La filosofia araba, il sensismo britannico, la metafisica tomistica e.... - PARTE 5

d. Curzio Nitoglia 05 Febbraio 2014

 

PARTE 5 

Averroè



Averroè dopo Avicenna è il metafisico arabo le cui opere maggiormente hanno influenzato la prima Scolastica e specialmente san Tommaso d'Aquino. Egli ha commentato tutte le opere dello Stagirita tranne la Politica ed è chiamato il "gran Commentatore" o il "Commentatore per eccellenza". Dante (32) lo pone, assieme ad Avicenna, nel Limbo e scrive: "Averrois che ‘l gran commento (ad Aristotele) feo" (Inf., IV, 144). Morì nel 1198, dopo Ghazalì, ma non poté nulla contro la dottrina fideistica di quest'ultimo, che ha distrutto la metafisica e teologia araba e influenzato la lettura fideistica e fondamentalista letterale coranica musulmana: lo studio del Corano post-gazaliano è totalmente privo di approfondimenti teologici, esegetici, filologici per l'impostazione dottrinale di al-Ghazalì. Averroè nacque a Cordoba in Spagna (1126) e morì a Marrakesh in Marocco (1198), mentre gli altri filosofi o teologi islamici erano nati e vissuti in medio oriente.

Le sue opere più famose sono i tre (piccolo, medio e grande) Commenti alla Metafisica di Aristotele, scritti in arabo, ma tradotti subito in latino e utilizzati dagli scolastici. Un'altra opera famosa è la Tahafùt al Tahafùt o Destructio destructionum philosophiae Algazelis (33), una replica infuocata ad al-Ghazalì.

Il pensiero di Averroè è alquanto  complesso. Egli cerca di armonizzare fede e ragione per cui distingue la religione e teologia coranica dalla filosofia. Egli commenta in maniera molto rigorosa Aristotele e secondo qualche autore la dottrina averroistica su Fede e ragione è molto simile a quella di san Tommaso (Miguel Asìn y Palacios, Abenhàzam de Cordoba y su Historia critica de las ideas religiosas, Madrid, 1927-32). Egli non è il fondatore della teoria della "doppia verità" (una verità per la ragione e la filosofia ed un'altra verità contrapposta per la fede e la teologia coranica). Averroè non ha mai insegnato che esistono due verità contraddittorie, ma solo due modi diversi di esprimere la stessa verità, uno raziocinativo e l'altro allegorico (B. Mondin, cit., p. 385) (34).

Averroè nel suo sistema filosofico pone "al vertice la filosofia; al di sotto la teologia; al basso della scala la religione" (E. Gilson, cit., p. 434).

La filosofia è importante per la difesa della fede, anche se per credere non è necessaria la scienza filosofica, ma essa difende la fede contro chi la impugna e approfondisce il significato del Corano, cerca le espressioni o formule più esatte per esprimerla in maniera sempre più corretta. Averroè si rifà ai Padri apologisti (San Giustino, San Clemente, Origene) e ripropone la loro dottrina nell'ambiente arabo-islamico. Perciò la teoria di Rénan sulla incredulità di Averroè è falsa ed è oramai comunemente sorpassata, la maggior parte degli studiosi di filosofia medievale araba, di islamistica ritiene che Averroè abbracciasse la teoria della "fides quaerens intellectum", la fede che cerca l'approfondimento razionale di essa (35).

Egli risponde a Ghazalì che, se la filosofia è dannosa e da proibirsi poiché basta solo il Corano e i primi musulmani non hanno studiato filosofia ma solo il Corano e la Sunna, allora bisognerebbe proibire anche il diritto dei giuristi ("faqib"), che non esisteva ai tempi di Maometto e del solo Corano/Sunna ed era stato elaborato dai greci, così pure la matematica, geometria, medicina, le quali sono state imparate dai musulmani arabi in India e Cina (36).

