Prima che la Messa finisca…

22/4/2014 papalepapale.com

PRIMA CHE LA MESSA FINISCA…



Nicola Bux,

Come andare a messa e non perdere la fede,

con un contributo di Vittorio Messori,

Piemme, Milano 2010

di Stefano Chiappalone




Gilbert Keith Chesterton profetizzò un tempo in cui si sarebbero sguainate spade per dimostrare che le pietre sono pietre e che due più due fa quattro.


Quel tempo è giunto e talvolta bisogna persino dimostrare che Dio è Dio. Se Cristo non è Dio, cosa ci andiamo a fare in chiesa? E se invece Cristo è Dio allora il Corpo e il Sangue offerti sull’altare ci richiederebbero un atteggiamento ben diverso da quel perenne clima da “festicciola” che domina tante messe – in cui peraltro si fa molta fatica ad estrarre un quarto d’ora di quanto effettivamente contenuto nel messale, sommerso da circa 60 minuti di prediche, monizioni, canti strimpellati e cartelloni colorati.


Il risultato è che certo avanspettacolo liturgico invece di convertire (come accadde nel 988 ai messi del principe di Kiev, affascinati dalla maestà della liturgia di Costantinopoli) finisce per allontanare.


Nessuno prenderebbe sul serio un giudice che si presenta con una toga multicolor o un professore che invita i presenti a tenersi per mano durante la lezione. L’elenco potrebbe continuare fino ai cellulari portati all’offertorio (con speaker all’ambone che dice: Signore chiamami), ma, in sintesi, può succedere che andando a messa si finisca per perdere la fede (o almeno la pazienza), come recita il titolo del libro di don Nicola Bux che qui recensiamo e raccomandiamo (con un’interessante contributo di Vittorio Messori dedicato al problema dell’omelia).


Il testo si può riassumere con una sola frase: Dio va adorato come Dio comanda. Ovvero secondo il culto che Egli stesso ci ha dato mediante la Sua Chiesa. Altrimenti si ricade nella tentazione del vitello d’oro, ovvero di un culto non ricevuto da Dio ma fatto da mani d’uomo con la pia intenzione di avvicinare la liturgia al popolo: il prete crede di saperne più del messale e inventa persino la preghiera eucaristica; i “tecnici parrocchiali” si sentono in dovere di aggiungere la propria “creatività”.


Alla fine le buone intenzioni danno luogo a discutibili invenzioni che finiscono per allontanare anche i bambini (ai quali non piace essere considerati “bambini” e infatti, appena giunti alla cresima, si eclissano dalla parrocchia pensando che la fede sia una cosa puerile). I normali fedeli vorrebbero semplicemente partecipare ad una messa “a forma” di messa, possibilmente in una chiesa a forma di chiesa (la stravaganza di tante nuove chiese meriterebbe una trattazione a parte), e si chiedono se «hanno il diritto di assistere alla messa della Chiesa cattolica o devono subire le performances di un prete creativo o di un gruppo impegnato» (p. 45).


Da dove si riparte? Si riparte dall’essenziale, dallo ius divinum – filo conduttore dell’intero libro –, cioè dal rimettere Dio al posto che Gli spetta. Che, per definizione, è il primo. Magari anche visibilmente, seguendo l’esempio del Papa: «la croce posta sull’altare da papa Benedetto XVI perché sia guardata da celebrante e fedeli, è un rimedio che rimanda all’antico uso della croce nell’abside orientata ad est» (p. 23), o celebrando rivolto all’altare, verso Oriente, simbolo del Signore che viene.


Già in tempi non sospetti, pieno furore della demolizione di antichi altari pur di celebrare sempre rivolti al popolo (possibilità, non obbligo, come ha chiarito nel 2000 la Congregazione per il Culto Divino), l’allora teologo Ratzinger si chiedeva se fosse poi così importante guardarsi “faccia a faccia”, invece di essere tutti rivolti al Signore (come del resto si recita poco prima del Prefazio: In alto i cuori – Sono rivolti al Signore).


Certo, rimettendo Dio al centro, il sacerdote dovrebbe rinunciare ad una buona dose di protagonismo, ma «solo accettando il protagonismo di Gesù possiamo diventare a nostra volta protagonisti» (p. 96). Si obietta che una liturgia solenne sarebbe in contrasto con un Dio che è amore, gioia, ecc. e che si è abbassato alla nostra natura umana, dimenticando che Egli non si è abbassato dalla nostra stessa altezza, ma si è chinato fino a noi dall’alto dei cieli: tener conto della Sua Maestà ci fa apprezzare ancora di più l’amore di Dio!


Di conseguenza l’ars coelebrandi non consiste nell’intrattenimento, ma nel «servire con amore e timore il Signore; perciò si esprime con baci alla mensa e ai libri liturgici, inchini e genuflessioni, segni di croce e incensazione di persone e oggetti, gesti di offerta e di supplica, ostensioni dell’evangeliario e della santa eucaristia» (p. 95), che pur essendo già semplificati dalle attuali norme, vengono del tutto dimenticati «col risultato che le genuflessioni e gli inchini non li fa nessuno, oppure sono appena abbozzati. Siamo diventati avari di gesti verso il Signore» (ibid.) oppure pretendiamo di sostituire i gesti prescritti dalla Chiesa (dalla Sposa di Cristo!) con altri da noi inventati.


