Oh tu, lettore di passaggio che ora qui leggi: ricordati che morirai! Parliamone. PARTE1

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PARTE1 

tu che leggi adesso, siamo spiacentima abbiamo una brutta notizia per te: DEVI MORIRE !...ma se può parlare......e tutto si "accomoda"! Leggere attentamente il foglietto illustrativo,qui sotto:


La morte: temuta, fuggita, trattata come un tabù. Eppure il problema - come ci spiega s. Alfonso Maria de'Liguori - non è la morte, ma come viviamo e ci prepariamo a questa. La morte verrà all'improvviso, cantava De Andrè, ma, se ci pensiamo, abbiamo il tempo di vivere ogni attimo dandogli il vero significato perché la morte non ci colga impreparati. San Francesco, santa Caterina e gli altri santi ci insegnano come vivere per morire bene. Così, invece di limitarci a leggere necrologi o, peggio, a fare gli scongiuri, possiamo approfittare del tempo che ci rimane per farlo fruttare, superando gli inganni del demonio.
 

Sono "ospite" fisso a Siena ormai dal 1999; bella città, certo con i suoi difetti, come tutte le cose del "mondo", ma bella, sia lei sia tutto ciò che la circonda. Il responsabile involontario della mia migrazione da Roma è stato mio padre, quando nel 1987 decise di eleggere quale suo "buen retiro" un piccolo paesino in collina, nelle crete senesi, a pochi chilometri dalla città del Palio. Da allora ho iniziato a frequentare abbastanza assiduamente queste zone, venivamo con mia moglie e i miei figli a trovare il "nonno", soprattutto nelle feste comandate ma anche per il Palio e, alla fine, ci siamo innamorati anche noi di queste "contrade", tanto per rimanere in tema


.Mio padre aveva avuto molte emozioni nella sua vita e così, una volta ritiratosi in quel paesino, era diventato una persona metodica, abitudinaria cercava solo la tranquillità, un tran-tran senza troppe scosse: una capatina in paese per la spesa, il giornale e le sigarette, un giretto nell'oliveto per controllare le piante, il pane vecchio alle galline, "sbobba" ai cani ma soprattutto il suo giornale, il Messaggero, il quotidiano di Roma che l'edicolante gli faceva trovare immancabilmente tutte le mattine, nonostante qui le testate più diffuse siano chiaramente altre. Lo leggeva con fare tranquillo senza fretta, lo "sorseggiava" in un certo senso, alla ricerca in particolare delle notizie di cronaca romana e mi piace pensare, che fosse perché lo riportavano alle sue radici.


Necrologi: di solito, un'occhiata alla pagina la danno tutti...
TUTTI A CACCIA DI NECROLOGI...

Tra tutte c'era, però, una pagina che scorreva con maggior cura, sulla quale si soffermava e dopo aver letto qualche riga, fissando nel vuoto, andava alla ricerca di ricordi che in alcuni casi arrivavano mentre in altri rimanevano nascosti nel passato, ripetendo quest'operazione di lettura-ricordo più volte. Era la pagina degli annunci mortuari, si, proprio quella, la pagina dove ci sono i necrologi con il nome del defunto, la frase di circostanza, più o meno partecipe, e il nome degli inserzionisti.


 Leggeva il nome, poi quello dei famigliari ed infine quello degli altri inserzionisti, alla ricerca di amici o conoscenti e tutte le volte, se incontrava un nome conosciuto, iniziava a rammentare e fare calcoli riguardo l'età del defunto, le circostanze nelle quali lo aveva conosciuto e così via. Chiaramente c'erano anche commenti del genere: "ma guarda, chi l'avrebbe detto, era più giovane di me" o altri più irriverenti, quando l'età del defunto era decisamente elevata, come: "...e vulesse verè che tenia a'ccosa a dicere" dalle reminiscenze napoletane trasmessegli da sua madre, mia nonna


.Mio padre non è certo stato l'unico e tanto meno l'ultimo interessato a quella pagina: è, infatti, una delle più lette in assoluto, con quella dell'oroscopo, perchè siamo tutti interessati alla morte ma a quella degli altri e se sono famosi, ancor di più, seguiamo i loro funerali come se si trattasse di un evento mondano: guardate cosa è successo con le recenti esequie a Margaret Tacher. Quella immancabile lettura era, secondo me, anche una sorta di rito scaramantico, la parte di sangue partenopeo lo aveva indubbiamente contagiato sotto questo aspetto, rito che è, d'altronde, luogo comune di molti quando si parla genericamente della morte; provate ad affrontare l'argomento con qualcuno e mentre lo fate osservate i suoi gesti: toccare ferro o le dita a corna sono il minimo, per non parlare poi degli uomini che infilano rapidamente le mani in tasca, alla spasmodica ricerca di qualcosa che non trovano.


