Santi all'inferno - PARTE 2

4/4/2014 PAPALEPAPALE.COM

 

 Una discesa negli abissi infernali con i santi che ci sono stati - PARTE 2


Maria Serafina Micheli  (l'incontro con Lutero)

Lutero affermava che «neanche gli angeli potevano contestare la sua dottrina»: vanità delle vanità, dice la Bibbia, quanta superbia!


Nel 1883 Suor Maria Serafina Micheli (1849-1911), beatificata il 28 maggio 2011, si trovava a passare per Eisleben, nella Sassonia, città natale di Lutero in occasione del centenario della sua nascita. Trovando una Chiesa chiusa, si mise a pregare sugli scalini, ma un angelo la avvisò dicendo che era un tempio luterano protestante e le fece vedere Lutero all'inferno nei suoi patimenti. Così racconta l'episodio: mentre pregava le comparve l'angelo custode, che le disse: «Alzati, perché questo è un tempio protestante».


Poi le soggiunse: «Ma io voglio farti vedere il luogo dove Martin Lutero è condannato e la pena che subisce in castigo del suo orgoglio».

Dopo queste parole vide un'orribile voragine di fuoco , in cui venivano crudelmente tormentate un incalcolabile numero di anime.


 Nel fondo di questa voragine v'era un uomo, Martin Lutero, che si distingueva dagli altri: era circondato da demoni che lo costringevano a stare in ginocchio e tutti, muniti di martelli, si sforzavano, ma invano, di conficcargli nella testa un grosso chiodo. La suora pensava: se il popolo in festa vedesse questa scena drammatica, certamente non tributerebbe onori, ricordi, commemorazioni e festeggiamenti per un tale personaggio. In seguito, quando le si presentava l'occasione, ricordava alle sue consorelle di vivere nell'umiltà e nel nascondimento. Era convinta che Martin Lutero fosse punito nell'Inferno soprattutto per il primo peccato capitale, la superbia.


Attenzione, con ciò non vogliamo certo ergerci a giudici di Lutero: non sapremo mai se Lutero è davvero all'inferno. La

pedagogia di Dio va ben oltre quel senso di curiosità che spesso ci anima, non è questo il messaggio che Dio vuole darci attraverso i suoi santi.


Diciamo spesso col salmista: «Signore, non si inorgoglisce il mio cuore e non si leva con superbia il mio sguardo; non vado in cerca di cose grandi, superiori alle mie forze» (Sal. 130). Offriamo a Dio il nostro "nulla": le incapacità, le difficoltà, gli scoraggiamenti, le delusioni, le incomprensioni, le tentazioni, le cadute e le amarezze di ogni giorno. Vogliamo piuttosto riconosciamoci peccatori, bisognosi della sua misericordia. Gesù, proprio perché siamo peccatori, ci chiede solo di aprire il nostro cuore e di lasciarci amare da Lui. E' questa l'esperienza di San paolo: "La mia potenza, infatti, si manifesta pienamente nella debolezza.


Mi vanterò, quindi, ben volentieri delle mie debolezze, perché dimori in me la potenza di Cristo" (2 Cor. 12,9). Non ostacoliamo l'amore di Dio nei nostri riguardi col peccato o con l'indifferenza. Diamogli sempre più spazio nella nostra vita per vivere in piena comunione con Lui nel tempo e nell'eternità.


Giovanni Bosco


Non può mancare nella nostra mappa la testimonianza di San Giovanni Bosco, nato a Castelnuovo d'Asti il 16 agosto 1815 e morto il 31 gennaio 1888. È da tutti conosciuto il suo straordinario carisma di educatore dei giovani per i quali istituì l'Ordine dei Salesiani. Anch'egli ebbe una visione dell'inferno che raccontò ai giovani, quanto i preti non temevano di parlare di questa realtà ai veri piccoli.


«Mi trovai con la mia guida (l'Angelo Custode), infondo ad un precipizio che finiva in una valle oscura. Ed ecco comparire un edificio immenso, avente una porta altissima, serrata. Toccammo il fondo del precipizio; un caldo soffocante mi opprimeva, un fumo grasso, quasi verde, s'innalzava sui muraglioni dell'edificio e guizze di fiamme sanguigne. Domandai: "Dove ci troviamo"? "Leggi - mi rispose la guida - l'iscrizione che è sulla porta"! C'era scritto: "Ubi non est redemptio"!, cioè: "Dove non c'è redenzione".


