La cultura è morta, viva la cultura. Ma che sia quella vera

Marcello Veneziani - Lun, 24/02/2014 - Il Giornale

L'ultimo di tanti crimini è stato l'espulsione della filosofia dalle scuole. E il sapere umanistico come commento al presente è votato al suicidio

'La morte di Socrate' (1787), di Jacques-Louis David


L'ultimo colpo al cuore del pensiero è l'espulsione graduale della filosofia dai corsi di laurea e dai licei. Condivido toto corde la denuncia accorata dei filosofi contro la Pubblica Distruzione della filosofia.


Poi mi lascio prendere dal martello nietzscheano e sadomaso, e penso che la morte della filosofia è stata pronosticata, pregustata e teorizzata dagli stessi filosofi.


Se volete, è il compimento coerente di un processo filosofico. Come diceva Marx dello Stato, la filosofia non viene abolita ma s'estingue. Se non produce grandi pensieri e grandi opere, se si viviseziona come corpo morto, se è curva nel suo ruolo impiegatizio e non esce dal lutto per la sua scomparsa, offre ai burocrati la corda per farsi impiccare, tanto per restare nel frasario marx-leninista. In compenso esce dai licei e dagli atenei e va in piazza, da studio si fa evento, circo e festival; o pratica filosofica, cioè terapia per imprese, gruppi o ad personam.


In realtà il declino della filosofia è la punta acuta del più vasto processo di deculturazione in atto. Il tramonto investe la cultura, non solo la filosofia. Da quando smise la pretesa di trasformare il mondo e di tradursi in storia e movimento tramite l'ideologia e gli intellettuali, la cultura vive una mortificata irrilevanza. Non produce idee anche se ha la capacità di smontare quelle preesistenti; non genera mutamenti, conversioni e svolte ma dispensa disagio, disgusto e cinismo. Si autogratifica e si autogiustifica, restando dentro se stessa, ma non promuove mondi nuovi né difende mondi antichi; solo accompagna, recalcitrante, il nostro presente.


 La cultura della crisi, che fiorì cent'anni fa e poi si espanse, a partire dal Kulturpessimismus mitteleuropeo nel ventennio tra le due guerre, è divenuta ormai da tempo crisi della cultura. A volte ritrova un motivo di sopravvivenza nella difesa dei beni culturali, passando dalle idee ai patrimoni; a volte si rifugia in meteore narrative, exploit artistici o creativi. Ma da decenni la cultura parla solo a se stessa, non entra nella vita dei popoli. Surclassata dalla scienza e dall'ingegneria, schiacciata dalla tecnica e dall'economia, la cultura umanistica elabora la fine del sapere umanistico.


Quando la cultura assume il rigor mortis allora si tenta di renderla istituzionale. Lo prova da un verso la proposta (delusa) del Domenicale del Sole 24Ore di mutare il senato in camera della cultura, dall'altro il libro di Gustavo Zagrebelsky che propone in un'ideale costituzione la nostra repubblica «fondata sulla cultura».


Ma la cultura vive se è il corpo, l'anima e la mente di un'identità comune, che può essere una civiltà, una nazione, una religione, una comunità. Naturalmente differiscono i gradi e i livelli di accesso, ma se non attiene ad alcun universo condiviso, ad alcun orizzonte di riferimento, è opera intellettuale e individuale, e le si addice la solitudine e la marginalità. Noi giriamo intorno alla sua crisi ma la cultura ha un ruolo se esprime un orientamento di vita, altrimenti è solo erudizione o intellettualismo. Orientamento di vita non significa, in senso marxiano o tecnologico, che serve a cambiare il mondo: così avrebbe solo un uso pratico-ideologico assai riduttivo. Ma vuol dire in senso più largo e profondo che esprime una concezione della vita, una visione del mondo e induce a un comportamento conseguente, uno stile, una condotta coerente.


E allora dove viene a mancare la cultura oggi? Per dirlo in sintesi, la cultura non pensa la nascita, la morte e la vita ulteriore. Balbetta, devia o impreca, ma tace sulla nascita, sulla morte e sulla vita ulteriore che va oltre il raggio biologico, anagrafico, della nostra esistenza. Una cultura è viva se tiene a battesimo, fonda, crea, inaugura, esprime lo stupore e la promessa della nascita e della rinascita.


Una cultura è viva se affronta la morte a occhi aperti e mente lucida, se elabora il lutto, se coglie la vita a partire dai suoi limiti e dalla sua finitudine (cogitatio mortis). E infine, una cultura è viva se infonde il messaggio che la vita non è tutta qui, in quel che appare e si consuma nella sfera biologica; ma c'è un piano ulteriore, un'altra dimensione, attiene alla sfera di ciò che può dirsi spirituale. Anche un'opera - cioè un testo, una poesia, una pittura, una musica, un film - è l'incontro con un altro mondo, è l'esperienza di una vita ulteriore oltre la nostra. La cultura dovrebbe donare questa ricchezza che è poi l'unica, solida, vera base su cui fondare relazioni. E invece la cultura oggi, come la filosofia, aborre la nascita, rimuove la morte, cancella ogni orizzonte ulteriore nel timore di trovarsi ancora tra i piedi Dio, lo Spirito e la metafisica.


Quando si paragona l'utilità del sapere scientifico applicato alla tecnologia con l'inutilità del sapere umanistico confinato nella cultura, non si coglie l'essenziale differenza tra la sfera dei mezzi e la sfera dei fini. La tecno-scienza ci fornisce i mezzi per vivere meglio e più a lungo, per affrontare i disagi e dotarci degli agi, per debellare i limiti e le malattie. La cultura ci apre invece a tutto ciò che sorge oltre il regno della necessità e degli strumenti e che dunque riguarda più strettamente la libertà, l'esercizio dell'intelligenza, la sensibilità verso il bello, il sentimento dei legami, il senso e il destino della nostra vita in rapporto agli altri, alle nostre origini e al nostro avvenire.


La prima ci fornisce necessarie relazioni d'uso del mondo tramite le cose; la seconda ci dona le libere relazioni di scopo in ordine alla nostra umanità. Riscopriremo la centralità della cultura e quindi della filosofia quando la cultura avrà il coraggio di assumersi questa sua missione. È questa la ragione della stretta affinità, se non della coincidenza, della cultura con la civiltà; della sua contiguità con l'educazione e della sua continuità con la tradizione. La tradizione trasmette principi, eredità, costumi e patrimoni tramite l'esperienza di vita, e la cultura trasmette idee, suscita pensieri e visioni, indica orientamenti tramite il sapere. La tradizione è un'eredità, la cultura è un compito; ma poi vale pure l'inverso.


Occorre ricomporre l'armonia semplice e sublime di questa sequenza per poter rendere fruttuosa la vita, disponendo le cose ciascuna secondo il suo rango, il suo ordine e il suo modo. La cultura non è nemica della natura ma delle risposte automatiche, che possono derivare sia dagli istinti e dagli impulsi, non mediati né meditati, sia dagli input meccanici e dai procedimenti tecnici che riducono l'esistenza a puro funzionare, come macchine e robot. Il pensiero è un respiro, non un algoritmo.


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