Nell'eremo di Giovanni Lindo Ferretti

Claudio Gibertini ifioridelmale.it


Scrivere di Giovanni Lindo Ferretti non è un compito semplice. Al di là del fatto di misurarsi con una figura artistica e intellettuale così grande e complessa, per cercarlo è necessario andare fino a Cerreto Alpi, piccolissimo paese di una ventina di anime al confine tra Emilia e Toscana:

un borghetto di sasso sperduto tra i monti dove il tempo sembra essersi letteralmente fermato al medioevo. In questo posto incantato è tornato a vivere da qualche anno il fondatore dei CCCP Fedeli alla linea probabilmente il gruppo musicale punk italiano più famoso di tutti i tempi.

Forse tra i più significativi artisti contemporanei del nostro paese, dopo tanti anni di eccessi, provocazioni e irriverenze, e non ultimo aver sconfitto il cancro, Ferretti ha riscoperto le sue radici cattoliche grazie alla lettura dei libri dell'allora cardinale Ratzinger. Oggi alleva cavalli e vive dei pochi concerti di musica liturgica che tiene nelle chiese in giro per l'Italia.


La casa in cui vive è stata abitata per secoli dai suoi antenati, senza telefono e col riscaldamento a legna. Trovarlo non è stato difficile in paese così piccolo, ma intervistarlo è sempre impresa difficile: molto spesso rifiuta di concedersi ai giornalisti che vengono in questo posto sperduto per incontrarlo nel suo eremo.


Ci sediamo nel suo cortile, all'ombra di una vecchia stalla. Il suo sguardo spiritato e ipnotico scruta letteralmente dentro, la cresta di capelli corvini, il viso macilento, l'altezza imponente, il corpo slanciato e magrissimo infagottato in un gilet ottenuto da un vello di pecora lo fanno sembrare uno sciamano degli Appennini.


Perché sei tornato a vivere in un posto del genere?

(La sua voce è ipnotica e intensa come il suo sguardo, il suo linguaggio è forbito e desueto) Questo per me è stato un ritorno a casa, dopo aver girato il mondo sono tornato a vivere nel paese dove sono nato. Quando ero bambino in questo paese, in questa casa, si viveva ancora in un lungo medioevo che stava per finire. La fine di quel medioevo è coincisa con l'arrivo della strada asfaltata. Qui ho riscoperto l'essenza di quello che sono, un piccolo anello di una catena lunghissima che non è iniziata con me e che non finirà con me.


Non credi però che in questa sorta di vita eremitica che ti sei creato ci sia anche un po’ di narcisismo?

No, ho fatto solo quello che mi sentivo di fare. Il mio padre spirituale non mi permette di fare il voto del silenzio, io infatti vorrei smettere di parlare con tutti per almeno tre anni, periodo nel quale starei meglio io e farei star meglio tutti coloro che mi circondano. Qui a Cerreto Alpi sono tornato a fare quello che hanno fatto i miei antenati per secoli, e i giudizi altrui non mi interessano.


Tornando al tuo passato, come hai scoperto invece la contestazione politica che si viveva durante i tuoi anni giovanili?

Paradossalmente è stata una malattia a farmela scoprire. La malattia è stata infatti la parte più vitale e dinamica della mia vita. Mentre frequentavo la seconda liceo a Reggio Emilia fui operato in extremis di peritonite e feci una lunghissima convalescenza: lì scoprii la politica. Era il 1968 e da quel momento la mia vita è cambiata completamente, ho smesso di essere un buon studente e sono diventato un giovane moderno.


Come c'è stato invece l'avvicinamento alla politica?

Essendo vissuto nella Reggio Emilia degli anni '70, Non potevo che essere influenzato dalla cultura di sinistra. Il Partito Comunista Italiano in questa città copriva ogni dimensione umana, culturale e sociale. Divenni poi militante di Lotta Continua però mi accorsi di far parte di un ghetto, e io per mia indole non potevo vivere tra persone che vestivano, pensavano e si comportavano esattamente come me. Ho poi riscoperto in un secondo momento una dimensione sociale e meno fideistica della politica: sono infatti piuttosto spaventato da chi la vive come se fosse una religione e ne fa una ragione di vita.


