L'inventario di quel che c'Ŕ nel mondo autonomista-indipendentista

Gilberto Oneto 19/1/2014 lindipendenza.com

 

C'è grande agitazione nel mondo autonomista-indipendentista. Le discussioni e le liti raggiungono toni esagitati e troppo spesso sono costruite su fantasie, supposizioni ed emotività esasperate.


Serve perciò fare il punto, definire lo "stato dell'arte", disegnare la mappa dell'esistente: l'inizio dell'anno è proprio il momento più opportuno per fare una sorta di inventario di quello che davvero c'è in magazzino prima di avventurarsi oltre.

Vediamo molto rapidamente che fieno c'è nella cascina del mondo autonomista-indipendentista: i partiti, le associazioni culturali, i mezzi di informazione, il mercato.


I partiti e le organizzazioni politiche. C'è innanzitutto  la Lega che viaggia oggi fra il 2 e il 4%, che ha ancora una struttura capillare e molti militanti (che si stanno però disaggregando); la discrepanza fra i vertici e la base è abnorme: fra i militanti e i simpatizzanti ci sono anche incapaci che usano la testa solo per tenere separate le orecchie ma fra la dirigenza la proporzione è ribaltata ed è difficile non incontrare cadregari, opportunisti e ignoranti della più bell'acqua, il risultato di decenni di selezione del personale bossiana basata sui requisiti del leccaculismo e dell'incompetenza. Nonostante i cambi di autista, la Lega sembra ingessata, non riesce a reagire agli attacchi esterni e alle magagne interne, non riesce a trasmettere idee e sembra destinata a una lunga agonia.


Ci sono decine di altri partitini e movimenti tutti occupati a scindersi, a litigare e a imitare la Lega nel peggio; anche gli obiettivi territoriali tendono a disgregarsi in appeal e in dimensione: la sola  virtuosa eccezione era rappresentata dall'Unione Padana prima che si facesse prendere dalla frenesia del cambio di nome e del restringimento degli orizzonti geografici.


Poi ci sono i partiti storici, appena migliori. Di ottima salute godono gli indipendentisti sudtirolesi e in forte crescita è il movimento a Trieste. Altrove vivacchiano: occitani, valdostani, trentini e sloveni tirano a campare avvelenati dalle loro frequentazioni italiane.

I collegamenti fra questi soggetti non esistono;  tutti hanno l'aria incattivita, non si fidano gli uni degli altri e sono spesso più impegnati a far guerra fra di loro che non agli italiani. Rispetto alla vecchia gestione bossiana autoritaria e sgangherata ma unitaria, il panorama partitico è oggi sconfortante.


Le associazioni culturali vanno appena meglio nonostante abbiano tutte subito i contraccolpi negativi del calo di qualità della politica. I prodotti sono in generale buoni e tengono mobilitato un numero considerevole di teste pensanti e di persone normali. Anche qui però si paga un prezzo pesante al settorialismo ideologico e geografico. Se almeno l'associazionismo più vitale riuscisse a trovare forme di reale coordinamento si potrebbero riprendere i grandi spazi disponibili e anche supplire alle colpevoli carenze della politica partitante.


Nel mondo della comunicazione la situazione è davvero desolante ma, paradossalmente, più vitale che in altri settori. I mezzi leghisti sono dei costosi e inutili cadaveri che camminano con la sola parziale eccezione di Radio Padania che mantiene un discreto ascolto e che riesce a conservare qualche giornalista e conduttore di qualità però sommerso da un mare di banalità, stronzate, ufo, attentati alla sintassi  e violenze all'intelligenza.


In giro, in varie redazioni, ci sono moltissimi autonomisti e indipendentisti, in larga parte ex leghisti, che potrebbero  fare un lavoro più efficace se fossero motivati e in qualche modo coordinati.


C'è soprattutto il nostro quotidiano che, in un mare di rovine, è un piccolo-grande capolavoro che potrebbe davvero diventare qualcosa di più importante se tutti i soggetti fino a qui citati volessero assumere posizioni collaborative, e - almeno a livello di comunicazione - trovare forme di civile convivenza e dibattito.


Il solo elemento davvero positivo su cui si può contare è però  il possibile mercato, l'immensa prateria di scontenti, delusi, arrabbiati, scoglionati e tartassati che non partecipa più, che si astiene alle elezioni, che vota per stanca abitudine o che cerca scorciatoie in sigle ribelliste senza contenuti.


La Padania è in condizioni disastrate; la sua economia è a rotoli, le sue prospettive grigie, è massacrata di imposte, schiacciata dalla burocrazia, dalla malavitosità e dal cattivo governo italiani; il tessuto sociale delle sue comunità si sta sfilacciando, la sua cultura si indebolisce, il senso di appartenenza si assopisce; è invasa da foresti sgomitanti e prepotenti che fra mezzo secolo saranno maggioranza. La gente è frastornata o distratta da cento sciocchezze,  dalla televisione spazzatura al calcio. Paradossalmente proprio tutte queste magagne e il loro continuo acuirsi  creano enormi possibilità di "mercato" per progetti davvero indipendentisti e per attori sinceri, preparati e onesti.


Il Paese si può salvare solo con una cura da cavallo: indipendenza dall'Italia, radicale pulizia da ogni clandestinità e criminalità, riduzione delle pubbliche competenze al minimo indispensabile, una robusta costruzione federalista, revisione di tutti i rapporti politici ed economici con l'esterno, rilancio deciso di ogni libertà di impresa.


Per farlo serve però una forte iniziativa che raccolga il consenso della maggioranza dei padani, rinfocoli le loro speranze e persegua il progetto senza compromessi né debolezze.


Quello che è stato sommariamente tracciato è l'inventario delle forze su cui può oggi contare un movimento del genere.


Ci sono un'idea e la tela:  servono un disegno preciso, i colori e artisti capaci. Noi, su questo quotidiano, la nostra parte la stiamo facendo.


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