ARCHIVIO - VIDE E CREDETTE - 2

DI VITTORIO MESSORI

Indagine sul sepolcro vuoto - PARTE 2


Ecco, allora, la sintesi della ricostruzione data da Antonio Persili: "Il corpo di Gesù fu preparato per la sepoltura nel seguente modo. Prima fu avvolto in una grande tela (la sindớn) con il duplice scopo di non toccare il cadavere con le mani nude e di non disperdere il sangue.


Quindi, si passò alla seconda operazione di avvolgere e legare il corpo con le fasce (othớnia) versando nel frattempo, all'interno e all'esterno di esse, profumi. I Sinottici, non avendo parlato dell'intervento di Nicodemo con i suoi aromi, non ne descrivono l'impiego, anche perché non avevano intenzione di dire per filo e per segno come era stato preparato il corpo di Gesù per la sepoltura; mentre Giovanni, usando il verbo entafiàzo, che significa esattamente "preparare un cadavere per la sepoltura" e non semplicemente "seppellire", descrive con precisione come essa di fatto avvenne.


Questa operazione di avvolgimento e di legamento fu preceduta e seguita dall'applicazione di due "sudari": il primo all'interno della sindone, dove svolgeva la funzione di mentoniera; il secondo all'esterno, per completare l'avvolgimento e il legamento, come vedremo meglio. E il tutto fu fatto al di fuori del sepolcro, sulla pietra da unzione che faceva parte del complesso sepolcrale di proprietà di Giuseppe". Quando tutto fu finito, il corpo fu trasportato all'interno, sul banco scavato nella roccia. Poi, per dirla con Matteo, "fu rotolata una grande pietra sulla porta del sepolcro" (27,60). Dopo il silenzio del sabato (questo giorno inquietante e misterioso forse più di ogni altro. quello in cui il Padre si "nasconde" a tal punto che il Figlio giace inanimato in una tomba), verrà la sorpresa sbalorditiva del "terzo giorno".


Tra sindone, sudario, fasce

Perché Giovanni - l'apostolo e l'evangelista - fu il primo che credette nella risurrezione di Gesù? Che cosa "vide" per avere "creduto" (come dichiara al versetto 8 del capitolo 20 del suo vangelo), dopo essere entrato nel sepolcro, al seguito di Pietro, in quell"'ottavo giorno" che divenne la prima domenica della storia?


Impostato in precedenza il problema, adesso, affrontiamo subito il testo di Giovanni nella traduzione datane dalla Bibbia della Cei, affiancandovi la versione e la relativa interpretazione di Antonio Persili, il sacerdote che ha dedicato gli studi di una intera vita a cercare di decifrare il perché di quella fede subitanea.


Giovanni, 20,5, traduzione della Conferenza Episcopale Italiana: "Chinatosi, (Giovanni) vide le bende per terra, ma non entrò".

Traduzione di Antonio Persili: " Chinatosi, (Giovanni) scorge le fasce distese, ma non entrò".


Come si vede, l'edizione ufficiale cattolica ha "le bende per terra"; quella del nostro studioso traduce "le fasce distese". Il punto è decisivo per lo stesso evangelista, che in ciascuno degli altri due versetti che seguono (il 6 e il 7) parla di quelle che per la Cei sarebbero "bende per terra", mentre per Persili sono sempre e solo "fasce distese". Che cosa ha voluto comunicarci Giovanni, ripetendo tre volte in tre versetti successivi quel suo keìmena tà othònia, quel linteamina posita come traduce la Vulgata latina?


Per capire dobbiamo rifarci, come sappiamo, alla "tecnica" di sepoltura messa in atto per Gesù, secondo le leggi e i costumi ebraici, da Giuseppe d'Arimatea, dal suo pietoso aiutante, Nicodemo e, certamente, dai loro servi. Come ricordavamo precedentemente, Persili coordina (con un'abilità nella quale non sembra però di scorgere forzature) i cenni che al proposito ci danno i Sinottici con quelli di Giovanni, mettendo in rilievo che il corpo del Crocifisso deve essere stato interamente avvolto in una grande tela - la sindòn - non solo per evitare il contatto dei vivi con un cadavere di per sé impuro, ma anche per obbedire al precetto di non disperdere il sangue di chi fosse morto con ferite sul corpo.