Intanto vidi precipitare dentro quel baratro [...] prima un giovane, poi un altro, ed in seguito altri ancora; tutti avevano scritto in fronte il proprio peccato. Esclamò la guida: "Ecco la causa precipua di queste dannazioni: i compagni, i libri cattivi e le perverse abitudini".


Gli infelici erano giovani da me conosciuti. Domandai: "Ma dunque è inutile che si lavori tra i giovani, se tanti fanno questa fine? Come impedire tanta rovina"? "Coloro che hai visto, sono ancora in vita; questo però è il loro stato attuale e se morissero, verrebbero senz'altro qui"!


Dopo entrammo nell'edificio; si correva con la rapidità del baleno. Lessi questa iscrizione: "Ibunt impii in ignem æternum"!, vale a dire "Gli empi andranno nel fuoco eterno"! "Vieni con me"!, soggiunse la guida. Mi prese per una mano e mi condusse davanti ad uno sportello, che aperse. Mi si presentò allo sguardo una specie d'immensa caverna, piena di fuoco. Certamente"quel fuoco sorpassava mille e mille gradi di calore..."


Io questa spelonca non ve la posso descrivere in tutta la sua spaventosa realtà. Intanto, all'improvviso, vedevo cadere dei giovani nella caverna ardente. La guida disse: "La trasgressione del sesto comandamento è la causa della rovina eterna di tanti giovani". "Ma se hanno peccato, si sono però confessati".


 "Si sono confessati, ma le colpe contro la virtù della purezza le hanno confessate male o taciute affatto". Ad esempio, uno aveva commesso quattro o cinque di questi peccati, ma ne disse solo due o tre. Vi sono di quelli, che ne hanno commesso uno nella fanciullezza ed ebbero sempre vergogna di confessarlo, oppure l'hanno confessato male e non hanno detto tutto. Altri non ebbero il dolore e il proponimento; anzi, taluni, invece di fare l'esame di coscienza, studiavano il modo di ingannare il confessore. E chi muore con tale risoluzione, risolve di essere nel numero dei reprobi e così sarà per tutta l'eternità [...].


"E ora vuoi vedere perché la misericordia di Dio qui ti ha condotto"?


La guida sollevò un velo e vidi un gruppo di giovani di questo Oratorio, che io tutti conoscevo, condannati per questa colpa. Fra essi vi erano di quelli che in apparenza tengono buona condotta. Continuò la guida: "Predica dappertutto contro l'immodestia"! Poi parlammo per circa mezz'ora sulle condizioni necessarie per fare una buona confessione e si concluse: "Mutare vita! [...] Mutare vita"! "Ora - soggiunse l'amico - che hai visto i tormenti dei dannati, bisogna che provi anche tu un poco di inferno"! Usciti dall'orribile edificio, la guida afferrò la mia mano e toccò l'ultimo muro esterno; io emisi un grido [...].


Cessata la visione, osservai che la mia mano era realmente gonfia e per una settimana portai la fasciatura».


Maria di S. Cecilia Romana

La Beata sr. Maria di S. Cecilia Romana (al secolo Dina Belanger, Quebec, Canada, 30 aprile 1897 - Sillery, Quebec, 4 settembre 1929), beatificata il 20 marzo 1993, ha vissuto una vita breve ma intensa arrivando alle vette della vita mistica. A 4 anni fu fortemente impressionata dal demonio e dall'inferno, vedendo demoni in continuo movimento e agitati. Capisce allora che il peccato è una suggestione diabolica.


Nella sua autobiografia, scritta sotto obbedienza, parla come se vivesse un'esperienza sconvolgente del demonio e dell'inferno. Ecco il racconto di un incontro con il Signore del 7 aprile 1927:  «Dal 20 marzo la malattia mi costringe a letto. Stamattina prima della comunione, il Signore m'ha presentato il soggetto delle mie considerazioni per questi due giorni, e cioè "il dolore inflitto al suo Cuore agonizzante dell'inutilità delle sue sofferenze per un numero così grande di anime".


Al momento della comunione m'ha donato il suo calice benedetto. Durante il ringraziamento m'ha fatto vedere, in spirito, coloro che, a milioni e milioni, correvano verso l'eterna perdizione, seguendo Satana. E lui il Salvatore, circondato da un piccolo numero di anime fedeli, stava soffrendo, ma invano, per tutti quei peccatori. Il suo Cuore li vedeva cadere, a migliaia, nell'inferno. A tale vista gli ho detto: "Gesù mio, da parte tua la redenzione fu completa; ma allora che cosa può mancare, dal momento che tante anime si perdono?". Mi ha risposto: "La ragione è che le anime pie non s'associano abbastanza alle mie sofferenze"».