De Andrè: ha cantato la vita... ma anche la morte!
DE ANDRÈ, BRASSENS, TOTÒ, GRANDI ARTISTI ...MA È SEMPRE MEGLIO "TOCCARE FERRO".

L'assurdo è, invece, che non c'è nulla di più naturale della morte che prende "vita", scusate il gioco di parole, nel momento stesso in cui nasciamo. Insieme alla vita, infatti, riceviamo anche l'inseparabile e ineluttabile condanna a morte, siamo come i detenuti nel braccio della morte, tutti in attesa dell'esecuzione della sentenza, sperando in una possibile grazia, ma nel nostro caso non c'è possibilità di grazia o meglio non c'è possibilità della grazia che ci eviti l'esecuzione, c'è possibilità di un altro tipo di grazia ma di questo parleremo dopo."La morte verrà all'improvviso", è il titolo di una canzone, della fine degli anni sessanta (1967), di Fabrizio de Andrè che all'epoca fece abbastanza scalpore per l'argomento trattato in maniera così chiara e senza peli sulla lingua e anche in questo caso molti addossarono a questa canzone poteri iettatori sia per il titolo così esplicito sia per il contenuto, gettando ombre anche sul suo autore, quale potenziale menagramo


.Le prime strofe recitavano: "La morte verrà all'improvviso(...) nel sonno, in battagliaverrà senza darti avvisagliala morte va a colpo sicuronon suona il corno né il tamburo."...e si conclude con: "...davanti ll'estrema nemicanon serve coraggio o faticanon serve colpirla nel cuoreperché la morte mai non muore."In realtà il cantautore genovese aveva riadattato un brano del "cançonièr" e poeta francese George Brassens (Le verger du Roi Louis - 1960), senza nulla togliere all'atmosfera cupa e minacciosa del testo originale. La canzone, come il titolo, risulta scarna ed essenziale; il concetto principale è l'imminenza costante della morte, che in qualsiasi momento, silenziosa e implacabile, potrebbe piombarci addosso e rapirci. Tutti dovranno arrendersi di fronte a questa "estrema nemica".


A' livella: il meraviglioso 'canto' sulla morte scritto da Totò.
Un altro grandissimo artista che si cimentò con la morte fu Totò; immagino che tutti più o meno conosciate la sua famosa poesia: "A' livella", una ironica e signorile presa in giro della presunzione umana e del suo saccente orgoglio, rappresentata in questo caso da un nobile, un marchese, defunto che ha quale vicino di tomba un netturbino. Il marchese inizia una "querelle" con questi, un tal Esposito Gennaro, nome che l'autore usa per sottolineare ancor meglio le origini plebee del netturbino, invitandolo a trasferire la sua tomba altrove perché non è decoroso per un marchese, per il rango della sua casta, esser sepolto al fianco di un netturbino. Il pover'uomo inizialmente cerca di scusarsi con il marchese, ma quando quest'ultimo comincia ad insultarlo si spazientisce e reagisce con le famosissime strofe finali: "'A morte ‘o ssaje ched"e?...è una livella. (...) Sti ppagliacciate ‘e ffanno sulo ‘e vive: nuje simmo serie...appartenimmo à morte" strofe che sono una splendida metafora della morte che rende tutti di pari livello, livella tutto e tutti, e contemporaneamente ne definisce il dominio: "...appartenimmo à morte".


