'APOCALYPSE MURDOCH' - 19° PUNTATA

562012 DI GLAUCO BENIGNI DAGOSPIA.COM

- È L'ORA DI FARE I CONTI: MA QUANTO VALE DAVVERO L'IMPERO DI MURDOCH? È IN GRADO DI SALDARE I DEBITI? - IL FUTURO DELLO SQUALO È LEGATO ALL'UMORE DEI BANCHIERI: SE SOLO UNO DI LORO PERDE LA CALMA, È LA FINE - LUI CERCA DI RASSICURARLI: "NON COMPRO PIÙ NIENTE" - COMPRIME I COSTI, MA "SKY" È LA VERA SPINA NEL FIANCO - IL COLPO IN AUSTRALIA...


"OK MURDOCH ... ORA FAI VEDERE I CONTI"...
Nell'autunno 1990 cominciano a circolare i primi dati pubblici sul valore delle proprietà News Corp., ed è la prima effettiva occasione in cui Murdoch è costretto a ad aprire i suoi cassetti più segreti. Lo fa a denti stretti, ma lo fa. Lo deve fare. Innanzitutto sventola sotto il naso dei suoi creditori la sua library di diritti: libri, programmi tv, film, ai quali vanno aggiunte tutte le licenze Tv che possiede.


Sono circa 9 miliardi di dollari australiani, che dovrebbero generare una rivalutazione di un altro miliardo e mezzo nel prossimo anno. Negli ambienti finanziari lo osservano un po' freddini: OK i diritti sono ‘beni', ma un po' «virtuali». Alla Fox allora fanno i conti velocemente: gli Studios, piu' i canali Tv, piu' le emittenti possedute... sono altri 6 miliardi di dollari australiani. O no?


Qualcuno fa notare che, a fronte di un calo dei profitti del 50%, segno di una profonda crisi del mercato, queste valutazioni valgono poco, sono just accounting gimmickry (‘trucchetti di contabilità'), li definisce l'«Economist». Il problema resta. Quanto vale la News Corp.?


Anche lo scenario di riferimento è molto nebbioso: la recente flessione della pubblicità sta ridisegnando i valori dell'industria mediatica. Due anni prima Murdoch ha pagato 2,8 miliardi di dollari per la Triangle Publications ed è entrato in possesso della «Tv Guide», il maggiore settimanale di informazione sui programmi Tv in Usa, che tira milioni e milioni di copie a ogni uscita. Ma attualmente non vale più di 2 miliardi di dollari. E se continua così?


In ogni caso, nella provincia britannica figurano un paio di gioielli: «The Sun» e «The Times». Se Murdoch vendesse i giornali inglesi porterebbe a casa probabilmente 5 miliardi di dollari australiani. Quindi? Quindi OK, l'assett copre l'indebitamento, ma...


Murdoch ha un altro fortissimo mal di pancia. Gli è provocato dai debiti a breve termine. Ai ‘cagnacci' della Securities and Exchange Commission americana risulta che in meno di un anno deve restituire 2 miliardi di dollari australiani (l'anno precedente erano solo 500 milioni).


La gran parte di questo debito può essere rinegoziato, ma qualche banchiere più nervoso di altri potrebbe chiedere l'estinzione nei tempi stabiliti, innescando un effetto domino catastrofico. In sostanza, fin quando tutti mantengono la calma va bene, ma se qualcuno rivuole i soldi, costringe tutti gli altri a saltare alla giugulare di Murdoch.

Che guaio. Eppure RKM ha sempre avuto un buon rapporto con i suoi banchieri: li incontra regolarmente e ha convinto quasi ognuno di loro a nominare un responsabile dedicato alle relazioni con la News Corp. «Va bene, fratelli, non compro più niente», sembra abbia detto in molti di questi incontri, «anzi, comincio a vendere dei pezzi». E promette che nel prossimo anno raddoppierà i profitti. «Abbiamo la pentola», dice in quei giorni ai giornalisti, «adesso ci dobbiamo mettere dentro un po' di ciccia».


Lo sostiene anche un piccolo colpo di fortuna: la Mgm/Ua Communications rifiuta la sua offerta da 1,3 miliardi di dollari. «State tranquilli, state tranquilli, non compro più niente. Lo shopping è finito». È il mondo però che non è tranquillo in queste settimane. Saddam ha invaso il Kuwait, Bush sr. si prepara ad attaccarlo e se le cose vanno per le lunghe gli interessi andranno alle stelle.