Veronica Giuliani

Anche Santa Veronica Giuliani, nata il 27 dicembre 1660 e morta il 9 luglio 1727, vissuta nel monastero delle Clarisse Cappuccine di Città di Castello, ebbe diverse visione dell'inferno. Questa, avuta nel 1696, è così raccontata dalla stessa Santa: «Parvemi che il Signore mi facesse vedere un luogo oscurissimo; ma dava incendio come fosse stata una gran fornace. Erano fiamme e fuoco, ma non si vedeva luce; sentivo stridi e rumori, ma non si vedeva niente; usciva un fetore e fumo orrendo, ma non vi è, in questa vita, cosa da poter paragonare.


In questo punto, Iddio mi dà una comunicazione sopra l'ingratitudine delle creature, e quanto gli dispiaccia questo peccato. E qui mi si dimostrò tutto appassionato, flagellato, coronato di spine, con viva, pesante croce in spalla.


Così mi disse: "Mira e guarda bene questo luogo che non avrà mai fine. Vi sta, per tormento, la mia giustizia ed il rigoroso mio sdegno".

In questo mentre, mi parve di sentire un gran rumore. Comparvero tanti demoni: tutti, con catene, tenevano bestie legate di diverse specie. Le dette bestie, in un subito, divennero creature (uomini), ma tanto spaventevoli e brutte, che mi davano più terrore che non erano gli stessi demoni. Io stavo tutta tremante, e mi volevo accostare dove stava il Signore. Ma, contuttoché vi fosse poco spazio, non potei mai avvicinarmi più. Il Signore grondava sangue, e sotto quel grave peso stava. O Dio! Io avrei voluto raccogliere il Sangue, e pigliare quella Croce, e con grand'ansia desideravo il significato di tutto. In un istante, quelle creature divennero, di nuovo, in figura di bestie, e poi, tutte furono precipitate in quel luogo oscurissimo, e maledicevano Iddio e i Santi.


Qui mi si aggiunge un rapimento, e mi parve che il Signore mi facesse capire, che quel luogo era l'inferno, e quelle anime erano morte, e, per il peccato, erano divenute come bestie, e che, fra esse, vi erano anche dei religiosi [...].


E avevo davanti di me tutti i miei peccati [...]. Sentivo un incendio di fuoco, ma non vedevo fiamme; altro che colpi sopra di me; ma non vedevo nessuno. In un subito, sentivo come una fiamma di fuoco che si avvicinava a me, e sentivo percuotermi; ma niente vedevo. Oh! Che pena! Che tormento! Descriverlo non posso; e anche il sol ricordarmi di ciò, mi fà tremare. Alla fine, fra tante tenebre, mi parve di vedere un piccolo lume come per aria. A poco a poco, si dilatò tanto. Mi sembrava che mi sollevasse da tali pene; ma non vedevo altro».


Un'altra visione dell'inferno è del 17 gennaio 1716. La Santa racconta che in detto giorno fu trasportata da alcuni angeli nell'inferno: « Nel fondo dell'abisso vidi un trono mostruoso, fatto di demoni terrificanti. Al centro una sedia formata dai capi dell'abisso. Satana ci sedeva sopra nel suo indescrivibile orrore e da lì osservava tutti i dannati.


Gli angeli mi spiegarono che la visione di Satana forma il tormento dell'inferno, come la visione di Dio forma la delizia del Paradiso. Nel frattempo, notai che il muto cuscino della sedia erano Giuda ed altre anime disperate come lui. Chiesi agli angeli di chi fossero quelle anime ed ebbi questa terribile risposta: "Essi furono dignitari della Chiesa e prelati religiosi».


 E in quell'abisso, ella vide precipitare una pioggia di anime... E una voce che grida: "Sarà sempre così. Sempre, sempre, sempre". Veronica è condotta alla presenza di Lucifero. Egli ha d'intorno le anime più graziate dal cielo, che nulla fecero per Iddio, per la sua gloria; e tiene sotto i piedi, a guisa di cuscino, e pesta continuamente le anime di quelli che mancarono ai loro voti. "Via l'intrusa che ci accresce i tormenti"!, urla furibondo ai suoi ministri. Levata dall'inferno, Veronica ripete esterrefatta: "O giustizia di Dio, quanto sei potente"»!