Eppure questi sono fondamentali al pari delle parole, poiché il linguaggio della liturgia coinvolge tutto il corpo e tutti i sensi. «Infatti per la formazione dei fedeli nella dottrina eucaristica, conta molto non solo ciò che ascoltano, ma anche ciò che vedono» (p. 61). La messa non è una conferenza di cui si debba comprendere tutto in modo esclusivamente razionale, c’è sempre una dimensione di mistero che i gesti liturgici esprimono meglio del linguaggio verbale. In nome del “mito” razionalista è stata “censurata” la lingua latina, impregnata «di tutta la potenza delle preghiere e dei meriti dei santi, come le “coppe ricolme” dell’Apocalisse» (p. 52), nonostante il Concilio Vaticano II prevedesse un’equilibrata e parziale apertura alle lingue nazionali, non certo la totale abolizione del latino che, anzi, raccomandava di conservare (Sacrosantum Concilium n. 36).


Tuttavia, anche ora che si capisce – o si dovrebbe capire – ogni singola parola, quale messaggio può comunicare una prassi liturgica che degenera in continue spiegazioni e mini-omelie, che alla solennità ha sostituito la verbosità e che è diventata incapace di adorare in ginocchio?


«L’esperienza dimostra che un coro ben eseguito, delle funzioni celebrate con ordine, con maestà, con devota pompa possono fare su quelle anime [dei non credenti] una profonda impressione» scriveva il beato Alfredo I. Schuster (cit. a p. 70).


Quali impressioni potrà invece suscitare uno «spettacolo in cui si esibiscono prete e ministri» (p. 161), pensando che la “partecipazione” significhi «agitare le mani o muoversi di continuo» (p. 166)? La vera partecipazione, piena, attiva e consapevole, consiste nella partecipazione alla Passione di Cristo, centro del culto cristiano, cui rinvia ogni rito liturgico e ogni singolo aspetto della messa. A cominciare dalla ricchezza di significato di ciascuna delle vesti sacre, dal camice alla pianeta o casula che simboleggia il giogo soave della croce di Cristo. «Come si fa a ritenerla opzionale e a rifiutarla quando fa caldo!


Sembra di udire le parole di Cristo: “Non avete potuto… nemmeno un’ora”. Eppure quanta retorica sulla “Chiesa del grembiule”!» (p. 111). Lo stesso discorso vale per tutti quei piccoli segni di rispetto che la smania di novità ha travolto, non certo dettati da rubricismo, ma da quello «stupore eucaristico» (p. 97) che Giovanni Paolo II invitava a riscoprire e di cui don Bux ci offre qui un piccolo decalogo:


«[il sacerdote] purificherà i vasi sacri con calma e attenzione, secondo il richiamo di tanti padri e santi. Si inchinerà sul pane e sul calice nel pronunziare le parole di Cristo consacrante e nell’invocazione dello Spirito Santo (epiclesi). Li eleverà separatamente fissando in essi lo sguardo in adorazione e poi abbassandolo in meditazione. Si inginocchierà due volte in adorazione solenne» (pp. 98-99).


Il tutto nell’umile osservanza di quanto prescrive la Chiesa, non di ciò che suggerisce di volta in volta la propria creatività, poiché «la Chiesa riceve la liturgia direttamente da Cristo, non se la crea» (p. 136). La Sposa di Cristo è infatti il riferimento più affidabile per sapere come si rende culto allo Sposo immolato sull’altare. Non c’è spazio per le invenzioni quando ci si accosta all’altare di Dio (cfr. salmo 42), nel punto di congiunzione tra cielo e terra, tra il Calvario e il Paradiso: «Quando tu vedi il Signore immolato giacere sull’altare e il sacerdote che, stando in piedi, prega sulla vittima… puoi ancora pensare di essere tra gli uomini, di stare sulla terra? Non sei, al contrario, subito trasportato in cielo?» (S.Giovanni Crisostomo, cit. a p. 126). Cosa si fa in cielo?


Si adora: e poiché «la verità del segno esige di far corrispondere al gesto esteriore di adorazione quello interiore» (p. 149), è naturale inginocchiarsi durante la Messa al cospetto di Cristo – atteggiamento ricorrente nell’Apocalisse e sicuramente più logico della sparizione degli inginocchiatoi e dell’allergia che alcuni sacerdoti provano verso chi si inginocchia per ricevere la Santa Comunione (nonostante gli esempi del Papa).


Insomma, conclude l’autore, «la festa della liturgia è diversa dalla festa mondana: non vive di trovate accattivanti, non è un intrattenimento che deve aver successo, non deve provocare emozioni, non deve esprimere l’attualità effimera ma il mistero permanente: l’azione a cui prendiamo parte è il dono di Cristo sulla croce» (p. 176).

Stefano Chiappalone


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