Intervista a Pietrangelo Buttafuoco

http://www.satisfiction.me/ di Graziella Balestrieri

Ieri, mentre camminavo per i viali che confluiscono in Piazza Mazzini, c’era il sole, il caldo, che si trascinava dietro un vento che a sua volta spazzava via tutto quel calore e quell’armonia quasi estiva.


E pensavo a quale canzone associare a questa intervista a Pietrangelo Buttafuoco, autore de “il dolore pazzo dell’amore” visto che il mio “compito” qui è associare la letteratura alla musica.


E mentre ci pensavo, camminavo. Il telefono mi si era spento per fortuna e non ho avuto per un paio di ore e più nessun nemico esterno che potesse distrarmi da quella passeggiata. Ma nel tornare indietro ai ricordi, a quel calore e a quel vento ripensavo alla copertina del libro, a quella neve, a quello che non ritorna più in quelle pagine.


Ho iniziato ad immaginare quei viali stracolmi di neve, odio la neve per il senso di immobilità che riesce a darmi, alla sensazione del “tutto dovrebbe fermarsi” per restituire i ricordi. Ad un certo punto quella neve della copertina e sparsa per i viali mi sembrava una sorte di morte interiore e ascoltavo “Inverno” di Fabrizio De Andrè” da un’ora circa, con il repeat continuo di chi aveva visto in quelle pagine il senso di quella melodia. La morte, l’andare e il rimanere. Lo smarrimento dell’uomo e la capacità nell’incertezza di riconoscere i volti.


Ecco perché alla fine tornando a casa ho associato questa canzone al libro, tutto. C’è la neve, il ricordo, l’amore che passa di lato, il momento in cui la neve se ne andrà … ma destinata sempre a ritornare con un altro inverno. Il ciclo della vita.


“ Sale la nebbia sui prati bianchi come un cipresso nei camposanti , un campanile che non sembra vero segna il confine fra la terra e il cielo. Ma tu che vai, ma tu rimani vedrai la neve se ne andrà domani rifioriranno le gioie passate col vento caldo di un’altra estate. Anche la luce sembra morire nell’ombra incerta di un divenire dove anche l’alba diventa sera e i volti sembrano teschi di cera. Ma tu che vai, ma tu rimani anche la neve morirà domani l’amore ancora ci passerà vicino nella stagione del biancospino . La terra stanca sotto la neve dorme il silenzio di un sonno greve l’inverno raccoglie la sua fatica di mille secoli, da un’alba antica Ma tu che stai, perché rimani? un altro inverno tornerà domani cadrà altra neve a consolare i campi cadrà altra neve sui camposanti “( Inverno, Fabrizio De Andrè)


Leonard Cohen  scriveva che il vero amore non lascia traccia perché le due persone diventano una cosa sola e ciò che è uno non può mai separarsi, il vero amore non porta dolore . Non parla solo dello spirito… Invece di quale amore parla Buttafuoco?

“Provo a parlare di un amore simile al respiro. È il soffio di vita proprio di un destino che non riguarda l’anagrafe, il patto coniugale o il rogito di una casa, ma il mondo interiore di tutti. L’amore è l’istinto segreto attraverso cui ognuno di noi incontra l’Amato. Ed è un soggetto di piena conoscenza l’Amato. È il Motore immobile della nostra vita”


C’è una lettera d’amore breve ma intensa (come si dice) dove parla di baci mai dati e dell’unico dell’ultima volta. L’ha inserita con la speranza che la persona a cui è destinata possa conservare lo stesso ricordo, lo stesso dolore o cosa, visto che le lettere d’amore sono una delle forme piu`intime e segrete con cui rivelarsi all’amato ?

“Non riguarda me personalmente. È come una canzone. Si parva licet è come chiedere conto della Donna Cannone a Francesco De Gregori. Magari l’avrà vista ma tutto è trasfigurazione. Posso consentirmi, da scrittore, di essere anch’io artista. La persona cui è destinata la lettera d’addio non è una ma tutte”.


Come fa qualcosa che si è perduto a rimanere per sempre? Che cosa se ne fa Pietrangelo Buttafuoco delle mani vuote ma degli occhi pieni del ricordo di lei?

“È il verso che Ibn Hamdis destina alla sua stessa giovinezza, ai colori e all’impeto di amore tutto consumato nella nostalgia. È esilio, tutto ciò. E noi tutti siamo destinati all’esilio. Ce ne facciamo una poesia più che farcene una ragione”.


In amore bisogna accontentarsi e non lottare. L’ avrei potuto”sembra essere  sinonimo di non avere avuto il coraggio e se l’amore non dà coraggio che senso ha tutto il resto?

“Ancora un topos di Ibn Hamdis, questo. In apertura e in chiusura mi sono affidato a lui. Avrei è il registro delle emozioni possibili e non, come si potrebbe equivocare, quello delle possibilità. Non c’è da darsi “coraggio”. Tutto è scritto e arriva a noi solo ciò che ci è dato”


“L’amore è un legame spirituale, profondo e poetico, altrimenti è un’altra storia, una consuetudine sociale, senza incanto”.Ci si può rifugiare in una poesia? E`cosa intende per consuetudine sociale?”

Tutto ciò che è prosa.


Come si fa ha riempire l’assenza di una persona?

Con la nostra stessa assenza.


Potendo tornare indietro c’e`un giorno che vorrebbe ripetere da capo?

Il giorno degli errori, tutti da ripetere.


E`contento Buttafuoco dell’uomo che e`adesso, ha mantenuto fede agli insegnamenti ricevuti da bambino?

Ho mantenuto fede, sì. Decisamente.


Come è la donna della sua vita, “quella che ti confonde e ti capisce” come canta Paolo Conte?

Più che Paolo Conte, Giorgio. Ha presente la canzone Marina Vlady? Ecco, quella.


L’ invocazione finale al mare “mare mare disgraziato” e`solo un’invocazione poetica o e`un modo per dare la colpa a qualcosa di più grande dopo la perdita di un amore?

Poesia, poesia, poesia. Arte tutta saracena di prendere il mondo metterselo in tasca per poi salpare, verso la lunga linea del mare. Che porta via. Dove essere finalmente assenti. E poi presenti. Per ripetere, ripetere e ripetere. Tanto, tutto è scritto.


Cerca nel sito

ContanteLibero.it

I più letti


Le perle


Appello

Per cambiare la politica

Eventi del Circolo

Il calendario

Sezione Video

Eventi del circolo

Premio La Torre

1996/2011

Selezione Libri

Recensioni

Links

Collegamenti utili


Partners

Realizzato da Telnext