Il pallosissimo mestiere del presidente Usa

29/3/2014 Massimo Fini Fatto Quotidiano

Per nulla al mondo vorrei essere il presidente degli Stati Uniti.


Non solo perchè non vorrei essere responsabile di alcune decine di migliaia di morti fatti dai miei bombardieri o di decine di assassinii organizzati, col mio consenso, dalla Cia in qualche extraordinary rendition.


Il poveraccio arriva a Roma, la città più affascinante del mondo, per la sua storia, i suoi monumenti, la varietà dei suoi stili architettonici, dal romano antico al rinascimentale al barocco all'umbertino, per il suo ocra, per i suoi grandi parchi, per la sua dolce mollezza e per la sua gente, cinica, scettica, indolente, caciarona, e non solo deve perdere buona parte del suo poco tempo con una testa cava come Napolitano, un volgare ragazzotto fiorentino che si crede indispensabile (monito ricorrente: «lascio la politica») e persino col Papa perchè dalle sue parti ha bisogno dei voti dei cattolici (ma in questo caso Obama ha fregato Bergoglio sulla 'retorica della modestia': gli ha regalato dei semi), ma dalla sua supercorazzata, con finestrini a cinque strati di vetro, seguita da 26 auto di scorta, di tutto questo, in una città blindata, non vede niente.


 Il poveraccio vuole andare a vedere il Colosseo che, influenzato forse da alcuni film hollywoodiani, immagina sia qualcosa di simile a uno stadio da baseball.


Quello che vede è un Colosseo senza turisti, senza ciceroni, senza i finti gladiatori con le spade insanguinate di vernice rossa. Un Colosseo surreale, che non è mai esistito, nè nel presente nè, ovviamente, nel passato. Un plastico. Avrebbe fatto prima a guardarselo per cartolina o, meglio ancora, via Internet.


 Al poveraccio sarebbe piaciuto andare a cenare la sera in una trattoria romana, in qualche quartiere caratteristico, a Trastevere o a Campo de' Fiori, anche per avere un minimo di contatto con la gente di Roma. Ma vi rinuncia perchè capisce- non è cretino, è solo americano- che attorno avrebbe avuto solo agenti della sicurezza travestiti da comparse di Cinecittà.


E' difficile la vita dei potenti, oggi. Per quanto democratici si teme sempre che ci sia qualcuno che voglia tirargli se non una fucilata, almeno un qualche simbolico, ma pesante, cimelio (in questo caso una riproduzione del Colosseo).


Anni Trenta. Su una delle strade consolari di Roma due macchine, due Appia, guidate entrambe da un uomo, senza altri passeggeri a bordo, cominciano a farsi dei sorpassi azzardati, spericolati, provocatori.


 I due guidatori fermano le macchine, decisi a fare a cazzotti. Dalla prima esce Fulvio Bernardini, il centromediano della Nazionale, dall'altra Benito Mussolini. Rinunciano a scazzotarsi.


Al Duce piaceva andare al mare nella sua Romagna. Prendeva la macchina e guidando da solo per il lungo tragitto si fermava a dormire in una certa trattoria (che esiste ancora, con la sua stanza così com'era allora) subito dopo la splendida gola del Furlo.


 La mattina riprendeva la macchina e, arrivato a Riccione, indossato il costumone, si cacciava a bagno senza che nessuno gli rompesse i coglioni.


Facciamo retrocedere la moviola di duemila anni. A Nerone, giovanissimo imperatore, piaceva andare la notte, travestito da schiavo, al Ponte Milvio che era uno dei luoghi più turbolenti di Roma. Perchè voleva sentire di persona cosa diceva e pensava veramente la gente (attitudine che non farebbe male ai nostri politici).


Qualche volta veniva coinvolto in una rissa e tornava a Palazzo con un occhio nero.


Se Barack Obama vuole conoscere veramente Roma gli consiglierei di tornarci travestito, non da schiavo (quelli stanno a Guantanamo), ma da portalettere.


Massimo Fini

Il Fatto Quotidiano, 29 marzo 2014


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