Cosa ricordi degli anni a Berlino?

Berlino era l'avanguardia mondiale della cultura alternativa, e infatti quando si usciva da Berlino tutto sembrava brutto e vecchio. Questi però sono ricordi che ho ricoperto di oblio, con me voglio portare il ricordo dei morti, non di esperienze come queste. Oggi la mia vita riguarda in special modo i cavalli. Ho infatti creato una compagnia equestre con la quale porto in giro uno spettacolo circense. Utilizziamo cavalli di una razza che è ritenuta indomabile. Non vogliamo fare spettacoli esteticamente complessi e raffinati, ma vogliamo portare in scena un circo fatto di sabbia, sangue e sudore.


Oggi i cavalli sono il tuo più grande interesse?

Certamente sì, sono nato tra gli animali e tra questi vorrei morire. Qui tra le montagne il rapporto stretto tra uomo, animale e morte è vissuto oggi come lo è stato per millenni. La storia dell'uomo ha cominciato a potersi dire tale quando l'uomo è salito a cavallo. Anche la rivoluzione industriale che ha limitato l'uso di questi animali gli ha però omaggiati chiamando “cavallo-vapore” l'unità di misura della potenza.


Qual è stato il rapporto generale che hai avuto con la musica?

La musica mi ha salvato la vita, dopo essere stato operato per il tumore. D'accordo con i medici, ho ricominciato subito con i concerti, stavo male, sembravo un cadavere ambulante, ma è stata una bella convalescenza. Credo che il male sia parte fondamentale dell'esistenza, l'uomo deve percepire la tragicità dell'esistenza.


Come hai riscoperto le tue radici cattoliche?

Essendo un punkettone mi sono circondato e mi circondo ancora oggi di cattivo gusto e sono sempre andato a cercare tutto quello che veniva disprezzato, e proprio grazie a questo istinto di ricerca di ciò che è universalmente rigettato ho scoperto i libri dell'allora cardinale Ratzinger che al tempo era a capo della Congregazione per la Dottrina della Fede, e per questo al centro di aspre critiche. Quella che è la mia dimensione religiosa è ferma alla soglia del mistero, solo gli sciocchi possono pensare che il mio dichiararmi cattolico sia un'esternazione ideologica, insomma non è la soluzione dei miei problemi. La vita è qualcosa di estremamente semplice e complesso al tempo stesso, e spesso la vita è fatta di contraddizioni apparentemente indecodificabili.


Com'è stato preso questo riavvicinamento alla fede e al mistero?

Chi mi conosce sa bene che non mi sono mai allontanato del tutto dalla fede. Quando ero giovane ricordo che volli entrare di nascosto nel Duomo di Reggio Emilia e mi ritrovai davanti all'altare, mi chiesi tra me e me quasi scherzosamente cosa fossi arrivato a fare, trovarmi in una chiesa era infatti qualcosa che nessuno poteva aspettarsi da una persona quale ero al tempo. Secondo altri l'avanzare degli anni mi ha reso cattolico, reazionario e stronzo. Ma i giudizi non mi toccano. Coltivo il mio pudore solo nel mio intimo da uomo all'antica quale mi reputo.


Che cosa è per te l'essere umano?

L'essere umano è il suo vissuto, tutto quello che ha visto, sentito, odorato, gustato, percepito, ma c'è anche molto altro: un'anima. Perché già dai tempi antichi gli esseri umani avevano capito che esisteva molto di più rispetto a quanto fossero in grado di percepire e addirittura di immaginare.

(Fumata l'ultima sigaretta, Giovanni monta su uno dei suoi amati cavalli e, uscito dal piccolo borgo, si inerpica nei boschi, tra i suoi monti...)


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