Alfano e amici: gli inutili idioti sono arrivati al capolinea

Vittorio Feltri - Dom, 16/03/2014 - 16:15 commenta

 Dall'alto del suo 3% e rotti Alfano si autoproclama capo del centrodestra e declassa il Cavaliere a figurante. Oltre all'ingratitudine verso Berlusconi, cui deve una carriera che mai avrebbe fatto, in lui non manca una componente di meschinità umana e morale



Ineffabile Angelino Alfano. Si è convinto di aver rubato il quid al suo ex idolo, Silvio Berlusconi, e si è messo in testa di poter diventare il leader dei moderati italiani.

Cosicché è passato nel giro di pochi mesi da adulatore del Cavaliere, dal quale aveva ricevuto ogni ben di Dio, a suo avversario, praticamente l'unico. E ieri, in un impeto d'ira, gli ha dato addosso con una violenza inaudita: «Forza Italia - ha dichiarato davanti a una platea di militanti del Ncd, al teatro Carignano di Torino - non è né carne né pesce, votarla è inutile».


C'è qualcosa di ridicolo in queste parole, che disegnano un quadro surreale: Alfano, dall'alto del suo 3 per cento e rotti, molto rotti, si autoproclama capo del centrodestra e declassa il Cavaliere a figurante, per giunta superfluo nell'attuale congiuntura politica. Nel discorso acido di Angelino, oltre all'ingratitudine verso Berlusconi, cui deve una carriera che con le proprie modeste risorse non avrebbe mai fatto, non manca una componente di meschinità umana e morale.

D'accordo che la riconoscenza è un sentimento della vigilia. Ma se un giovanotto trova un mentore, che lo sospinge in alto fino a nominarlo segretario del Pdl, e non si limita a tradire ma giunge addirittura a infilare il coltello tra le scapole del benefattore, trattasi di personaggio privo di consistenza etica. Conviene dimenticarlo.


Immagino che il Cavaliere sia disgustato dal suo ex delfino e pentito di avergli dato fiducia. È vero che Silvio recentemente ha detto che i signori del Ncd si sono comportati da utili idioti, avendo appoggiato dissennatamente, e fino in fondo, il governo di Enrico Letta, poi quello di Matteo Renzi.


Ma è difficile dargli torto, dato che il premier deposto non ha combinato nulla e che l'attuale presidente del Consiglio ha negoziato col Cavaliere, e non con Alfano, le questioni più importanti e con maggiori probabilità di essere realizzate: la riforma elettorale (già a buon punto), la revisione del Titolo V della Costituzione (ridimensionamento delle competenze regionali) e l'abolizione del bicameralismo perfetto.


Tutto questo, secondo il Coniglio Mannaro di Agrigento, sarebbe insignificante? Angelino ha perso la sinderesi. Probabilmente non si accontenta di aver voltato le spalle a Berlusconi e ai suoi vecchi amici di partito: sta cercando disperatamente di farsi scaricare presto dall'ex sindaco di Firenze, il quale aspetta soltanto l'esito delle elezioni europee per dimostrare che i signorini del Ncd, se non idioti, sono di certo inutili e che di loro egli può fare tranquillamente a meno. Se ciò succederà, sarà evidente la differenza fra il peso massimo di Forza Italia e il peso leggero dei trasfughi.

C'è un altro aspetto della condotta di Angelino che stupisce e amareggia. Egli dice che quando era lui ai vertici, il Pdl stava al 38 per cento, mentre ora è precipitato al 22. Come se il calo dipendesse dal fondatore. Alfano non ricorda, o finge di non ricordare, che ai bei tempi facevano parte del centrodestra (senza calcolare l'Udc) gli ex di Alleanza nazionale, dirottati da Gianfranco Fini all'opposizione.


 Quando il Pdl veniva scosso da terremoti interni, dov'era il dottor Delfino?


Cosa fece per evitarli? Nulla.


E non appena ne ha avuto l'opportunità, anch'egli ha abbandonato la nave. Non annegherà soltanto perché è già affogato nel grottesco, che è anche peggio.


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