DALL'ARCHIVIO - La Madonna e l'ignorante

1997 - INTERVISTA A MESSORI

Ci sono almeno due motivi perché Vittorio Messori, giornalista e polemista cattolico, si sia tanto indaffarato (prefazione, aiuto alla traduzione, promozione) intorno al libro di padre René Laurentin dal titolo Lourdes.Cronaca di un mistero, edito in Italia solo un paio di mesi fa da Mondadori.


Un motivo è in quella specie di “insania” che rende Messori amico di un uomo come Laurentin, che per quarant’anni ha studiato tutto lo studiabile intorno al fenomeno Lourdes, e che lo rende un pubblico nemico dei luogo-comunisti di ogni parrocchia, laica o clericale che sia.


È l’insania, il furore che prende coloro che hanno scoperto un tesoro, come la fede della Chiesa, e lo vedono continuamente dilapidato e deriso.


Insomma, c’è un motivo, se così si può dire, pubblico che avvicina questo “provocatore” di professione alla provocazione delle misteriose apparizioni di Lourdes.


Basta sentirlo parlare, tra una sigaretta e l’altra, nella sua casa-studio di Desenzano, sul lago di Garda, dove siamo andati a incontrarlo.


“La devozione popolare, in particolare mariana” dice “è una forma di protesta”.


Come? I pellegrinaggi, quei gesti così miti e a volte un po’ tristi, sarebbero un’arma puntata contro qualcuno?

“Non esplicitamente, certo. Ma nella devozione ai santuari, che resiste e anzi s’incrementa mentre altri indicatori di fede cattolica segnano al ribasso, anche nella figlia prediletta della Chiesa, la Francia, c’è implicita una protesta contro l’intellighentzia clericale, contro teologi che han reso la fede una arida dottrina, un discorso etico o una disciplina accademica. Nella crisi di fede che investe la Chiesa, una crisi storicamente anomala poiché è a causa di un nemico solo interno, la devozione mariana e i santuari sono misure estreme, attraverso cui si dice: “Credo Signore, ma aiuta la mia incredulità”. Le apparizioni come quelle di Lourdes sono un dono fatto alla Chiesa”.


Né isterica né demente.

Per questo il libro, avvincente e scritto come un romanzo, di Laurentin è, secondo Messori, fondamentale.

“È la sintesi dei sei ponderosi volumi che sono a loro volta la sintesi della lunga opera di studio che Laurentin, recente Premio per la cultura cattolica a Bassano del Grappa, intraprese nel 1954″. “Dopo queste ricerche”, dice Messori, “nessun Zola o nessun Lombroso potrà più indicare in Bernardette un’isterica o una demente. Anzi, dal lavoro di Laurentin si deduce che la figura della veggente sembra ricondursi a un preciso identikit fornito alla Trinità dalla Madonna stessa. Era difficile trovare una ragazzina più semplice – diceva di non saper nemmeno meditare -, più concreta, meno visionaria e sentimentale di Bernardette Soubirous. Una testimone che con la sua vita, durante e dopo le diciotto apparizioni, è la prima prova della loro autenticità”.


La scopa dietro la porta

In effetti, ciò che al termine della ricostruzione di Laurentin resta vivo e imponente è il ritratto di questa ragazzina incolta, semplice ma ferma nel registrare il fatto di cui è testimone e nell’esporlo a chi, con curiosità, con fede o con malizia, la interroga.

“Sono come una scopa: dopo che è servita si mette dietro la porta” confidava Bernardette con semplicità a chi si stupiva della sua vita ordinaria, della sua religiosità normale, della sua vita – sofferta di malattie, ma senza pose – nella discrezione del convento di Nevers, sulla Loira, dove morì a soli trentacinque anni.


Lei che per molti giorni non sapeva nulla della Giovane che le appariva nella grotta detta “dei maiali” e con cui scambiava un vivace ma inudibile colloquio, fatto di sorrisi e di improvvise tristezze, di gesti strani e simbolici come l’infangarsi il volto, e di richieste semplici e chiare (“Voglio un pellegrinaggio”; “voglio una cappella, qui” le diceva la Donna); lei, che la chiamava con quel solo rude e pur dolce pronome: Aquerò,


“Quella”; lei, che rimase sempre estranea all’esaltazione, alle delusioni, alle eccitazioni della folla che da subito prese a radunarlesi intorno; ecco, lei, Bernardette, che ha l’ultima visione quasi di nascosto, restando un po’ lontana dalla grande roccia, travestita per restare anonima, al termine del racconto di Laurentin, ci resta impressa con il fuoco di una santità semplice e per nulla eccezionale. Proprio lei, la gracile figlia del mugnaio guercio e malvissuto, “la piccola da niente” proclamata Santa nel ’33, lei che ha dato vita al più grande fenomeno di pellegrinaggio di tutto il mondo (son più i pellegrini a Lourdes che alla Mecca)


Sensus fidei

“Certo” dice Messori rispondendo ai nostri interrogativi “il pericolo di oggi, e di sempre, per la fede è lo spiritualismo. I cosiddetti “cattolici adulti”, ovvero coloro che un po’ ridicolmente seguono oggi le mode laiciste di vent’anni fa o i credenti spiritualisti sono le razze più dure a convertirsi davvero.


Ma a Lourdes non c’è un fenomeno di tipo spiritualista, o simile alla new age. C’è il riproporsi di un incontro, di ciò che è il cuore del cristianesimo. Tutto questo è avvertito dal naturale sensus fidei del popolo che va in pellegrinaggio e che, magari istintivamente, sa di rifare, anche attraverso gesti e occasioni concretissime come il cammino, l’immergersi nell’acqua, la condivisione, l’eucaristia, l’esperienza di un incontro, dell’incontro che è narrato dal Vangelo”.


“Non a caso” prosegue un Messori pronto a inviperirsi a coloro che scambiano il cristianesimo per il codice etico della raccolta differenziata dei rifiuti e della protezione animali, “a coloro che, come certi teologi tedeschi, riducono la fede a psicologismo, a certi habitués di apparizioni televisive, Lourdes non interessa”.


Fin qui, dunque, si è ben chiarito il primo motivo per cui Lourdes interessa tanto al vivace Messori, e per cui non può non interessare anche noi, tant’è che l’intera Fraternità di Cl che è stata riconosciuta dalla Santa Sede l’11 febbraio 1982, festa della Madonna di Lourdes, si recò alla grotta di Bernadette con un pellegrinaggio guidato da don Giussani nell’ottobre del ’92.


Ma il secondo motivo, quello meno pubblico o meno polemico, dell’interesse di Messori si capisce vedendo che, a differenza del salotto di casa, dove fanno mostra di sé incorniciate le tantissime copertine dei suoi libri tradotti in tutto il mondo, qui, nello studio, tra i ventimila volumi c’è un ritratto che da molti anni fissa Vittorio Messori dalla parete opposta al tavolo di lavoro.


È il ritratto più famoso di Bernardette, che col suo sguardo quasi scontroso per quel cerimoniale di fotografarla, accompagna, incoraggia ogni sforzo e contraddice ogni vanagloria.

© Tracce


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