Uscita dall'Euro: esiste un piano d'emergenza?

Jacques Sapir 24 Marzo 2014 www.facebook.com/notes/marco-mazzocchi

Venerdì scorso è passata quasi inosservata una notizia: l'annuncio fatto dal governatore della Banca Centrale d'Olanda - M. Klaas Knot - che il suo istituto aveva preparato nel 2012 un «piano di emergenza» (a contingency plan) per una uscita dall'euro.


Una notizia che non ha nulla di esplosivo e che conferma quanto già riferito da svariate fonti: le diverse banche centrali dei Paesi della zona euro - ed anche i vari ministeri delle finanze - lavorano fin dalla primavera del 2011 agli scenari di esplosione dell'euro o di uscita da esso.

Il contenuto dei suddetti studi

Da questo punto di vista, è importante notare che una uscita dall'euro non rappresenterebbe un pericolosissimo «salto nel vuoto», come fanno intendere i numerosi europeisti . Sono studi che vengono tutt'ora portati avanti e vengono regolarmente consultati degli economisti noti per la loro opposizione - antica o recente - all'euro.


Quello che essi dimostrano - ed essendo a conoscenza dei risultati provenienti dagli studi condotti in 4 Paesi ne sono personalmente testimone - è che l'uscita potrebbe aver luogo senza conseguenze drammatiche a patto che la banca Centrale prenda delle misure "di protezione".


 I vari studi hanno identificato in modo concorde i punti critici: violenti movimenti speculativi, andamento dei bilanci di banche ed assicurazioni, spinta inflazionistica. Si può sottolineare come in nessuno dei Paesi in questioni si sia tenuto conto del debito pubblico e l'applicazione della lex monetae - cioè del principio secondo il quale un debito emesso da un Paese sul proprio suolo è rimborsabile nella moneta di quel Paese - è stata ammessa sia che si tratti di euro che di un'altra divisa.

Va poi sottolineato che in nessuno di tali studi è stato ritenuto ipotizzabile un crollo del commercio fra i Paesi della zona euro, mentre in tutti - come nelle discussioni che li hanno preceduti e seguiti - è stato considerato, a giusto titolo, che gli scambi commerciali - che risulterebbero sicuramente modificati - tuttavia proseguirebbero. Dunque, le valutazioni catastrofiste prodotte da alcuni centri studi smaccatamente europeisti ed annuncianti conseguenze apocalittiche - tipo una caduta del 10% del PIL - non hanno alcuna validità, né nei confronti della Francia, né nei confronti degli altri Paesi.

In effetti, gli studi hanno piuttosto confermato la validità dei risultati delle ricerche seguite dagli «anti-euro». Sappiamo come in Francia uno studio condotto dal Ministero delle Finanze ha confermato le previsioni di una crescita nel caso di una forte svalutazione del "nuovo franco" e ciò sulla base di calcoli condotti sull'economia francese e basati sulla parità euro/dollaro.

I rischi dell'uscita dall'euro

I punti critici identificati sono tali solo nella misura in cui il sistema finanziario dei vari Paesi risulti immutato. Ma nella maggioranza dei casi, i calcoli e le stime mostrano che i problemi sarebbero gestibili. Con stretti controlli sulle transazioni finanziarie a breve e medio termine si limiterebbe moltissimo il rischio di speculazione in caso si ritorno alle monete nazionali. Si tratta di controlli da mantenere per un periodo dai 6 ai 18 mesi al massimo e poiché le transazioni finanziarie sono ormai praticamente tutte elettroniche, la cosa risulterebbe facile da realizzarsi.


Meno la questione delle banche e delle assicurazioni: i sistemi bancari italiano, francese, olandese e belga mostrano una grande resistenza a quella destabilizzazione che sarebbe prodotta dall'uscita dall'euro. Ma le eventuali difficoltà sarebbero comunque ben inferiori a quelle conosciute nell'autunno del 2008 ed i Governi avrebbero tutti i mezzi necessari per farvi fronte.


