Tre fenomeni dalle urne

21/5/2012 Di Oscar Giannino per Chicago-blog

Abitualmente, sul blog qui evitiamo commenti solo politici, ci concentriamo sull'economia e dunque sulle politiche economiche. Ma mi pare che per una volta si debba far eccezione. Il ballottaggio delle amministrative ha confermato e amplificato il primo turno. Tutto potete dire e pensare, tranne che esserne rimasti stupiti se leggete - non ho detto se condividete, ma se leggete - quanto da mesi scrivo su queste colonne.


Chiunque abbia un minimo di antenne sensibili per cogliere ciò che si muove di recente sempre più tumultuosamente nella testa, nella pancia e nel portafoglio degli italiani, non credo possa dire "non me l'aspettavo". Leggendo le migliaia di lettere che mi arrivano - sono diventate davvero migliaia dacché abbiamo lanciato l'iniziativa disperatimai@radio24.it - e le
centinaia di telefonate, personalmente avevo avere dubbi. In sintesi, e lasciando a ciascuno il pieno diritto di spaccare il capello per cogliere questo o quel dato a mio giudizio più di contorno, siamo in presenza di tre macrofenomeni.


Uso questo termine perché cambiano il quadro della politica italiana. Nel senso che la seconda Repubblica come l'abbiamo conosciuto è fi-ni-ta. Era già finita politicamente dopo una troppo lunga agonia che non ha fatto bene al Paese, mentre l'euro si avviava a propria volta a diventare un Vietnam. Ma ora è definitivamente sepolta, per espresso e inequivocabile segnale degli italiani.


È finita innanzitutto perché il crinale Berlusconisì-Berlusconino che ha dominato dal 1994 viene archiviato e diventa materia per gli storici - di qui a un futuro mediolungo, per il momento suggerirei di astenersi. Viene archiviato
non nel senso - qualcuno nel vecchio centrodestra scommetto che continuerà a pensarlo, povero lui - che Berlusconi non si è esposto alle amministrative mentre, se tornasse a battere un colpo alle prossime politiche, allora sì che le
cose tornerebbero come prima. Viene archiviato perché dovunque i ballotaggi sono stati ancora tra vecchia destra e vecchia sinistra, la destra è stata nella stragrande maggioranza dei casi travolta. Se qualcuno penserà a destra che la
Puglia fa eccezione, è meglio che ci ripensi. Un conto è la maggior compattezza relativa a seguito della presenza di leader locali con un proprio radicamento, come nel caso pugliese da Lecce a Trani, altro è il senso generale
dell'evaporazione del centrodestra a cominciare dal Pdl, in tutto il Nord dell'elettorato d'opinione, che ne rappresentava storicamente un bastione. Da Como a Lecco a Monza scendendo a Lucca e Camaiore, il Pdl evapora. La credibilità di chi ha per 18 anni promesso politiche liberali e sussidiarie, liberalizzazioni e privatizzazioni, meno spesa pubblica e meno tasse, e ha fatto esattamente l'opposto o ha fatto i fatti propri, è semplicemente finita.


È finita anche perché - secondo macrofenomeno - non funziona la valvola di compensazione che in meno della metà del Paese aveva visto, ai primi evidenti segnali di crisi del Pdl, aumentare di converso quelli alla Lega. Tutti i
ballottaggi con candidati leghisti sono stati persi. La crisi di credibilità anche qui non è di Belsito o del cerchio magico o della disinvoltura nell'utilizzo del denaro pubblico. È Umberto Bossi ad essere finito come residuo
leader politico. La Lega per risalire faticosamente parte della sua china dovrà effettuare una cesura radicale. Non so se ne avrà la forza e il leader, quella forza e quel leader che il Pdl avrebbe dovuto avere da un anno a questa parte, e
non ha saputo darsi.


Il terzo macrofenomeno riguarda la sinistra. L'exploit di Orlando a Palermo, la vittoria di Doria a Genova, si aggiungono ai precedenti del tutto analoghi casi di Napoli, Cagliari e Milano. Il Pd perde la guida, i suoi candidati alle
primarie sono bocciati, Fassino sindaco di Torino resta l'eccezione e non la regola. È vero però che la sinistra non evapora affatto, a differenza del centrodestra. Semplicemente, il segno che viene dal suo elettorato è di una
forte richiesta di politiche antagoniste rilegittimate dal basso, un no al rigore cieco sommato al movimentismo civile e sociale che punisce la confusa linea istituzional-elitaria delle vecchie leadership Pd-Ds-Pds. In ogni caso, la
sinistra ha davanti a sé non una ma più prospettive, se le saprà scegliere senza confondersi per strada. Nessuna di esse però è alla francese, perché un forte partito inequivocabilmente socialista che raccolga il testimone della destra che sbaglia nella storia italiana non c'è, e non s'inventa con marmellate pluridentitarie di leader dimezzati. Oggi come oggi la cosa più probabile è che ci penserà Repubblica e il suo editore, a dare la linea.


L'elevato astensionismo e l'esplosione di consensi del movimento Cinquestelle sono il frutto di questi tre macrofenomeni. Un frutto più che annunciato. I grillini sono davvero cosa altra e diversa rispetto ai vecchi partiti. La loro
incoerenza e confusione programmatica sui temi economici, di mercato e d'impresa sarà ora chiamata a chiarirsi. Ma i candidati vincono con poche migliaia di euro, e sono un giusto e sentito schiaffo in faccia popolare ai miliardi
dilapidati dal sistema dei partiti in truffe e camarille di amici, parenti e amanti. Questo elemento viene prima di tutto, perché gli italiani ne hanno le tasche piene non della politica, ma della cattiva politica.


Chi è liberale e si batte per sussidiarietà e famiglia, meno spesa pubblica ammazzacrescita e dimagrimento dello Stato tassicodipendente, ha pochi mesi per lanciare dal basso un soggetto politico che col Pdl attuale e il suo sterile
continuismo nulla può avere a che fare, sempre che trovi facce nuove e insieme conosciute, forti di una propria credibilità e coerenza. Altrimenti, gli italiani non potranno che confermare alle politiche quel che oggi hanno
espresso: e ancor più lo faranno di fronte alle prevedibili agonie recessive, se l'Europa esplode come tutto lascia sembrare.


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