DALL'ARCHIVIO - Educare

Vittorio Messori

L'etimologia è spesso illuminante.


Ben pochi - un esempio tra mille - riflettono sul fatto che il verbo italiano educare viene dal latino e-ducere: cioè "portare fuori". Fuori, cioè, dall'ignoranza. Ma questo non basta, almeno per un cristiano. Ci sono persone colte, magari coltissime secondo il "mondo", che nulla sanno di ciò che davvero conta. Educare, per un credente, significa "portare fuori" anche dal conformismo, dalle idéés reçues, dalla menzogna, dalla ipocrisia di quel pensiero egemone che oggi assume il volto mellifluo del politicamente corretto.


Spiace constatare che la pressione culturale e sociale è tale che anche non pochi pastori, oggi, dunque dei sacerdoti sembrano allinearsi - naturalmente, non rendendosene conto - alla vulgata "ignorante". Parliamo, ovviamente, con il doveroso rispetto e con la necessaria umiltà. Ma che pensare delle dichiarazioni di un monsignore, intervistato dopo che una banda di giovani criminali, per "divertirsi" ha gettato da un cavalcavia di un'autostrada un masso di 50 chili ammazzando un paio di sventurati che transitavano ignari?


Quando, anni fa, ci fu il primo morto per questo tipo di "gioco" efferato, mi telefonarono da un'agenzia di stampa per uno dei consueti giri di opinioni. La vittima era una giovane donna, felice perché, assieme al marito, correva verso una sospirata vacanza. La pietra le sfondò il torace, agonizzò a lungo tra i vetri del parabrezza infranto, l'ambulanza arrivò troppo tardi. A caldo, dissi ciò che mi dettava l'istinto: ciò che auspicavo in quel momento era qualche cappio appeso a quel cavalcavia, da cui penzolassero quei "simpatici burloni". E, come si faceva un tempo, lasciarli lì qualche giorno a dondolare nel vuoto, ad ammonimento. Magari con l'ausilio di un acconcio cartello al collo.


Forse, l'indignazione e l'orrore del momento mi presero la mano nell'indurmi a quella risposta che ovviamente, in un mondo di buonisti, fece scandalo. Ricordo, tra l'altro, Enzo Biagi che mi telefonò perché intervenissi a sostenere quella tesi in una sua rubrica televisiva.


Non andai; e non certo per timore (il mio problema non è la prudenza bensì, ahimè, la temerarietà) ma perché il discorso era troppo complesso, impossibile da farsi con gli assurdi ritmi televisivi. Come spiegare che, in casi estremi, per il cristiano la pena di morte è legittima ma oggi non è opportuna, è impraticabile perché l'uomo moderno ha perso la prospettiva che giustificava un supplizio che, in una visione religiosa, era una carità verso il reo, oltre che un dovere verso la società? Cose che neppur più tanti teologi sono in grado di comprendere. Figurarsi il telespettatore medio!


Sta di fatto che la banda assassina fu catturata e oggi, mi pare, i giovanotti sono di nuovo in circolazione, approfittando di indulti, sconti, assegnazione ai servizi sociali e quant'altro. E sta di fatto, anche, che - per il consueto fenomeno di imitazione - i lanciatori di massi si sono moltiplicati, sino ad arrivare di recente ad altri due morti. Ebbene, tra gli intervistati chiamati a dire la loro c'è stato anche, lo dicevo, un autorevole ecclesiastico. Il quale l'ha buttata nel solito sociologismo: il "disagio" dei giovani, la disoccupazione, la mancanza di divertimenti a buon mercato, la noia esistenziale, la scarsità dei corsi di educazione civica, l'influenza della televisione...


Insomma, la consueta langue de bois, come dicono i francesi, la "lingua di legno" che imperversa da decenni e che tutto giustifica, di tutto dando la colpa alla società, alle carenze della politica, alla mancanza di riforme e cose del genere. È rattristante, davvero, che un cristiano, anzi un sacerdote non ci ricordi innanzitutto il fondo oscuro che alberga nei cuori di ciascuno, il mistero di iniquità, la realtà inquietante che non può essere vinta se non «con la preghiera e il digiuno», come ammonisce Gesù. Il male, il peccato, gli agguati del maligno insomma: la possibilità, per ogni uomo, di essere santo od assassino. La deformazione è ormai tale che si crede di esercitare la carità togliendo ai rei la colpa, per buttarla addosso alla società in generale, alle strutture. A tutto fuorché alla libertà dataci dal Creatore - dono meraviglioso e terribile - di salvarsi o di dannarsi, di amare o di odiare.


Ma sì, sembra davvero che si debba ritornare alla e-ducazione, nel suo senso etimologico. È possibile che io esagerassi auspicando, d'istinto, i cappi attaccati al cavalcavia. Ma mi pare proprio che non sia auspicabile neppure, da parte di un cristiano, il giustificazionismo ad oltranza: lasciamolo ai superstiti sociologi "laici e democratici" di sessantottina memoria


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