Agli inizi di ottobre Murdoch comincia a dare i primi segnali del nuovo corso. Non vende ma «comprime» i costi, iniziando dall'Australia. Quattro quotidiani del mattino e della sera vengono fusi in due: a Melbourne il «The Sun News Pictorial» confluisce nell'«Herald» per dar vita al «The Herald Sun», mentre a Sydney il «The Daily Telegraph» e il «Daily Mirror» si uniscono e nasce il «The Daily Telegraph Mirror». Sembrano solo manovre di piccolo cabotaggio, segnali di inversione di rotta in attesa delle rivelazioni che tutti aspettano il mese prossimo, quando ci sarà l'assemblea annuale della News Corp. ad Adelaide.


«È tempo di grandi decisioni», rassicura Murdoch in un'intervista Tv, «bisogna fronteggiare i cambiamenti quando avvengono. Se non si fa ci possono essere problemi più seri». Nel frattempo la situazione si sta aggravando in Inghilterra, dove un emendamento al Broadcasting Bill potrebbe costringere Murdoch a ridurre la sua quota in Sky al 20% entro la fine del 1992, e ciò significherebbe la chiusura. Con l'andar del tempo Sky appare essere la vera spina nel fianco. I suoi costi di lancio, quasi 100 milioni di sterline, hanno dissanguato l'intero gruppo, ma sono soprattutto le sue perdite settimanali, 2 milioni di sterline, che terrorizzano gli investitori e i creditori.


Dall'annuncio dei risultati di bilancio si è alzata un'ondata di vendite delle azioni del gruppo, soprattutto sul mercato australiano. A Sydney il titolo ha toccato il livello più basso degli ultimi quattordici anni, bruciando 2 miliardi di sterline. Nel giro di due settimane ha perso un quarto del proprio valore e in meno di un anno si è dimezzato. A preoccupare il mercato australiano è anche il progetto di Murdoch di emettere azioni speciali senza diritto di voto.


Tali azioni servirebbero a raccogliere capitale in una data futura, senza modificare pero' il controllo della famiglia, che possiede ( a quel tempo) il 44%. Ciò non piace e oltretutto esiste un veto della Borsa australiana a simili operazioni. Ma Murdoch insiste e minaccia di abbandonare Sydney e trasferire tutto su Londra e New York, dove peraltro è già quotato.

Lo scontro con le Autorità australiane potrebbe costargli molto caro. Il Governo laburista ha chiuso un occhio sul fatto che Murdoch possiede il 65% dei media della nazione, pur essendo ormai cittadino americano dal 1985, ma a dicembre, sollecitato dalle Autorita' di Borsa, potrebbe sollevare la questione. I pareri degli analisti sono inevitabilmente discordanti.


«La ristrutturazione della divisione tipografica», dice George Sutton della Barclays de Zoete Wedd Australia, «dovrebbe consentire al gruppo di trovarsi in una posizione di forza dalla quale beneficiare di qualsiasi miglioramento del clima economico». Non sono d'accordo gli analisti della City londinese, dove si dice invece che «la pressione sul gruppo è destinata a crescere e non a diminuire. Ciò rende sempre meno probabile una riduzione del debito».


«Nell'immediato non possiamo far niente nel mercato azionario. Quello che possiamo fare è concentrarci sui profitti in tutti i nostri affari». In una affollatissima assemblea annuale, il 23 ottobre 1990 ad Adelaide, Murdoch cerca di rassicurare i 300 convenuti centrando il suo intervento sui progetti a medio termine, sull'assett che definisce of lasting and outstanding value (‘di durevole e eccezionale valore') e sulla rinegoziazione del debito a lungo termine.


«Siamo abbastanza realisti da riconoscere i problemi quando nascono per trasformarli in opportunità [...].Le banche che ci prestano denaro sono sempre, e scrupolosamente informate, sullo stato e sui progressi delle operazioni. Altrimenti si sottrarrebbero». Cioè: se non si preoccupano loro, che hanno i conti sotto gli occhi, perché dovreste preoccuparvi voi?

In ogni caso Murdoch mette ai voti l'emissione di azioni senza diritto di voto, dopo aver comunicato di aver - inspiegabilmente - ottenuto il parere favorevole dell'Australian Stock Exchange e una sola voce, sebbene autorevole, si leva contro. È quella del rappresentante della Amp (Australian Mutual Provident), un partner istituzionale che possiede il 3%. Ma non basta. Rupert in sostanza vince il round in casa, tant'è che ottiene un effetto di dimensioni assolutamente insperate: il titolo, dopo i suoi commenti e dichiarazioni, fa un salto del 54% in un solo giorno, passando a 6,10 dollari australiani per azione


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