7 maggio 2014 Il Riempitivo

7/5/2014 Pietrangelo Buttafuoco Il Foglio

A margine della trattativa Stadio-Stato nella disgraziata partita di sabato scorso resta un dettaglio: l'inno d'Italia.



Mi è rimasto dentro, tutto quel cantare, come una dissonanza, anzi, come una nenia sottoposta a ronzìo: il tappeto di fischi.


Sono passati tanti giorni eppure mi torna come un rimbombo che non è solo suono, è anche un affollarsi d'immagini dove nessuna moviola può fissare il momento rivelatore piuttosto uno squagliarsi di pose da farci una parodia al modo di Francis Bacon, il pittore irlandese.


E sono le pose delle Istituzioni - i politici in particolare, dalla Seconda Carica dello Stato al Premier - su cui quel muovere la boccuccia genera in chi li vede un brivido d'imbarazzo spaventoso assai e non tanto perché siano evidenti le stecche retoriche ma perché risultano irrimediabilmente fuori luogo. Si capisce il livello di putrefazione della Patria dal fatto di dover cantare l'inno.


E di vedere loro, le autorità, che lo cantano. Con tanto di stella pop incaricata a far d'uopo.


Ci si sente impacciati, peggio ancora con quella pantomima della mano al cuore, come quando, in Chiesa - al momento del Pater Noster - la gente perbene si ritrova a dover stringersi in una specie di girotondo come in una coreografia da asilo Mariuccia.


Come la preghiera sincera non si risolve in un coro, così è per l'inno. Lo si fa eseguire alla banda musicale. Come si faceva con La Leggenda del Piave.


Per commuoversi nel segreto del cuore - sempre senza parole - pensando a Redipuglia.


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