Chesterton: la civiltÓ si fa in chiesa

6/6/2012 DA AVVENIRE.IT

Le discussioni teologiche sono sottili ma non magre. In tutta la  confusione della spensieratezza moderna, che vuol chiamarsi pensiero  moderno, non c'è nulla forse di così stupendamente stupido quanto il  detto comune: «La religione non può mai dipendere da minuziose dispute  di dottrina». Sarebbe lo stesso affermare che la vita umana non può mai  dipendere da minuziose dispute di medicina. L'uomo che si compiace  dicendo: «Non vogliamo teologi che spacchino capelli in quattro»,  sarebbe forse d'avviso di aggiungere: «e non vogliamo dei chirurghi che  dividano filamenti ancora più sottili».

È un fatto che molti individui  oggi sarebbero morti se i loro medici non si fossero soffermati sulle  minime sfumature della propria scienza: ed è altrettanto un fatto che la  civiltà europea oggi sarebbe morta se i suoi dottori di teologia non  avessero argomentato sulle più sottili distinzioni di dottrina. Nessuno  scriverà mai una Storia d'Europa un po' logica finché non riconoscerà il  valore dei Concili, della Chiesa, quelle collaborazioni vaste e  competenti che ebbero per scopo di investigare mille e mille pensieri  diversi per trovare quello unico della Chiesa.

I grandi Concili  religiosi sono di un'importanza pratica di gran lunga superiore a quella  dei Trattati internazionali, perni sui quali si ha l'abitudine di far  girare gli avvenimenti e le tendenze dei popoli. I nostri affari di oggi  stesso, infatti, sono ben più influenzati da Nicea ed Efeso, da Trento e  Basilea, che da Utrecht o Amiens o Versailles. In quasi tutti i casi  vediamo che la pace politica ebbe per base un compromesso: la pace  religiosa invece si fondava su di una distinzione.

Non fu affatto un  compromesso dire che Gesù Cristo era vero Dio e vero Uomo, come fu  invece un compromesso la decisione che Danzica sarebbe stata in parte  polacca ed in parte tedesca: era bensì la dichiarazione di un principio  la cui perfetta pienezza lo distingueva sia dalla teoria ariana, sia da  quella monofisita. E questo principio ha influito e influisce tuttora  sulla mentalità di europei, da ammiragli a fruttivendole, che pensano  (sia pure vagamente) a Cristo come a qualcosa di Umano e Divino nello  stesso tempo. Mentre il domandare alla fruttivendola quali siano per lei  le conseguenze pratiche del Trattato di Utrecht sarebbe meno che  fruttuoso.

Tutta la nostra civiltà risulta da queste vecchie decisioni  morali, che molti credono insignificanti. Il giorno in cui furono  portate a termine certe note contese di metafisica sul Destino e sulla  Libertà, fu deciso anche se l'Austria dovesse o no somigliare  all'Arabia, o se viaggiare in Spagna dovesse essere lo stesso che  viaggiare nel Marocco. Quando i dogmatici fecero una sottile distinzione  fra la sorta di onore dovuto al matrimonio e quello dovuto alla  verginità, stamparono la civiltà di un intero continente con un marchio  di rosso e di bianco, marchio che non tutti rispettano, ma che tutti  riconoscono, anche mentre l'oltraggiano. Nello stesso modo, allorché si  stabilì la differenza tra il prestito legale e l'usura, nacque una vera e  propria coscienza umana storica, che anche nello spettacoloso trionfo  dell'usura, nell'età materialistica, non si è potuto distruggere.

Quando  san Tommaso d'Aquino definì il diritto di proprietà e nello stesso  tempo gli abusi della falsa proprietà, fondò la tradizione di una  schiatta di uomini, riconoscibili allora e ora, nella politica  collettiva di Melbourne e di Chicago: e ciò staccandosi dal comunismo  coll'ammettere i diritti della proprietà, ma anche protestando, in  pratica, contro la plutocrazia. Le distinzioni più sottili hanno  prodotto i cristiani comuni: coloro che credono giusto il bere e  biasimevole l'ubriachezza; coloro che credono normale il matrimonio e  anormale la poligamia; coloro che condannano chi colpisce per primo ma  assolvono chi ferisce in propria difesa; coloro che credono ben fatto  scolpire le statue e iniquo adorarle: tutte queste sono, quando ci si  pensa, molto fini distinzioni teologiche. Il caso delle statue è  particolarmente importante in questo argomento.

Il turista che visita  Roma è colpito dalla ricchezza, quasi sovrabbondanza, di statue che vi  si trovano; or bene, il fatto dell'importanza dei Concili diviene ancora  più impressionante quando tutto l'avvenire artistico di una terra  dipende da una sola distinzione, e la distinzione stessa da un solo  Uomo. Fu il Papa, solo, che rilevò la differenza tra venerazione delle  immagini e idolatria. Fu lui solo a salvare tutta la superficie  artistica dell'Europa e di conseguenza l'intera carta geografica del  mondo moderno, dall'essere nuda e priva dei rilievi dell'Arte.

Nel  difendere quest'idea, il Pontefice difendeva il san Giorgio di Donatello  e il Mosè di Michelangiolo, e com'egli fu forte e deciso in Roma così  il David sta gigantesco su Firenze, ed i graziosi putti dei Della Robbia  sono apparsi come squarci di azzurro e nubi nel Palazzo di Perugia, e  nelle celle di Assisi. Se dunque una tale distinzione teologica è un  filo sottile, tutta la Storia dell'Occidente è sospesa a quel filo; se  non è che un punto di affermazione, tutto il nostro passato è in  equilibrio su di affermazione, tutto il nostro passato è in equilibrio  su di esso.

Gilbert Keith Chesterton

SUL «FRONTESPIZIO» DI BARGELLINI

Chesterton  «l'italiano». Pochi lo sanno, ma il celeberrimo autore di Padre Brown è  stato collaboratore di varie riviste italiane del primo Novecento, come  «La Ronda», «L'Italia letteraria», «Il Frontespizio» e «L'Illustrazione  Toscana». Ora per la prima volta Marco Antonellini ha raccolto 13  articoli dello scrittore inglese, apparsi da noi tra il 1919 e il 1938,  nell'antologia «Il soprannaturale è naturale» (Marietti 1820, pp. 110,  euro 12). Quello che pubblichiamo in questa pagina è apparso nel 1932  col titolo «Capelli spaccati in quattro» sul mensile cattolico  fiorentino «Il Frontespizio», diretto da Piero Bargellini; la traduzione  era di Ireneo Speranza, pseudonimo letterario di don Giuseppe De Luca,  un'altra delle «anime» della battagliera rivista. Il rapporto con  l'Italia di Chesterton (che si convertì al cattolicesimo nel 1922) si  sostanziò anche di tre viaggi, l'ultimo dei quali proprio a Firenze nel  1935 - l'anno prima della morte - per una conferenza su «La letteratura  inglese e la tradizione latina».


Cerca nel sito

ContanteLibero.it

I pi¨ letti


Le perle


Appello

Per cambiare la politica

Eventi del Circolo

Il calendario

Sezione Video

Eventi del circolo

Premio La Torre

1996/2011

Selezione Libri

Recensioni

Links

Collegamenti utili


Partners

Realizzato da Telnext