Dallo stesso rotolo di tela da cui fu ricavata quella "sindone", l'Arimateo - o qualche suo servo - tagliarono tà othònia: che non sarebbero "bende", ma "fasce". "Bende", in effetti, erano quelle che legavano il cadavere di Lazzaro e per indicare le quali lo stesso Giovanni usa un diverso sostantivo (11, 44). Le othònia - le quali, lo ripetiamo, tornano qui in tre versetti - erano più alte: delle grosse "fasce", con le quali fu avvolto tutto il corpo di Gesù, escludendo solo la testa. Su quest'ultima, alla "sindone", che già la copriva, fu sovrapposto il "sudario".


Come giunge Persili a questa ricostruzione? Innanzitutto, facendo osservare come sia scritto che Giovanni, "chinatosi vide le fasce": se vide solo esse e non il lenzuolo, è evidentemente perché quest'ultimo era tutto coperto dalla fasciatura (ad esclusione del capo; ma l'Apostolo, stando al di fuori, vedeva la parte dov'erano stati i piedi).


Ma, poi, non va dimenticato che poco prima lo stesso evangelista aveva parlato di quelle stesse othònia: "Essi presero allora il corpo di Gesù e lo avvolsero in bende insieme con oli aromatici, come è usanza seppellire per i Giudei" (Gv, 19,40). Gli "oli aromatici" sono la "mistura di mirra e di aloe di circa cento libbre" portata da Nicodemo. Erano ben 32 chili e 700 grammi, in forma liquida, di cui una parte fu versata sulla pietra sepolcrale sino a preparare un "letto" di profumi, un'altra parte servì per ungere le pareti interne della tomba (ecco perché una simile quantità, che è sembrata inverosimile a tanti critici) e il rimanente fu versato sulla sindone.


Le "fasce" messe tutto attorno al corpo di Gesù, sino a coprire interamente il lenzuolo, avevano anche la funzione di impedire quella troppo rapida evaporazione del liquido aromatico che si sarebbe verificata se la sindone fosse stata a contatto con l'aria. Si noti che questa sembra essere stata la funzione anche del sudario sul capo. Se c'era già la sindone che lo avvolgeva, perché quel pezzo ulteriore di tela? Una ragione precisa l'aveva: proteggere la soluzione di mirra e di aloe da una evaporazione eccessiva-mente veloce.


"Fasce", dunque, non "bende": una copertura completa sino al collo. E, soprattutto, non "per terra" (Cei) bensì "distese" (Persili). Il testo greco, in effetti, dice che le othònia erano keĩmena. C'è qui, dunque, il participio del verbo keĩmai, che corrisponde al latino jacere, giacere.


Come spiega un vocabolario classico di greco, quello dei Bonazzi, keĩmai "significa giacere, essere disteso, seduto, steso, orizzontale; si dice di una cosa bassa in opposizione ad una elevata, eretta, come per esempio il mare calmo rispetto al mare agitato".

Ne deriva, dunque, Persili: "Il significato che Giovanni vuoi dare a questo verbo è far risaltare che prima le fasce erano rialzate ("come un mare agitato'), perché all'interno c'era il corpo; dopo la Risurrezione, invece, le fasce erano abbassate, distese ("come un mare calmo"), giacendo nel medesimo posto in cui sì trovavano quando contenevano il cadavere di Gesù.


E' arbitrario farle giacere per terra, come vuole la versione ufficiale. La Vulgata traduce con il participio posita, che rende bene l'idea delle fasce distese e vuote, perché il verbo ponere significa appunto "mettere giù". Perciò le due parole keĩmena tà othònia si devono tradurre come "le fasce distese", ma intatte, non manomesse, non disciolte (...) Esse costituiscono la prima traccia della Risurrezione: era infatti assolutamente impossibile che il corpo di Gesù fosse uscito dalle fasce, semplicemente rianimato, o che fosse stato asportato, sia da amici che da nemici, senza svolgere quelle fasce o, comunque, senza manometterle in qualche maniera".


Continua il nostro autore: "Questa traccia sarebbe stata sufficiente per credere nella Risurrezione, ma nel sepolcro v'era una traccia ancora più straordinaria, che Pietro ebbe la ventura di vedere per primo: la posizione del sudario. Se è importante, per capire la fede immediata di Giovanni, la posizione delle fasce, lo è ancora di più la posizione del sudario, quello che stava al contatto del corpo. E una posizione così sorprendente che all'evangelista è necessario un intero versetto di venti parole per descriverlo".


Prima di quel versetto, il settimo, c'è ovviamente il sesto che, nella versione Cei, dice: "Giunse intanto Simon Pietro che lo seguiva ed entrò nel sepolcro e vide le bende per terra". Qui la sola mutazione da apportare, come sappiamo, sarebbe "le fasce di­stese" al posto di "le bende per terra".