Solo in un Paese, la Spagna, i problemi sono veramente seri, ma, dati i legami fra banche spagnole e tedesche, è chiaro che tale Paese otterrebbe aiuti sostanziali. Il problema è più complesso nel caso delle "assicurazioni" (od alla voce "assicurazioni" dei bilanci delle banche). Nondimeno, anche in questo caso, il bisogno di ricapitalizzazione non supera una quota che varia dallo 0,5 allo 0,75% del PIL.

Quello che invece varia molto, da Paese a Paese, è il rischio di inflazione: moderato nel caso della Francia, si tratterebbe eventualmente di perdite a livello patrimoniale (soprattutto del patrimonio delle famiglie) legate all'inflazione, che potrebbero superare il tasso di interesse per un periodo da 1 a 2 anni. Si tratterebbe di una perdita complessiva sul patrimonio finanziario dell'ordine del 10%, che potrebbe essere bilanciata da un rialzo delle altre voci patrimoniali (prima fra tutte quella immobiliare) e da un aumento del reddito da lavoro. Le conseguenze di una uscita dall'euro consisterebbero dunque nella redistribuzione degli attivi patrimoniali, una redistribuzione i cui effetti non sembrano superare il 5 od il 7%, a seconda dei Paesi.

Gli effetti positivi

Negli studi in questione, gli effetti positivi dell'uscita dall'euro sono considerati solo marginalmente in quanto si concentrano sulla dimensione tecnica dei potenziali rischi ad essa conseguenti, purtuttavia sono riconosciuti come importanti in Paesi quali Francia ed Italia e significativi in Olanda. Vi viene sottolineata la dimensione politica di una tale decisione.

Lasciamo che ogni lettore faccia riferimento alle proprie convinzioni, sia che condivida con gli europeisti l'idea che «l'euro è il corso della Storia» o che pensi che se «Parigi val bene una messa» l'euro val bene una crisi ed una depressione continua nei Paesi presi in esame. Poi ci sono gli «euro realisti» o gli agnostici verso la «religione dell'euro», i quali considereranno che sia ora - e lo sia da tempo - di metter fine ad una disastrosa esperienza che dura già da troppo tempo. Comunque la si veda, dall'entrata nell'euro l'evoluzione del PIL e degli investimenti dei vari Paesi mostrano i costi esorbitanti di questa moneta unica.

Grafico 1

Crescita dal 2000 (indice 100)  

 


Investimenti in valore reale, 2000 = indice 100



Si vede bene da queste curve cosa sia stato causato dall'euro e lo sia ancora e tutt'ora nei confronti dell'economia dei Paesi della zona euro. Ma altrettanto drammatiche sono le conseguenze a livello sociale, e l'immensa manifestazione di sabato 22 marzo a Madrid mostra che ormai i popoli non reggono più l'insostenibile. L'Euro, per sua stessa natura, sta determinando la fine dello Stato Sociale - per riprendere il termine usato da Christophe Ramaux.

Grafico 2  

 

Tasso di disoccupazione



Oggi è ormai chiaro che di fronte al degrado della situazione macroeconomica ed alla diminuzione dei mezzi d'azione concessi alla BCE, i tentativi volti a salvare l'euro non possono che tradursi in una rinnovata ed esasperata austerità. Con la fine dello Stato Sociale, componente fondante della cultura europea dal 1918 (ed anche prima in Germania), quello a cui stiamo per assistere è la fine dell'Europa.


È per questo motivo di primaria importanza ed urgenza che vengano finalmente pubblicati gli studi elaborati sulla fine dell'euro e che lo siano in modo onesto, cioè integrale. Questi studi forniranno la base per un dibattito realistico in vista delle elezioni europee che devono svolgersi attorno al tema della «euro-austerità» e quindi, in ultima istanza, al tema dell'esistenza o meno dell'euro stesso.

Ma è lecito avere dei dubbi che le cose vadano così: gli europeisti sono al comando e che siano di destra o di sinistra - tutti insieme nel «Partito Unico dell'Euro» - continueranno a volerci far credere che «è possibile un'altra Europa» anche se la realtà dimostra che l'unica Europa possibile è quella della miseria.

Traduzione per EFFEDIEFFE.com a cura di Massimo Frulla


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