Per quanto riguarda la negazione gazaliana del principio di causalità, Averroè risponde che è compito della metafisica difendere i principi per sé noti e mostra la validità del principio di causalità, che discende da quello di identità e non contraddizione (37).

Egli parla di analogia, pur non utilizzando il termine specifico, ma quello di "proporzione" e lo applica al discorso sui rapporti tra Dio e le creature, che non può valersi dell'univocità (panteismo) né dell'equivocità (nichilismo teologico) (38). Per quanto riguarda l'essere, Averroè sostiene che "l'esse è una essenza che esiste" (E. Gilson, cit., p. 436), ma non arriva alla precisione dell'esse come atto ultimo di ogni essenza, che sarà poi colta da San Tommaso, e afferma che "l'esse è un accidente dell'essenza" (E. Gilson, ivi). Infine Averroè critica anche le teorie emanazionistiche di Avicenna e al-Farabì.

Su vari punti il testo di Aristotele è suscettibile di diverse interpretazioni ed infatti quella di Averroè è diversa da quella data da san Tommaso, ma la preoccupazione di Averroè non è stata quella di far coincidere la filosofia aristotelica con la teologia coranica, quanto piuttosto quella di capire  ciò che Aristotele ha veramente insegnato. "Il pensiero di Averroè si presenta come uno sforzo cosciente di restituire alla sua purezza la dottrina di Aristotele, corrotta dal neoplatonismo" (E. Gilson, cit., p. 436).

Secondo Averroè la ragione può dimostrare l'esistenza di Dio specialmente seguendo l'argomento dell'ordine che riscontriamo nel mondo si risale verticalmente ad un Ordinatore perfettissimo e incausato, tuttavia  come per Avicenna Averroè ritiene che la  creazione non è un atto della libera volontà di  Dio, ma della sua conoscenza e che l'universo è una creazione continua di Dio immanente in esso. Questa, nota p. Battista Mondin, è "una concezione panteistica del mondo simile a quella che sarà di Spinoza" (cit., p. 391).         

Sull'Intelletto agente anche Averroè ritiene che Aristotele abbia insegnato che esso non è individuale, ma è una sostanza spirituale e separata, unica per tutti gli uomini e che l'anima umana non è spirituale come l'Intelletto agente e quindi è corruttibile e mortale.

Reginaldo Garrigou-Lagrange scrive: "Averroè (De Anima, III, ed. di Venezia, 1555, p. 156) afferma che l'intelligenza umana è impersonale, luce che illumina le anime individuali. Perciò Averroè negava l'immortalità personale delle anime individuali e la loro libertà " (La Sintesi tomistica, cit., p. 186).

L'ingresso di Aristotele e della filosofia araba nella Cristianità europea

Sino alla fine del XII secolo gli scolastici conoscevano soltanto la Logica di Aristotele. Ma all'inizio del XIII secolo (39) in pochi decenni gli scolastici europei son riusciti a conoscere tutte le opere di Aristotele, grazie a delle traduzioni dal greco in arabo e poi in latino fatte in Spagna e in Sicilia da eminenti studiosi (Enrico Aristippo, Domenico Gundissalino, Michele Scoto e Gerardo da Cremona). Nello stesso tempo vennero tradotte anche alcune opere metafisiche di al-Farabì, Avicenna e Averroè.

La prima ricezione di Aristotele venne fatta alla luce di Avicenna tra il 1200 e il 1250 (40).  La seconda recezione dello Stagirita è averroistica nel 1230 il commento di Averroè ad Aristotele inizia a soppiantare quelli di Avicenna, nel 1250 il trionfo di Averroè è completo. Aristotele viene de-platonizzato. La terza recezione di Aristotele è quella di S. Tommaso d'Aquino, che sorpassa le interpretazioni contrastanti di Avicenna e Averroè, confuta la dottrina della "doppia verità", l'unicità dell'Intelletto agente, come sostanza separata e spirituale, e la mortalità delle singole anime degli uomini. "Ne viene fuori un ‘terzo' Aristotele, diverso sia da quello platoneggiante di Avicenna, sia da quello paganeggiante e razionalista di Averroè. Un ‘terzo' Aristotele che andava ben interpretato e che era molto più vicino al Cristianesimo di quello averroistico" (B. Mondin, cit., p. 423).