Alfonso M. de' Liguori

Sant'Alfonso Maria de' Liguori: se gli uomini mostrano poca pazienza già sulla terra... come faranno poi a sopportare per l'eternità le fiamme dell'inferno?


Ce li immaginiamo ora certi sorrisetti di gente che mal digerisce la verità, questa unica verità. Del resto ciò che i Santi hanno sperimentato non è altro che la prova alle parole di Gesù nei Vangeli, se dei Vangeli non si prendesse esclusivamente una selezione di brani che privati di quelli sull'inferno eterno vengono distribuiti come pillole di zucchero. Sant'Alfonso Maria de Liguori nel suo "Apparecchio alla morte" lo insegna chiaramente:


«Che sarà, quando Dio in morte intimerà al reprobo: Va via che io non voglio vederti più. "Abscondam faciem ab eo, et invenient eum omnia mala" (Deut. 31. 17). Voi (dirà Gesù a' dannati nel giorno finale) non siete più miei, io non sono più vostro. (..) Dimanderanno i dannati ai demoni: A che sta la notte? "Custos, quid de nocte?" (Is. 21. 11). Quando finisce? quando finiscono queste tenebre, queste grida, questa puzza, queste fiamme, questi tormenti?


E loro è risposto: "Mai, mai". E quanto dureranno? "Sempre, sempre". Ah Signore, date luce a tanti ciechi, che pregati a non dannarsi, rispondono: All'ultimo, se vado all'inferno, pazienza. Oh Dio, essi non hanno pazienza di sentire un poco di freddo, di stare in una stanza troppo calda, di soffrire una percossa; e poi avranno pazienza di stare in un mar di fuoco, calpestati da' diavoli e abbandonati da Dio e da tutti per tutta l'eternità! (..) Ma come, dirà un miscredente, che giustizia è questa? castigare un peccato che dura un momento con una pena eterna? Ma come (io rispondo) può aver l'ardire un peccatore per un gusto d'un momento offendere un Dio d'infinita maestà?


Anche nel giudizio umano (dice S. Tommaso, I. 2. q. 87. a. 3) la pena non si misura secondo la durazione del tempo, ma secondo la qualità del delitto.. (..) La morte in questa vita è la cosa più temuta da peccatori, ma nell'inferno sarà la più desiderata (Apoc. 9. 6)».


Lo strano (e inquietante) caso del prof. Diocré

Quanto bene possa fare il pensiero dell'inferno, ce lo dice quanto è avvenuto ai funerali di un famoso maestro della Sorbona di Parigi, Raimondo Diocré. L'episodio, clamoroso, fu, al dire di P. Tomaselli, riportato dai Bollandisti ed analizzato rigorosamente in tutti i suoi particolari. Ecco cosa accadde: alla morte del professore, avvenuta a Parigi, si prepararono solenni funerali nella Chiesa di NotreDame. Vi parteciparono professori e uomini di cultura, autorità ecclesiastiche e civili, discepoli del defunto e fedeli di ogni ceto. La salma, collocata al centro della navata centrale, era coperta da un semplice velo.


Si iniziò a recitare l'ufficio dei defunti. Arrivati alle parole: "Responde mihi: Quantas habeo iniquitates et peccata... ", si udì una voce sepolcrale uscire da sotto il velo: «Per giusto giudizio di Dio sono stato accusato!».


Con sgomento si tolse il velo, ma la salma era ferma e immobile. Si riprese l'ufficiatura interrotta fra il turbamento generale. Arrivati allo stesso versetto di prima, il cadavere si alzò a vista di tutti e gridò: «Per giusto giudizio di Dio sono stato giudicato!».


Spavento e terrore si impadronirono di tutti. Alcuni medici si avvicinarono alla salma ripiombata in piena immobilità, ma constatarono che il professore era veramente morto.


A questo punto non si ebbe il coraggio di continuare il funerale, rimandando tutto all'indomani. Le autorità ecclesiastiche non sapevano cosa fare: alcuni dicevano che era dannato e non si poteva pregare per lui; altri invece dicevano che ancora non c'era la certezza della dannazione, pur essendo stato accusato e giudicato. Il Vescovo ordinò che si riprendesse a recitare l'ufficio dei morti. Ma al famoso versetto nuovamente il cadavere si alzò e gridò: «Per giusto giudizio di Dio sono stato condannato all'inferno per sempre!».