Ma ci sarebbe da aggiungere che sia la Vulgata latina che l'attuale versione cattolica italiana traducono sempre con "vedere" i tre diversi verbi greci impiegati in questi versetti da Giovanni. Si perde così una sfumatu­ra importante, con la quale l'evangeli­sta sembra avere voluto indicare una progressione: dal primo constatare con perplessità, al contemplare suc­cessivo e poi al vedere pienamente, così da comprendere e da credere.


Non è una osservazione marginale, perché anche in questa scelta attenta di verbi solo apparentemente sinoni­mi Giovanni conferma quale atten­zione richieda al lettore perché colga il significato preciso di ogni parola. Che nulla nei vangeli sia "casuale" è possibile scoprirlo anche in queste "finezze" che stanno dietro al testo originale e che spesso non è possibile apprezzare nelle traduzioni, che hanno reso i tre verbi usati da Giovanni in questi versetti (blépei, theòrei, eìden) tutti con un "vide".


Ma veniamo al versetto 7 che conti­nua la descrizione di ciò che si trovò davanti Pietro: "e il sudario, che gli era stato posto sul capo, non per terra con le bende, ma piegato in un luogo a parte". Così la versione Cei. Stando, invece, alla traduzione proposta da Persili: "e il sudario, che era sul capo di lui, non con le fasce disteso, ma al contrario avvolto in una posizione unica".


Innanzitutto, va ricordato che il ter­mine "sudario" ha assunto per noi, proprio sotto l'influsso delle parole evangeliche, un significato funera­rio, mentre invece altro non era che un pezzo di tela, un fazzoletto (più grande dei nostri attuali) usato per detergere il sudore. Come dice, del resto, la parola stessa.


Ricordarlo è importante, perché molti hanno fatto e fanno confusione tra la "sindone" di cui parlano i Sinottici e il "sudario" di Giovanni, magari al punto di identificarli, credendo fosse­ro entrambi "abiti funerari". In realtà, quel "sudario" era un pezzo - proba­bilmente con un lato dai 6o agli 8o centimetri - che Giuseppe d'Arimatea tagliò, o fece tagliare, da quel rotolo di tela da cui già aveva tratto la sin­dòn e le othònia, il lenzuolo e le fasce.


Sul perché di questa copertura ulte­riore, col sudario, sul capo già rivesti­to dalla sindon abbiamo detto più sopra: una protezione del liquido aro­matico versato in quantità da Nicodemo e dai suoi servi. Né è da escludere l'altro motivo addotto da Persili: non lasciare in disordine le piegature del lenzuolo, visto che tutto il resto del corpo era ordinatamente fasciato. E sia l'Arimateo che Nicodemo, ricchi e autorevoli notabi­li, non erano certo persone da amare lavori approssimativi, soprattutto per un uomo che avevano amato. Forse non è da escludere neppure che le ferite al volto e al capo (la corona di spine, tra l'altro, fonte di una abbon­dante emorragia) inzuppassero di san­gue il lenzuolo.


Se Giovanni specifica che era proprio "quel sudario che gli era stato posto sul capo" è probabilmente, dice Persili, per "mettere in guardia il let­tore dal credere che si stia parlando dell'altro sudario, che si trovava all'in­terno della grande tela, come mento­niera, e che perciò non era visibile. Giovanni, insomma, precisa che Pietro ha visto il sudario che stava all'esterno, sul capo di Gesù, e non quello che stava all'interno, intorno al capo di Gesù". La mentoniera, in effetti, faceva parte pietosa dell'uso funebre per impedire la vista disdice­vole della bocca spalancata a causa del cedimento, nel defunto, dei muscoli della mandibola. Un chiarimento al lettore antico era dunque necessario da parte dell'evangelista: Gesù era stato sepolto rispettandone anche in questo la dignità.


Proseguiamo: quel "sudario", quel fazzoletto, " non (era) per terra con le bende" (Gv 20,7): così vorrebbe la traduzione Cei. E qui ritornano, dun­que (per la terza e ultima volta), le othònia keĩmena. Persili: "In realtà, il vangelo vuol dire che il sudario non era appiattito sulla pietra sepolcrale. I geometri dell'antica Grecia usavano l'espressione keĩmenon schéma nel senso di "figura in piano, orizzonta­le". L'evangelista vuol dire la stessa cosa: le fasce erano distese in piano, sì trovavano in posizione orizzontale, mentre il sudario era in una posizione rialzata". Da qui, la traduzione pro­posta dal nostro studioso: "non con le fasce disteso". Il sudario, s'intende, è il soggetto.


