Sottopolitica da incappucciati

26/11/11 Di Giuliano Ferrara per Il Foglio

Il disastro è in corso. Rendimenti a breve che raddoppiano, Lady Spread fa la passerella, e l’asse tripartita fa vertici di cui si vergogna, passando per la porta di dietro. Era meglio il compromesso storico.

Ai mercati non interessa un governo tecnico, con la democrazia sospesa e la politica impiccata. La crisi di fiducia riguarda l’Europa e il governo dell’euro, cosa che questo giornale in corsa solitaria contro il luogo comune fazioso antiberlusconiano ha ripetuto per mesi. Ma la grande menzogna è passata, è stata perfino ingurgitata da chi al massimo grado doveva difendersene e difenderci, Berlusconi in persona.

La situazione è surreale e drammatica. Ed è una lezione per tutti quei gentiluomini che fanno del cinismo opportunista, e del suo corredo di moralismo punitivo, la regola e la guida della loro rinuncia a pensare i problemi in vista di un interesse nazionale ed europeo, non di parte. Eccoci dunque con i rendimenti raddoppiati dei titoli a breve, una piccola catastrofe ingigantita dalla mortifera situazione borsistica, e con Lady Spread che scorrazza per ore oltre quota cinquecento, tranquilla, elegante e molto eloquente.

Se fossimo in campagna elettorale, con garanzie aperte e bipartisan di responsabilità nazionale, saremmo per lo meno a un passo dal consolidamento di argini difensivi, e una spirale di tensione politica virtuosa costringerebbe tutti a discutere con il paese la giusta dose e ripartizione di rinunce, ma soprattutto la giusta dose di incazzatura italiana con il governo più stupido che l’Europa abbia mai conosciuto in una prova del fuoco, il governo dell’imbelle direttorio ridens.

Se fossimo in campagna elettorale, la questione della Banca centrale che non tutela le finanze di una moneta comune, e i suoi rischi di mercato, sarebbe al centro di una grande esperienza di democrazia europea. E così per gli eurobond. E si farebbe sul serio, sarebbe in gioco l’identità di una nazione non minore, capace di reagire, e il futuro concreto di questa costruzione monetaria in grave crisi di identità e funzionalità. Invece siamo nel fondo di un pozzo politico dal quale risalire sarà arduo.

Una maggioranza tripartita che si vergogna di esserlo (nata com’è all’insegna della rinuncia alla sovranità politica democratica), che combina vertici segreti a Palazzo Giustiniani (il luogo giusto, il palazzo della Massoneria) con il Preside del consiglio di facoltà, un tris di segretari impotenti (Bersani, Alfano, Casini) che passa da dietro, dalle porte laterali, per non farsi sorprendere.

E che maneggia goffamente la sottoquestione sottogovernativa dei sottosegretari, svelando che dietro la restaurazione della politica parlamentare, dietro il rinnegamento del maggioritario, ci sta la logica e la lingua del pizzino di Enrico Letta, “dall’esterno e riservatamente”, ma ora non più solo un Letta, i capi di ciò che resta di movimenti e partiti scrivono pizzini segreti e li recano personalmente al professore incaricato dal Presidente della Repubblica di risolvere con tutta calma un’emergenza vistosa e tremendamente fuori controllo.

Per poi smentire ridicolmente l’accaduto, irridendo la pubblica opinione. Ci voleva più politica, più sovranità nazionale, più democrazia. Negli anni Settanta con l’emergenza economica e l’emergenza terrorismo fu praticato il compromesso storico. Una cosa grande, a confronto con questo tripartitismo di sottogoverno che si presenta in scena e si annuncia nel peggiore dei modi.

Berlinguer e Zaccagnini per lo meno si incontravano apertamente, Moro offriva motivazioni politico-strategiche a quanto pensava di dover promuovere, e lo stesso il segretario dolente del Pci. I delegati a trattare, i compianti Fernando Di Giulio e Franco Evangelisti, si vedevano in Parlamento, alla Camera, e discutevano le bazzecole del potere sotto una luce politica che era il prodotto di quel modo di organizzarsi, sia pure in emergenza, della democrazia dei partiti.

Qui ogni dignità politica è volata via, è morta. Ogni luce è spenta. Il dramma continua, e lo si recita come fosse una farsa. Un Monti impacciato fa il bravo scolaretto davanti ai due già ilari direttori didattici dell’Europa virtuosa, il ritmo della danza è pachidermico, e tutti stanno zitti, tutti (tranne pochi che si rendono conto della qualità dell’aggressione dei mercati finanziari alla governance sbilenca dell’Unione) giocano ai finti tonti, ai sobri, ai lodenvestiti che tra una Trilateral e l’altra stanno facendo strame di un paese imbocconito. Disastro.



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