S. Alfonso Maria de' Liguori: niente è più certo della morte...
APPARECCHIANDO ALLA MORTE ... MA NON IN TREDICI A TAVOLA, NON SI SA MAI

Insomma la morte ci possiede è nostra inseparabile compagna di viaggio, è inevitabile e colpisce quando vuole, senza nessun riguardo per nessuno, ricco o povero, bello o brutto, nobile o popolano: è lì che ci aspetta dove, come e quando non lo sappiamo ma è certamente lì da qualche parte in qualche istante del futuro, sia questo il prossimo istante sia tra cent'anni. Come scrisse Sant'Alfonso Maria de Liguori nel suo trattato Apparecchiando alla morte: "Per me che ora scrivo, per voi che leggete questo libretto, sta già decretato il giorno e ‘l punto, nel quale né io più scriverò, né voi più leggerete". Scrisse anche "È incerto se quel bambino che nasce, dovrà esser povero o ricco, se ha d'avere buona o cattiva sanità, se avrà da morire giovine o vecchio: tutto è incerto, ma è certo che ha da morire. Ogni nobile, ogni regnante ha da essere reciso dalla morte.


E quando giunge la morte, non v'è forza che possa resistere: si resiste al fuoco, all'acqua, al ferro: si resiste alla potenza de' principi, ma non può resistersi alla morte"


.Però, pur avendo inconsciamente paura della morte (infatti cerchiamo di esorcizzarla con la scaramanzia), ci riteniamo immuni, al di sopra di questa: progettiamo, programmiamo, usiamo la volontà per tracciare il futuro, pensando di poterlo controllare, di poterlo gestire. Viviamo come se la morte non fosse un evento che ci riguardasse, senza preoccuparci di quello che sarà dopo, di ciò che potrebbe essere dopo la morte. Così non ci poniamo neanche domande sul vero significato della vita, perché senza la coscienza del significato di morte non riusciamo neanche a essere coscienti del vero valore della vita che invece è unico e irripetibile; sempre Sant'Alfonso scriveva: "...tanti vivono talmente scordati della morte, come non avessero mai a morire!".


Eppure l'uomo da quando è apparso sulla terra si è sempre domandato cosa ci fosse dopo la morte e ha sempre immaginato possibili altre "esistenze" nell'aldilà e di questo suo filosofeggiare ha lasciato testimonianza: dai graffiti nelle grotte, alle tombe di tutte le civiltà che si sono susseguite nei secoli. I nostri predecessori hanno sempre ritenuto la morte un passaggio verso l'oltre, verso qualcos'altro: mai in millenni e millenni di presenza dell'uomo sulla terra abbiamo pensato così diffusamente e pervicacemente che dopo la morte ci fosse il nulla. Ora invece si, adesso lo pensiamo, anzi lo crediamo, l'uomo laicista ha questa nuova credenza, quella del nulla, riducendo così anche il significato della morte solo alla buia e fredda tomba.


Peccando Adamo ed Eva, è arrivata la morte... e non se ne è più andata.
FACCIAMO CHIAREZZA: SIAMO ALLODOLE, ANZI DEI VERI E PROPRI ALLOCCHI

In realtà, la morte è una trappola ben escogitata per farci dimenticare, come ho detto, il vero senso della vita, insomma uno specchietto per le allodole perché, intrappolati come siamo nella sensazione di attimo, dimentichiamo l'effettiva ragione eterna della nostra esistenza, sprecando il nostro tempo nel tentativo impossibile di allontanarci dalla morte mentre inesorabilmente gli corriamo incontro. In questo senso, considero un grande vantaggio riuscire a percepire il vero significato della morte. Va anche detto, però, che la percezione è cosa ben diversa dal comprendere. Possiamo dire che equivale ad assaporare un cibo nuovo con gli occhi bendati: non sapete cosa state mangiando, però riuscite a percepire il sapore senza comprendere pienamente di cosa si tratta; la percezione è come una chiaroveggenza ed in questo caso, nel caso della morte, se riusciamo ad uscire per un momento da questa trappola ben escogitata tutto diventa più chiaro


.E allora facciamo chiarezza: (...) la morte è entrata nel mondo a causa del peccato dell'uomo. Sebbene l'uomo possedesse una natura mortale, Dio lo destinava a non morire. La morte fu dunque contraria ai disegni di Dio Creatore ed essa entrò nel mondo come conseguenza del peccato. « La morte corporale, dalla quale l'uomo sarebbe stato esentato se non avesse peccato », è pertanto « l'ultimo nemico » (1 Cor 15,26) dell'uomo a dover essere vinto. (CCC n. 1008)Tra l'altro mi viene il dubbio che de Andrè avesse studiato San Paolo o il Catechismo della Chiesa Cattolica visto che nella sua canzone definisce la morte: "l'estrema nemica", parafrasando quel "ultimo nemico" di Paolo nella prima lettera ai Corinzi.


