoglio, Roberta Pinotti al Quirinale ma siccome l’allestimento si dispiega dal debutto alla tournée, è certamente stato un cadeau quello di spedire in Congo la Boschi e farle godere uno spot, così come tenere a Strasburgo la Bonafè, il suo primo scudiero, l’unica veramente titolata a una prossimità cameratesca; un pedaggio di Renzi officiato sull’altare della pax ginecea. Nulla più del teatro è affine al potere e, infatti, se l’eguaglianza tra la donna e l’uomo è un approdo civile, forse anche un incidente d’anagrafe, in politica – sia detto senza malizia – è solo simbiosi. Ed è un complicato minimo d’amore, una grazia, giammai una quota, altrimenti – teatro docet – varrebbe bene la regola del melodramma dove un soprano o un evirato fa sempre lo stesso.

Renzi – che resta ancora un uomo – è uno che tra dieci anni ne avrà meno di cinquanta. Approderà in quella postura virile, dunque, dove le cartucce sono tutte da giocare e se pure tanti – tra quelli che la sanno lunga – ci hanno provato a insinuare, ad ammiccare, proprio non si può immaginare Renzi, col casco in testa, su uno scooter, prendere la via dell’aceto come fece Hollande, perché è quello: cattolico, monogamo e boy scout.

E’ uno che controlla troppo spesso l’ora, Renzi. Madido di sudore, va di fretta nel cabaret parapolitico di casa nostra. Già ai tempi della campagna per le primarie del Pd s’emozionava, lui così pratico di parrocchie brufolose, di entrare in discoteca, a Firenze, vedere quanta ce ne fosse di abbondanza, e volerci tornare, tornare, tornare. Se mai scivolerà, dunque, non potrà che scivolare in un fatto di vera vita. E’ sicuramente “The Boy”, per dirla con David Allegranti, ma in questa sua storia di scaltro birbone deve pur esserci carne irrorata di sangue e perciò l’unica traccia sotterranea sarà la femme. Un tempo non sapeva sostenere lo sguardo, adesso lo sa bene come fronteggiare tutto quel calore che non ha bisogno d’andare a cercare essendo cercato lui, maliziosamente guardato.

Il suo fotografo ufficiale, Tiberio Barchielli, non ce lo restituisce in altra veste che nella mise scapigliata e istituzionale al contempo. Nessuna foto saprà mai svelare altro agguato che quello derivato da se stesso. Il soggetto, infatti, è proprio curioso. Muta d’abito anche quattro, cinque volte al giorno – come quando mostra il torso, pingue, fasciato in una maglietta, dalla finestra di Palazzo Chigi – una punta di vita, allora, deve pur averla da qualche parte. Uno che ha il potere è un magnete sessuale irresistibile e siccome le cattiverie non precipitano in un riscontro, Renzi, che ha il polso della contemporaneità, avrà di certo recepito il senso vero di “Maleficent”. E’ il film Disney dove Malefica, seppure nelle fattezze irresistibili di una strega, è fata, irrimediabilmente votata alla sovranità e alla seduzione, di gran lunga più meritevole di potere rispetto a ogni Re Stefano, regnante in cautele e falsità. Non cadrà più lui tra le sue braccia ma Malefica, ed è questo il significato ferino di “Maleficent”, non solo ribalta i ruoli di bene e male, consegna lo scettro alla donna o, più propriamente alla femmina, unica divinità in grado di far diventare doppio ogni monocolo.

Ogni Polifemo ha il suo destino, quello di Ulisse guardava solo ricotta, questo nostro, fissato solo su politica e potere, a un certo punto ricorderà di essere anche un uomo. E per un uomo che sia uomo non può sempre esserci la gazzosa. Quando meno te lo aspetti ci scappa pure lo champagne.
Ogni occhio fa tanto d’occhio. Il “nisi caste, saltem caute” accende la fantasia dei narratori più che dei detrattori, soprattutto quando, esposto alla gogna della scena, il boy, che sa parlare alla pancia, uscendo nottetempo come Carlo V si vestirà di ombre, dubbi e sospetti e così – incontrando il più sincero intendimento degli italiani – di sé dirà: “Se fu cauto, non fu casto”.


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