Non c'erano più dubbi: il defunto era dannato. Il funerale cessò e si credette bene di non seppellire la salma nel cimitero comune. Tra i presenti c'era un certo Brunone, discepolo e ammiratore di Diocré, che rimase profondamente scosso da quanto accaduto. Pur essendo già un buon cristiano, risolvette di abbandonare tutto e darsi alla penitenza. Con lui, altri presero la stessa decisione. Brunone divenne il fondatore dell'Ordine dei Certosini o Trappisti, ordine tra i più rigorosi della Chiesa Cattolica.


Ma il Cristianesimo non è gioia? Certo che è gioia perché il cristianesimo vuole evitarci l'inferno, per questo ne parla. Il Vangelo significa proprio "buona novella", sarebbe perciò da chiedersi piuttosto: perché è buona novella? Cosa vuole Gesù da noi? In sostanza nulla, è Lui che è venuto a portarci qualcosa di prezioso e di eterno!


Lo ha detto bene il più grande teologo dei nostri tempi, Benedetto XVI: «E' venuto Gesù per dirci che ci vuole tutti in Paradiso e che l'inferno, del quale poco si parla in questo nostro tempo, esiste ed è eterno per quanti chiudono il cuore al suo amore».


Certo, la salvezza è espressione di purissima gioia. L'essere liberati dalla catena del peccato e ritrovarsi figli adottivi di Dio e predestinati ad una felicità eterna sono tutte realtà e fonti di inesauribile gioia spirituale. Ma sono tanti, purtroppo, a non voler capire.


La vita, diceva Pio XII in un Discorso agli sposi novelli, è come il Rosario, i Misteri del Rosario che contengono i momenti del gaudio, momenti dolorosi e momenti gloriosi: superati gli eventi di questa vita, sta a noi guadagnarci quelli gloriosi per l'eternità, per i meriti di Nostro Signore Gesù Cristo.


Si parli dell'inferno, per l'amor di Dio!


Si può dunque ed anzi si deve parlare anche dell' inferno a tutti e agli stessi che camminano sul retto sentiero, perché la salvezza, finché si è su questa terra, è sempre ancora a rischio. A coloro che insistono sempre a parlare solo di amore, è bene ricordare che il santo timore dell'inferno allontana dal peccato e questo timore è il primo passo per l'auspicata riconciliazione con Dio. Parlare dell'inferno perchè nessuno ci vada è la più grande espressione dell'amore cristiano. La parabola del figliol prodigo ci rammenta che si fa festa e c'è gioia per il peccatore pentito.


L'ideale resta sempre quello di operare per amore e con amore . Bisogna pure ammettere che la meditazione sull'inferno può essere deprimente, ma la ripugnanza del mondo, così accentuata oggi, è una maschera che nasconde quell'inquietudine che attanaglia ogni spirito umano.


Brutto segno invece che, oggi, quasi non si parli più dell'inferno. Claudel diceva: «Una cosa mi turba profondamente ed è che i sacerdoti non parlano più dell'inferno. Lo si passa pudicamente sotto silenzio. Si sottintende che tutti andranno in cielo senza alcuno sforzo, senza alcuna convinzione precisa. Non dubitano nemmeno che l'inferno sta alla base del Cristianesimo, che fu questo pericolo a strappare la Seconda Persona alla Trinità e che la metà del Vangelo ne è piena. Se io fossi predicatore e salissi in cattedra, proverei in primo luogo il bisogno di avvertire il gregge addormentato dello spaventoso pericolo che sta correndo».

E, per concludere, santa Faustina Kowalska dice che...

Domenica 17 nov. Papa Francesco ha "sponsorizzato" all'Angelus la Devozione della coroncina alla Divina Misericordia,  raccomandando di recitarla. Concludiamo allora questa "mappa" speciale per il Paradiso con le parole del Diario di Santa Faustina:


«Scrivo questo per ordine di Dio, affinché nessun'anima si giustifichi dicendo che l'inferno non c'è, oppure che nessuno sa come sia.

Io, Suor Faustina Kowalska, per ordine di Dio sono stata negli abissi dell'inferno, allo scopo di raccontarlo alle anime e testimoniare che l'inferno c'è. Quello che ho scritto è una debole ombra delle cose che ho visto. Una cosa ho notato e cioè che la maggior parte delle anime che ci sono, sono anime che non credevano che ci fosse l'inferno».


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