Segue subito dopo - in questo stesso cruciale, decisivo ver­setto 7 - un allà chorìs entetyligmé­non, che la Cei traduce con un "ma piegato a parte". Sentiamo ancora il nostro sacerdote biblista: "L'infelice traduzione distrugge la mirabile trac­cia che l'evangelista ha rilevato con grande cura e ha descritto con laco­nicità e chiarezza. Infatti, questa tra­duzione contiene tre errori che stra­volgono la testimonianza di Giovanni.


Secondo don Persili, dunque, "prima di tutto, il participio entetyligménon è stato tradotto, arbitrariamente, con il participio italiano "piegato" invece che con "avvolto". Il verbo entylìsso corrisponde ai verbi "avvolgo, invol­go, ravvolgo". Ne è conferma il fatto che deriva dal sostantivo entylé che corrisponde a "coperta, accappatoìo oggetti che servono per avvolgere e non per piegare".


Ma c'è poi quel chorìs, che è un avverbio: "E vero che, in italiano, significa innanzitutto "separatamen­te, a parte, in disparte". Ma è anche vero che, in senso traslato, può signi­ficare "differentemente, al contrario". Può assumere due sensi: quello locale e quello modale, traslato. Qui si vuol dare all'avverbio chorìs il significato traslato, perché la logica della testi­monianza consiste nell'opporre la posizione assunta dalle fasce (distese) a quella, diversa, assunta dal sudario (avvolto)".


Terzo errore - o fraintendimento che sia - della traduzione ecclesiale italia­na sarebbe il non avere compreso (per motivazioni filologiche che qui sarebbe troppo complesso esporre) i rapporti tra l'avversarivo allà ('ma') e l'avverbio chorìs.


"Concludendo", scrive Persili, "la frase si deve tradurre in modo da rendere l'idea che il sudario per il capo si trovava in una posizione diversa da quella delle fasce per il corpo e non in un luogo diverso. Pietro contempla le fasce distese sulla pietra sepolcrale e, sulla stessa pietra, contempla anche il sudario che, al contrario delle fasce, che sono diste­se, è in posizione di avvolgimento, anche se non avvolge più nulla".


Pertanto, la traduzione corretta sarebbe, invece che il "ma piegato a parte" della Cei: "Ma al contrario avvolto".


Però, per completare questo versetto 7, ci sono tre altre brevi parole gre­che le quali sarebbero state fraintese più ancora delle altre. Quelle parole sono eis éna topòn: stando alla Cei - e, bisogna pur dire, stando al senso immediato per chiunque sappia anche solo un po' di greco - il loro significato sembra evidente. E, cioè: "in un luogo". E con questi tre ter­mini che la traduzione dei vescovi italiani può costruire la frase "in un luogo a parte".


Poiché, però, questo non sembra dare significato sufficiente, le inter­pretazioni si sono sprecate: pensiamo di poterle risparmiare al lettore, arri­vando subito alla proposta di Persili. Proposta certamente inedita, magari "scandalosa" per qualche esperto, ma che in realtà non sembra avere contro motivazioni filologiche serie. Se poi, davvero, si trattasse della traduzione "giusta", si illuminerebbe in modo plausibile e definitivo il senso di quell'enigmatico "vide e credette".


Lasciamo dunque ancora la parola a Persili, il quale propone innanzitutto di intendere la parola greca tòpos non come "luogo", ma come "posi­zione". Non si tratta di un arbitrio, poiché questo significato è dato anche, tra gli altri, da quel vocabola­rio di Lorenzo Rocci che ha accom­pagnato generazioni di studenti licea­li (il sottoscritto compreso...) e che è ancora oggi tra i più completi e attendibili.


"Ma quale è questa posizione del sudario", continua il nostro parroco biblista, "posizione così importante da dedicargli l'intero versetto 7? Pietro (nel racconto, s'intende, che da lui dovette raccogliere Giovanni che scrive l'evangelo) la precisa con un tocco da artista per mezzo di una preposizione, eis (in italiano, "in') e di un aggettivo numerale, éna (è l'ac­cusativo accordato con l'accusativo del sostantivo tòpos, e significa "uno").


