Se uccidere un cristiano non è reato

di Franco Cardini 18/5/2014 Il Giornale

In un mondo che gronda violenza, sembra tuttavia che i cristiani (e forse, anche se non solo, in special modo i cattolici) siano vittime di attacchi che li riguardano specificamente, cioè in quanto tali.



Molti casi recenti e meno recenti, ma anche recentissimi, propongono i cristiani come vittime designate, specie nei continenti asiatico e africano. Prendiamo il caso delle ragazze nigeriane che il gruppo terroristico musulmano Boko Haram intende vendere come schiave o convertire per forza. O quello dei religiosi missionari, o semplicemente testimoni di pace, uccisi.


Al riguardo è inutile darsi alla macabra computisteria funebre e cercar di stabilire se muoiano più cristiani o musulmani o altro: il punto non è affatto quello. Né si vuole qui spiegar tutto con il principio dell’ “offrir l’altra guancia”: in Asia e soprattutto in Africa, dal Libano alla Nigeria, casi di cristiani che reagiscono anche armati ce ne sono eccome.


Nella storia fino al Sette-Ottocento, le Chiese e i gruppi cristiani erano tutt’altro che disarmati: e, se talvolta sono stati perseguitati, non sono mancati i casi in cui sono stati anche persecutori eccome.


Dall’imperatore Teodosio alla fine del IV secolo d.C. fino ai cattolici e ai protestanti gli uni contro gli altri armati dall’inizio della Riforma fino alla “guerra dei Trent’Anni” del 1618-1648, alle “guerre stuardiste” nella Scozia primosettecentesca, alle insorgenze antigiacobine e antibonapartiste tra Vandea, Spagna, Italia e Tirolo fino al Messico degli Anni Venti, alla Spagna degli Anni Trenta e al Libano della fine del secolo scorso – e ancor oggi – cristiani al potere che perseguitano gli avversari o cristiani in armi contro i loro nemici se ne sono visti eccome.


Ma oggi il panorama è diverso. E il punto è capire perché tutto ciò non faccia notizia o ne faccia troppo poca, specie nei paesi a maggioranza cattolica o statisticamente tale. In altri termini: perché il cristianesimo è diventato l’unica religione che si possa attaccare impunemente?


Perché l’anticristianesimo è rimasto l’unico pregiudizio accettabile?


Perché da noi ci si scandalizza degli eventuali attacchi (magari sotto forma di semplici barzellette) contro il profeta Muhammad o contro il Corano o di muri di sinagoghe imbrattati, mentre i casi di bestemmie insulti contro il cristianesimo o, peggio, di chiese bruciate, di religiosi uccisi, di ragazze cristiane sequestrate dai fondamentalisti musulmani, di quartieri cristiani presi di mira da induisti o di chiese deturpate da scritte ingiuriose com’è accaduto di recente in Israele provocano al massimo qualche debole protesta di gruppi minoritari o una peraltro sempre autorevole denunzia del papa nell’Angelus domenicale?


La questione va storicamente inquadrata a due livelli: il primo interno a quello che siamo soliti definire “il nostro Occidente moderno”; il secondo relativo ai rapporti tra essi e le altre culture.


Al primo livello, c’è una cosa di cui dobbiamo renderci conto: noi abbiamo cessato di essere almeno da più di due secoli una “Cristianità”: vale a dire una società che si fonda sulla fede cristiana (sia pure scandita in differenti confessioni) per tutti gli aspetti della sua vita pubblica e privata. La nostra politica, la nostra economia, la nostra estetica, il nostro diritto, la nostra scienza non sono più ispirate ai valori cristiani: almeno dal Duecento, con più forza poi dal Quattro-Settecento, si è avviato il cosiddetto “processo di secolarizzazione”, che ha conosciuto episodi di semplice sganciamento dalla fede cristiana e dalla Chiese storiche ed episodi addirittura di vero e proprio anticlericalismo o anticristianesimo: e che, per molti di noi, hanno coinciso con la progressiva acquisizione della libertà di coscienza e di pensiero. Nel nostro mondo, nel quale i cristiani possono a livello individuale e privato essere anche moltissimi ma nel quale il cristianesimo non è più civicamente e intellettualmente ritenuto un valore fondante, è evidente che i cristiani possono costituire il più o meno facile obiettivo di discredito e anche di violenze senza che nessuno si levi in loro difesa.


Quanto alle altre culture (e questo vale soprattutto per i musulmani, e oggi principalmente in Africa; vale anche per gli induisti nel subcontinente indiano; il caso degli ebrei, sia d’Israele sia della “diaspora”, è differente e andrebbe trattato a parte), la questione di fondo è dolorosa, ma ohimè anche semplice. Un Occidente in progressivo corso di secolarizzazione, tra Cinque e Ottocento, ha soggiogato il mondo; esso stava discostandosi al suo interno dai valori cristiani, ma esternamente proponeva il cristianesimo come uno dei suoi connotati di fondo, e sovente la penetrazione e la conquista coloniali andavano di pari passo con l’impianto di missioni religiose. Che esse svolgessero anche una benemerita attività umanitaria, spesso riconosciuta dagli stessi nativi, e che talora i missionari addirittura facessero causa comune con essi contro i maltrattamenti di schiavisti o di sfruttatori, non toglieva che il cristianesimo fosse visto come uno dei volti dell’oppressione coloniale.


Questo pregiudizio ha avuto una vita molto lunga; e di recente ha conosciuto un triste revival in quanto rivendicato dai vari movimenti fondamentalisti. D’altronde, finché essi agivano in una direzione indiscriminatamente antioccidentale, com’è accaduto più o meno fino a qualche anno fa, il fronte era quanto meno chiaro: ricordate i discorsi di Bin Laden contro “i crociati”? Ma da alcuni anni, grazie soprattutto alla mediazione saudita, alcuni gruppi fondamentalisti (lo si è visto in Libia e poi in Siria) hanno agito di concerto con le potenze occidentali: e allora la cosa si è ulteriormente ingarbugliata.


Usciremo da questo groviglio di malintesi? E’ difficile. Per farlo, comunque, è necessario cominciar a capire – e a spiegare agli altri – due cose: primo, non è strano che i cristiani vengano perseguitati nel mondo dal momento che la persecuzione, o quanto meno l’emarginazione, sono cominciate proprio da noi in Europa. Secondo: le intenzioni delle Chiese cristiane, che pur hanno accettato di essere presenti alle varie fasi della conquista occidentale del mondo, non sono mai state funzionali a quella conquista, per quanto casi di complicità o di connivenza possano essersi verificati.


Esser consapevoli di tutto ciò non servirà di per sé a mettere fine alle violenze: ma servirà a situarle nel loro più preciso contesto storico e quindi a denunziarle e a combatterle più efficacemente.


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