La grandezza di S. Tommaso consiste nell'aver sorpassato lo stesso Aristotele, grazie alla dottrina dell'essere come atto ultimo di tutti gli altri atti e perfezione ultima di tutte le altre perfezioni ed essenze, mentre lo Stagirita si era fermato alla metafisica dell'essenza. Inoltre l'Aquinate riprende e purifica da ogni interpretazione immanentistica e panteistica la dottrina platonica della partecipazione, letta alla luce dell'Essere per se stesso o per sua essenza sussistente. Dio è l'Atto puro da ogni potenzialità, è l'Essere per sua essenza, mentre le creature sono enti per partecipazione e atti misti a potenza o composti realmente di essenza ed essere.

Gli Ordini mendicanti entrarono nelle Università e cristianizzarono il mondo del sapere, esercitando una grande influenza sugli studenti e sulla società civile. Sino al XIII secolo era stato l'Ordine monastico dei Benedettini a salvare e trasmettere la cultura classica, filosofica e patristica. Ma, essendo un Ordine monastico e di "clausura", era più dedito alla contemplazione, alla vita ritirata, al culto liturgico e non si adattava alle esigenze del XIII secolo, che richiedevano l'insegnamento pubblico anche per i laici, la predicazione nelle città, la lotta contro le eresie rinascenti, la evangelizzazione dei ceti sociali popolari, la formazione di Università internazionali (Napoli, Padova, Parigi, Oxford) per giungere ad un'elevata specializzazione nella filosofia, teologia, S. Scrittura, diritto canonico (41).

Tuttavia la recezione di Aristotele, soprattutto alla Sorbona di Parigi e non ad Oxford, fu lenta e difficoltosa poiché alcuni temi aristotelici, letti alla luce di Averroè, suscitarono delle perplessità sulla conciliabilità della metafisica dello Stagirita con la Rivelazione cristiana. Si temeva che il concetto (platonico) di partecipazione messo in relazione con quello aristotelico di distinzione reale tra essenza/essere potesse portare al panteismo (invece nella metafisica tomistica i concetti di essere come atto ultimo e di partecipazione saranno e sono la diga più ferma contro ogni forma di immanentismo panteistico). Nel 1210 i teologi della Sorbona con l'Arcivescovo Pierre de Corbeil condannarono l'aristotelismo mutuato dai filosofi arabi e letto panteisticamente da Almarico di Béne († 1204) (42) e da Daivid de Dinant († 1260 circa) (43). Le opere di Aristotele non potevano essere usate ufficialmente come testi d'insegnamento all'università di Parigi, ma potevano essere consultate privatamente.


Tuttavia la facoltà di filosofia polemizzò con quella di teologia e con il divieto dell'arcivescovo sino al 1240. Poi vi fu una lunga tregua fino al 1260 ed infine riscoppiò la guerra che toccò il culmine nel 1277. Gli Ordini mendicanti (Francescani e Domenicani) erano relativamente indipendenti dal Vescovo e poterono essere più liberi di insegnare Aristotele, che venne letto in maniera totalmente conforme al dogma da san Tommaso d'Aquino. Il francescano Alessandro di Hales, che insegnò alla Sorbona sino al 1242, nella sua Summa theologica citava spesso Aristotele anche se gli preferiva S. Agostino e S. Anselmo.  Nel 1252 la facoltà filosofica della Sorbona spalancò le porte ad Aristotele che ebbe un grandissimo successo presso i professori e gli studenti sino al 1255. "Mai prima d'allora, né ad Atene, né a Roma, né ad Alessandria, né a Baghdad, né a Damasco e neppure a Cordoba Aristotele aveva riscosso un così grande successo. (...). Sotto l'influsso del suo pensiero la civiltà cristiana ricevette un uovo impulso e si avviò verso traguardi sempre più avanzati; dal ritorno di Aristotele in Europa trassero grande profitto la metafisica e la teologia" (B. Mondin, cit., p. 421).