Cacciata dal Paradiso e... inizio dei guai.
Sintetizzando, la morte è conseguenza del nostro peccato originale: siamo noi stessi con la nostra decisione ad aver abbandonato la nostra condizione di "non-mortali" che Dio ci aveva donato ...e pensare che ci aveva anche avvisato: "ma del frutto dell'albero che sta in mezzo al giardino Dio ha detto: Non ne dovete mangiare e non lo dovete toccare, altrimenti morirete" (Gen. 3,3), ma noi niente, "caponi costì", come si dice da queste parti, abbiamo preferito la conoscenza, la divisione all'unione, del bene e del male: "Ma il serpente disse alla donna: Non morirete affatto! Anzi, Dio sa che quando voi ne mangiaste, si aprirebbero i vostri occhi e diventereste come Dio, conoscendo il bene e il male" (Gen. 3, 4-5), il resto della storia è ben noto: calci nel sedere e via dal paradiso terrestre, dalla perfetta letizia e dalla non-mortalità per piombare nel sudore, nel partorire con dolore e nella mortalità.Ma c'è anche dell'altro: Sì, Dio ha creato l'uomo per l'immortalità;lo fece a immagine della propria natura.Ma la morte è entrata nel mondo per invidia del diavolo;e ne fanno esperienza coloro che gli appartengono.(Sapienza 2, 23-24)


Il problema è sempre lui: il serpente antico... il demonio.
APPARECCHIANDO ALLA MORTE?... NO, AL DEMONIO

Ed ecco allora cosa è dunque la morte, quella vera: è la tenebra dell'inferno, è un luogo o forse una condizione, nell'eternità dove il nemico, il demonio, l'antico serpente, vuole portarci, per averci sempre a sua disposizione, quale alimento del suo ego, suo carburante, suo cibo. Provate a guardare nel vostro cuore: cosa amano tutti gli uomini? L'approvazione, l'adulazione, l'applauso in poche parole essere adorati; tutti cercano l'approvazione del proprio operato, del proprio look, del proprio pensiero, anche ingannando o imponendosi con la forza per essere certi di avere questa approvazione. Il demonio non è diverso, è creatura come noi umani, anche se in forma e sostanza diversa dalla nostra, ed anche lui è succube del suo "ego", della sua necessità d'approvazione e ha scelto la via più semplice per avere una platea di sostenitori, adoratori. Prima ha coinvolto un terzo degli angeli, poi l'uomo, per invidia della nostra condizione di non-mortali ci ha fatto complici del suo rifiuto, del suo no a Dio: "non serviam".


La sua è una debolezza nel complesso molto infantile ma questa debolezza ci ha contagiato, siamo diventati partecipi del suo errore, del suo rifiuto, questa nostra scelta ci ha messo nelle sue mani e per invidia ci ha spinto a far entrare la morte nella dimensione umana. Ma questo è solo lo specchietto per le allodole, la trappola, perché il vero inganno, la vera morte che il demonio ci ha preparato non è in questa vita, ma è nell'eternità, se per nostra scelta decidiamo di appartenere a lui dimenticandoci della condizione di eternità alla quale siamo destinati


.Ecco la trappola, ecco il vero motivo per il quale siamo stati tentati, ecco perché tanto accanimento da parte del demonio per farci trascurare la morte dopo avercela fatta scegliere come condizione esistenziale. Perché quando ci cadiamo dentro senza avere pensato all'al di là, all'eternità, quando la morte ci raggiunge in condizione di rifiuto di Dio finiamo per appartenergli per sempre: "L'albero allorché si taglia, dove cade? cade dove pende. Dove pendete voi, fratello mio? che vita fate? Procurate di pender sempre dalla parte dell'austro, conservatevi in grazia di Dio, fuggite il peccato; e così vi salverete. E per fuggire il peccato, abbiate sempre avanti gli occhi il gran pensiero dell'eternità, chiamato da S. Agostino: "Magna cogitatio" ("Apparecchiando alla morte" - Sant'Alfonso M. de Liguori)


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