Abbiamo visto che questo aggettivo numerale éna non può avere il signi­ficato dì pròtos e che perciò non si può tradurre che il sudario stava "nella medesima posizione"; che non si può neanche sostenere che il suda­rio si trovava in un altro luogo, diverso dalla pietra sepolcrale; infine, che non si può neppure affermare che il sudario stava in un luogo inde­terminato, perché tale affermazione sarebbe inutile, pleonastica e addirit­tura assurda. Dobbiamo perciò con­cludere che l'espressione eis éna deve avere un altro significato, che renda viva e precisa la testimonianza di Pietro. Il numerate eis, come si legge nel vocabolario del Bonazzi, può essere usato con il significato di "unico".


Interrompendo un momento la cita­zione, aggiungiamo ciò che al Persili sembra essere sfuggito e che rafforza invece notevolmente la sua interpre­tazione. In effetti (come abbiamo con­statato noi stessi, mentre vagliavamo questa proposta di traduzione) la voce eis - firmata dall'autorevole Ethelbert Stauffer, docente di Nuovo Testamento all'Università di Bonn - nei 15 volumi dell'insuperato Grande Lessico del Nuovo Testamento ("il Kittel", per gli addetti ai lavori) inizia così: " Nel Nuovo Testamento, eis è usato solo raramen­te come numerale. Per lo più signifi­ca solo, unico, incomparabile, oppu­re dotato di validità unica... ".


Cioè, esattamente come propone Persili, del quale riprendiamo adesso la cita­zione: " Unico è il significato che Pietro ha voluto dare a éna. Il suda­rio, il grande fazzoletto che avvolge il capo, al contrario delle bende, era avvolto in una posizione UNICA, nel senso di singolare, eccezionale, irripetibile. Infatti, mentre avrebbe dovuto essere disteso sulla pietra sepolcrale con le fasce, era invece rialzato e avvolto. La posizione del sudario appare unica per eccellenza agli occhi di Pietro e di Giovanni, perché è una sfida alla forza di gra­vita".


Per capire meglio, bisogna ricordare (stando al nostro autore, che ha però dalla sua il Nuovo Testamento: il corpo del Risorto è "materiale", sì, e si fa per questo "toccare" e mangia e beve, ma al contempo entra nella sala dove sono discepoli a porte chiuse, passando dun­que attraverso la materia), bisogna dunque ricordare che " Gesù non solo non uscì dal sepolcro (il ribaltamento della pietra all'entrata non fu che un "segno"), ma che non uscì neanche dalle tele perché, dall'inter­no di esse, entrò direttamente nella dimensione dell'eternità. Così che il suo non fu uno spostamento da un luogo all'altro, ma il passaggio miste­rioso da uno stato all'altro, dal tempo all'eterno".


Pur rispettando l'enigma, ciò poté avvenire con una sorta di lampo di luce e di calore: un riflesso "sensibile" del Mistero, che dovette prosciugare di colpo gli aromi che impregnavano le tele. Scomparso il corpo, le fasce che lo avevano avvolto, più pesanti, si abbassarono sulla sindone che esse coprivano e assunsero quella posizio­ne "distesa" che abbiamo visto. Il sudario per il capo, più leggero e più piccolo, per così dire "inamidato" per l'istantaneo essiccarsi dei profumi liquidi, restò - per usare le parole stesse del Nuovo Testamento - " al contrario " (rispetto alle fasce) "avvol­to", come quando cingeva la testa del defunto, apparendo così ai due apo­stoli "in una posizione unica".


È' questa situazione straordinaria che giustifica il "credette" di Giovanni dopo che "vide"? Di certo, la man­canza di ogni segno di effrazione e di manomissione nelle tele, dalle quali nessuno poteva essere uscito o essere stato estratto, e quella posizione "incomparabile" del sudario, ancora alzato, ma sul vuoto del lenzuolo sot­tostante distesosi sulla pietra del sepolcro; di certo, dunque, tutto questo giustificherebbe l'immediato comprendere di Giovanni e il suo arrendersi - per primo nella storia - alla realtà di una risurrezione che aveva lasciato tracce mute ma così eloquenti.


Per ulteriore chiarezza ripetiamo infi­ne nella loro interezza i versetti dal 5 al 7 del capitolo 20 di Giovanni nella traduzione di Antonio Persili: (Giovanni) chinatosi, scorge le fasce distese, ma non entrò. Giunge intan­to anche Simon Pietro che lo seguiva ed entra nel sepolcro e contempla le fasce distese e il sudario, che era sul capo di lui, non disteso con le fasce, ma al contrario avvolto in una posi­zione unica".



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