Conclusione

Etienne Gilson ha scritto: «la  filosofia medievale in occidente ha avuto un ritardo di circa un secolo su quella delle corrispondenti filosofie arabe e ebraiche. (...). La speculazione ellenica beneficiò della diffusione della religione cristiana in Mesopotamia e in Siria. La "Scuola di Edessa" in Mesopotamia, fondata nel 363 da sant'Efrem di Nisibis in Siria (306-377), insegnava Aristotele. (...). Quando la "Scuola di Edessa" fu chiusa nel 489, i suoi professori passarono in Persia. (...). Nel momento in cui l'islamismo sostituisce il cristianesimo in oriente, il ruolo dei Persiani come agenti di trasmissione della filosofia ellenica appare con perfetta chiarezza. (...) I lavori di Aristotele vengono tradotti direttamente dal greco in arabo. Così le scuole siriache sono state  l'intermediario attraverso il quale il pensiero di Aristotele è giunto agli Arabi, poi agli Ebrei e quindi ai filosofi della Cristianità. (...). I filosofi arabi sono stati maestri dei filosofi ebrei, la cultura arabo-musulmana ha gettato nella cultura ebraica del medioevo un pollone estremamente vivace e vigoroso. (...). Se studiamo il secolo XII, ci accorgiamo immediatamente di quanto il pensiero ebraico sia debitore al suo intimo rapporto con la filosofia araba. In Avicenna, e soprattutto in Averroè, i filosofi ebrei hanno trovato tutto un materiale tecnico di concetti e di sintesi parziali, prese a prestito dai Greci e che non restava loro che da utilizzare» (La filosofia nel Medioevo, Firenze, La Nuova Italia Editrice, 1973, pp. 414-416,  444 e 452).

Come si vede, la natura dell'Empirismo e del Sensismo è la negazione, almeno pratica, della metafisica e quindi dell'al di là e della Religione rivelata. La Trascendenza è rimpiazzata dall'immanentismo panteistico. Quindi la metafisica aristotelica araba di Avicenna e persino quella razionalistica di Averroè sono molto più vicine alla filosofia classica della Grecia antica e alla scolastica tomistica di quanto non lo siano le filosofie della "Magna Europa" moderna, atlantica e empirista, le quali sono la contraddizione per diametrum della sana filosofia scolastica, della teologia e persino della Religione rivelata da Dio in Cristo.

Onde, se è storicamente falso presentare il mondo arabo come sinonimo di inciviltà, rozzezza, fanatismo e incultura barbarica, è parimenti falso asserire che la filosofia anglo/americana teocon, la quale si fonda sull'Empirismo moderato senza giungere all'Illuminismo radicale francese,  è la continuazione della cultura della Vecchia Europa o della Cristianità, la quale si fonda su Platone e soprattutto su Aristotele, sui Padri greci e latini, sulla prima, seconda e terza Scolastica, che sono totalmente inconciliabili con l'Empirismo e il Sensismo teoconservatore.

La vera filosofia è discepola della realtà oggettiva alla quale si sottomette e si conforma, dei principi primi per sé noti, della fiducia nella capacità conoscitiva della ragione umana e non solo della sensazione. L'Empirismo negando queste tre nozioni fondamentali (primato della realtà oggettiva sulla conoscenza soggettiva, validità metafisica dei principi per sé noti, capacità della ragione umana di conoscere veramente la realtà) è una contro-filosofia che teologicamente porta alla contro-chiesa, della quale il giudaismo, la massoneria e il liberalismo sono le tre forze principali.

d. Curzio Nitoglia


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