Inimitabile Wilde il conservatore della trasgressione

Marcello Veneziani - Lun, 28/04/2014 - Il Giornale

Sempre fedele al culto del genio e del bello, non fu il precursore dei "gay pride". E previde la deriva anarchica del socialismo



Se è vero, come lui stesso disse, che mise «il suo genio nella vita e solo il talento nelle sue opere», leggere la vita di Oscar Wilde significa conoscere il suo vero capolavoro. E di una vita esagerata in effetti si trattò, nello splendore come nello squallore, conclusa precocemente a 46 anni, nel 1900.


Esce domani in libreria Oscar Wilde, la ponderosa biografia di Philippe Jullian (Castelvecchi, pagg. 330, euro 22), ricca di fatti, motti e persone, forse un po' carente di una visione critica d'insieme.


Narra la gloria e la miseria del dandy più controverso del mondo, colui che fece del rovesciamento del senso comune il senso della sua vita.


E il blasone della sua intelligenza.


Immagini la vita di Wilde attraverso lo stile liberty di Beardsley, suo intimo amico; e immagini i suoi sogni con la leggiadra visione delle «rose di Eliogabalo» di Alma Tadema.


Wilde donò squisite opere teatrali, un magnifico romanzo-manifesto come Il ritratto di Dorian Gray, o Dorian Gay, come maliziosamente si corregge, ma fu soprattutto celebre per i suoi aforismi folgoranti e le sue brillanti capriole sul vizio e la virtù.


Una vita breve ma densa per dissipare il suo talento, il suo patrimonio e la sua fama, una tremenda prigionia per aver scandalizzato l'Inghilterra vittoriana, e poi una conversione finale, poco nota, al cattolicesimo papista, con un'ammissione in capitulo mortis alla Chiesa.


Nell'ultimo anno di vita Wilde ebbe un'assidua frequentazione di San Pietro a Roma: «Non faccio altro che vedere il papa, sono stato benedetto parecchie volte, non sono cattolico ma papista accanito».


Il papa in questione è Leone XIII, artefice della dottrina sociale della Chiesa e della Rerum Novarum. Ma già scrivendo in carcere il De profundis, Wilde aveva vagheggiato un Cristianesimo iniziatico e individualista, con tratti gnostici. E prima aveva confessato: «Ora so che una vita consacrata al materialismo, una filosofia cinica, un culto dei sensi non giovano all'artista, minano l'immaginazione e le percezioni più delicate».


Oscar Wilde disegna con Marcel Proust e André Gide il triangolo omosessuale della letteratura europea. Capostipiti di un'acuta sensibilità letteraria, teatrale ed esistenziale che ebbe poi i suoi continuatori in Montherlant e in Peyrefitte, in Cocteau e in Genet, e Kavafis, Mishima, Auden e molti altri.


Per gli italiani si dovrà aspettare Pasolini per una tormentata ostensione dell'omosessualità.


Ai tempi di Wilde i nostri letterati di punta erano Pascoli, Carducci, d'Annunzio, con le loro poesie d'amore filiale, paterno e femminile. Ma si sbaglierebbe a voler fare di Oscar Wilde un precursore del gay pride e un martire della causa omosessuale.


Wilde concepì la propria omosessualità nell'ambito della propria eccezionalità, come un segno di genio e sregolatezza, e la difese sul piano estetico più che etico o sociale. Un segno di distinzione e di originalità, di irriducibile singolarità, un gusto. Non si sentì il profeta di un movimento gay o il testimonial di una causa futura. Cercava anzi «il perdono per ogni sregolatezza» e «l'ammirazione appassionata per ogni atteggiamento coraggioso», citando a esempio Verlaine.


Wilde ebbe sempre bisogno di un Ordine per infrangerlo, di una Norma per trasgredirla, e perfino di una Religione per peccare. E dopo il carcere e la gogna in un'Inghilterra vittoriana e puritana che non perdonava all'artista le sue trasgressioni, accentuò la propria indole conservatrice e si schierò a favore del colonialismo britannico o contro l'intellettuale ebreo Dreyfus.


Il culto romantico ed estetico del genio e del bello fu la sua vera filosofia di vita, a misura strettamente individuale. La bellezza è per lui «un aspetto del genio, è più alta anzi del genio perché non richiede spiegazioni - scrive in Dorian Gray - il vero mistero del mondo è il visibile, non l'invisibile».


E in Salomè: «Solo la gente superficiale non giudica dalle apparenze».


L'arte per Wilde, allievo di Pater, di Ruskin e Wincklemann, non esprime mai altro che se stessa. Ma oltre il dandysmo e il gusto estetico sottolineato da Jullian, c'è lo spirito di un'epoca, quella di Carlyle, Emerson, Nietzsche: il culto degli uomini superiori, sacerdoti del bello, al di là del bene e del male.


Wilde si sentiva il genio incompreso della bellezza («Vivo nel terrore di non essere incompreso»). Quando cedette alla malinconia della decadenza e s'iscrisse al club degli Edonisti Stanchi «che portano rose appassite all'occhiello» ritenne che il compito principale dell'artista fosse far capire la bellezza della disfatta.


La riprova del suo individualismo da esteta fu lo scritto illuminante L'anima dell'uomo sotto il socialismo, dove elogia l'egoismo e deplora altruismo e carità. Tra paradossi, scandali e deliziose bugie, intuisce che compito del socialismo alla fine sarà «condurre all'individualismo».


Il socialismo, notava Wilde, annienta la famiglia e con la sua idea plebea e democratica propizierà l'avvento dell'anarchia individuale. Non ha avuto torto... Socialista Wilde non fu mai, e quando cadde in disgrazia rimpianse gli hotel di lusso, la vita elegante e le case sontuose delle duchesse, ricorda Jullian.


Nella sua utopia estetica, le macchine e la burocrazia avrebbero fatto ciò che è utile, come gli schiavi nell'antica Grecia, e gli individui si sarebbero occupati di ciò che è bello. Non si dovrà dunque abbassare l'arte al livello del popolo ma permettere agli individui di innalzarsi al livello dell'arte.


Al di là dei paradossi di Wilde, non fu questa l'utopia del '68? Un collettivo di artisti che vivono la vita come opera d'arte e trasgressione; una società dominata dal piacere estetico e dal narcisismo individualistico di massa; niente freni inibitori solo fregi esibitori. Ma in Wilde l'eccentricità restò riservata ai cultori geniali del bello.


Il mito della perenne gioventù in Dorian Gray e il suo finale naufragio, è stato il sogno di un'epoca col suo triste risveglio nell'amara realtà del tempo fuggito.


Secondo Borges, Wilde offrì al secolo ciò che esso chiedeva, commedie commoventi per la folla, arabeschi verbali per i pochi, e «si accinse a così dissimili compiti con incurante felicità, conservando, anche nel male e nella sventura, un'invulnerabile innocenza».


Prima di conoscere il carcere, il pubblico disprezzo e l'umiliazione, Wilde così descriveva Dorian Gray: «La vita è stata la tua arte: hai fatto di te stesso una musica e dei tuoi giorni una ghirlanda di sonetti». Parlava di se stesso, o perlomeno sognava che così fosse la sua vita.


Ma la vita gli versò con la bellezza l'orrore, e con la gloria l'infamia.



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