La 'pretessa' austriaca che volle essere Lutero

di Rino Cammilleri30-05-2014 lanuovabq.it

Eh, sì, misericordia, misericordia… Ma quanno ce vo’ ce vo’.



Come avevamo prima sospettato e poi previsto, la «rivoluzione» di papa Francesco è d’immagine, ma il Capo della Chiesa non ha mai detto che la misericordia debba eliminare di punto in bianco la giustizia o, peggio, la dottrina. Infatti, misericordia vuole che si insegua la pecorella smarrita, anche per anni se necessario. Ma, se quella non ne vuole sapere di tornare, un pastore non scriteriato provvede a chiudere le porte dell’ovile, onde evitare che, in sua assenza, si smarrisca l’intero gregge.


E veniamo al fatto. In data 22 maggio 2014 il vescovo di Innsbruck, Manfred Scheuer, ha personalmente consegnato nelle mani di Martha Heizer e di suo marito Gert il decreto di scomunica da parte della Congregazione per la dottrina della fede (l’ex sant’Uffizio a cui Paolo VI cambiò nome). Vera destinataria, in verità, è la signora tirolese, giacché era lei che aveva preso a celebrare «messe» pubbliche in casa sua. Senza prete. Infatti, da molti anni la Heizer, già insegnante di religione (e te pareva…), persegue il suo personale sogno di sacerdozio (cattolico) femminile.


Dopo aver provato in mille modi a convincere il Vaticano -il quale sempre rispose picche- aveva annunciato che, ove non la si fosse accontentata, avrebbe provveduto personalmente. E ha mantenuto la parola. E non una volta sola.


Ora, Martha Heizer non è una scheggia impazzita che è uscita per la tangente per conto suo. No, è stata fondatrice, insieme a Thomas Plankesteiner, del movimento ultraprogressista «Wir sind Kirche», «Noi siamo Chiesa», diffusosi in tutta Europa e divenuto famoso per un «Appello dal popolo di Dio» lanciato nel 1995. In esso si chiedevano le solite cose: abolizione del celibato ecclesiastico, introduzione del sacerdozio femminile, adeguamento della morale sessuale ai tempi, elezione diretta di parroci e vescovi. Insomma, tutto il frusto armamentario, già visto nei secoli, con cui una minoranza di plagiati dallo spirito del mondo reclama di poter «vivere il suo tempo» con la benedizione della Chiesa.


La logica imporrebbe che, quando le regole di una casa ti diventano intollerabili, te ne vada altrove: molte denominazioni protestanti, per esempio, offrono esattamente quel che i «Wir sind Kirche» chiedono. Ma gli autonominatisi «popolo di Dio» vogliono altro: da buoni giacobini, vogliono imporre la loro volontà a tutti. Dimentichi del fatto che Cristo ha fondato la Chiesa su Pietro e non su di loro, strepitano e fanno letteralmente il diavolo a quattro perché le loro minoritarie istanze vengano immediatamente fatte proprie dai papi ed estese a tutti, anche a quelli (e sono i più) che non sono d’accordo.


L’Appello raccolse parecchie firme di sostegno, ma è significativa la localizzazione: mezzo milione in Austria e quasi due in Germania, cifre risibili nel resto della cattolicità europea. Malgrado ciò, nel 1997 cinquecento delegati di «Wir sind Kirche» andarono a consegnare solennemente il pacco con le firme a Giovanni Paolo II. Il quale, però, chiuse la questione con la lettera apostolica Ordinatio sacerdotalis. L’allora prefetto della Congregazione per la dottrina della fede era Ratzinger, che, da buon tedesco, conosceva i suoi polli, rispose nein, perché il sacerdozio maschile ha fondamento nei tempi apostolici e perché la Chiesa è solo depositaria, non padrona della dottrina. Posizione che anche l’attuale pontefice non manca di ribadire ogni volta che parla ai teologi.


Poiché la Heizer non ha voluto sentire ragioni e ha continuato imperterrita per la sua strada, ecco la scomunica. La Chiesa le ha detto, evangelicamente: vi abbiamo suonato il flauto e non avete ballato, vi abbiamo cantato un lamento e non avete pianto; anzi, vi siete messi a celebrare messe “femminili”. La profanazione dell’eucarestia, specialmente se pubblica, fa parte dei c.d. delicta graviora, per i quali il codice canonico prevede la scomunica.


Naturalmente, questa non è servita a far rinsavire l’austriaca, che, anzi, si è indignata per essere stata messa, a suo dire, sullo stesso piano dei preti pedofili. Di più: come ha dichiarato al giornale «Tiroler Tageszeitung» (citato da Zenit.org), non le risulta che i preti pedofili siano stati scomunicati, perciò ha respinto al mittente il decreto vaticano. Conoscesse davvero quella dottrina che pretende di modificare, saprebbe che una cosa sono le debolezze umane, altra l’eresia; saprebbe che basta il pentimento a riaprire l’accesso ai sacramenti, pentimento che lei non ha alcuna intenzione di manifestare, convinta, come rimane, di avere ragione. Infatti, così ha concluso l’intervista: «Continueremo a impegnarci con maggior forza per la riforma della Chiesa cattolica. Proprio questo modo di procedere mostra con quanta urgenza essa abbia bisogno di un rinnovamento». Ipse dixit.


Martha Heizer ha ormai sessantasette anni e difficilmente cambierà idea, come accade a tutti quelli che hanno fatto di una fissazione la ragion d’essere di tutta la vita. A questo punto è scismatica, perché la Chiesa tollera le contestazioni ma non può fare lo stesso con le profanazioni.


Che, reiterate, propugnate ed elevate a sistema, diventano eresia. La Heizer, dunque, andrà avanti. Del resto, parla la stessa lingua di Lutero, il quale cominciò con una richiesta di riforme e finì scismatico quando prese una strada sulla quale il Pastore non poteva più seguirlo. Ma Lutero aveva le spalle coperte dai prìncipi tedeschi, bramosi di mettere le mani sui beni ecclesiastici. La Heizer cos’ha, un pacco di firme?


Ma la vera domanda è un’altra: perché ci tiene così tanto a fare il prete?


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