'APOCALYPSE MURDOCH' - 12° PUNTATA

21/5/2012 di Glauco Benigni per dagospia.com

 DURANTE LO SCANDALO WATERGATE, MURDOCH SCEGLIE LA RICCA PERIFERIA TEXANA E COMPRA DUE GIORNALI - PARTE L'ASSALTO ALLA "GRANDE MELA": "NEW YORK POST" E "VILLAGE VOICE" - L'IMPERO SI ALLARGA NEGLI STATES, MA CON MENO SUCCESSO DEL SOLITO - LA SCARSA STIMA NEI CONFRONTI DEI GIORNALISTI AMERICANI: "NEGLI USA NON IL MEDIUM MA IL TEDIUM È IL MESSAGGIO

IL SOGNO AMERICANO DEL BUCANIERE
La prova generale dello sbarco nel grande mercato Usa era già stata fatta tempo prima. Come già accennato, Murdoch arriva negli Stati Uniti nel 1973. Una data più lontana di quanto non facciano sospettare le polemiche che lo hanno accompagnato in seguito. E' un anno importante per gli angloamericani. La Gran Bretagna entra nella CEE in attesa di un referendum che confermi tale scelta; mentre gli Stati Uniti sono in grande fermento: Nixon, dilaniato dallo scandalo Watergate, sta per lasciare la poltrona a Gerald Ford.


L'allora quarantaduenne Murdoch si presenta negli Usa con discrezione, comprando un paio di giornali alla periferia dei grandi giochi. Periferia sì, ma in un'area ricchissima: il Texas della famiglia Bush. Nelle sue abili mani finiscono il «San Antonio Express» e il suo gemello pomeridiano, il «San Antonio News», per una ventina di milioni di dollari. Un anno dopo Murdoch lancia «The Star», un tabloid settimanale, venduto alle casse dei supermercati, specializzato in pettegolezzi hollywoodiani. Un tipo di giornale che solo uno come lui può pensare di lanciare e far fruttare. Murdoch guarda però alla Grande Mela e nel 1976 si sposta nell'East Coast all'arrembaggio del «New York Post».

Lo compra da Dorothy Schiff per 32 milioni di dollari. Ma il «Post», a causa della concorrenza di più prestigiose testate newyorkesi, è in forte perdita e nemmeno i metodi hard di Murdoch riescono a trarne profitti. In ogni caso, per non smentire la sua fama, licenzia in tronco 122 giornalisti e li sostituisce con redattori australiani.

Nel frattempo, sempre a New York, il suo amico Clay Felker lo invita a partecipare all'acquisto del «Village Voice», del «New West» e del «New York Magazine»: Murdoch entra nell'affare, poi fa fuori Clay e tiene le tre testate tutte per sé. La gente si interroga sulla futura gestione del «Village Voice», il foglio inquieto degli intellettuali radical ma, caso strano, Murdoch lo lascia abbastanza libero di mantenere la sua politica culturale e accetta persino di essere preso di mira di tanto in tanto.


Concluse queste operazioni fa una lunga, inspiegabile pausa e per cinque anni non investe nemmeno un dollaro. Sono gli anni di Jimmy Carter e degli accordi di Camp David. Probabilmente consolida, annusa l'aria, stabilisce relazioni, aspetta l'occasione buona e intanto si dà da fare tra Londra e Sydney, come abbiamo visto.

Si risveglia nel teatro Usa nel 1982 quando il suo amico Reagan e' alla Casa Bianca gia' da un paio d'anni, e acquisisce l'«Herald American», che ribattezza «Boston Herald». Un anno dopo acquista il «Chicago Sun-Times» per 100 milioni di dollari. La linea editoriale adottata da Murdoch per i suoi giornali americani è, tranne qualche eccezione, quella che già conosciamo: sensazionalismo, titoli brevi, sport, bingo, la fanno da padroni. I risultati però sono scarsi. Il «Post» non riesce proprio a decollare, ma Murdoch non se ne libera perché vuole mantenere una presenza a New York. Le relazioni con Wall Street e lo scalpitante mercato nascente Nasdaq gli premono troppo.

Decide di vendere il giornale di Boston alla catena Hearst. Una delle ragioni di questa mossa  va ricercata nella spietata concorrenza sul mercato degli introiti pubblicitari, dove i giornali dei grandi gruppi editoriali Usa riescono il più delle volte a sopravvivere solo grazie alle sinergie con i loro media integrati.


Soltanto nel 1983 Murdoch riesce a spegnere la luce rossa del passivo negli Stati Uniti. In quell'anno i profitti del tycoon australiano raggiungono ufficialmente la modesta cifra di 13 milioni di dollari, ma ciò non gli impedisce di riprendere lo shopping e aggiungere alle sue proprieta' il «Chicago Sun Times». Nel frattempo si è inimicato le redazioni di tutti i giornali d'America con azzardate dichiarazioni sulle capacità professionali dei giornalisti yankees: «Negli Usa non il medium ma il tedium è il messaggio», afferma parafrasando McLuhan. Dalle sue redazioni si dimettono sbattendo la porta le firme più prestigiose e i premi Pulitzer, insofferenti ai dettami del padrone.

Anche i colleghi editori ce l'hanno con Murdoch, da quando, nel 1978, durante uno sciopero per l'aumento dell'occupazione, si defilò dall'associazione imprenditoriale di categoria per concludere contratti separati coi sindacati e tornare a stampare prima degli altri.


Gliela fecero pagare nel 1981 quando Murdoch tentò di comprare il «Daily News»: la Tribune Company proprietaria della testata si rifiutò di trattare con lui e fece titolare dal suo giornale, tanto bramato da Rupert: LASCIA PERDERE, MURDOCH.L'AMERICA È UN PASSO TROPPO LUNGO?, titola l'«Economist» nel maggio del 1984, disegnando un canguro Murdoch col marsupio appesantito da troppi giornali e incapace di saltare. In quel momento è reduce da una vistosa perdita dovuta a una operazione nella televisione via satellite - poi recuperata abilmente nel mercato finanziario - ma soprattutto è impegolato in una durissima battaglia: il tentativo di scalata della Warner Communications.

Ormai la sua credibilità è avvolta da una spessa nebbia fatta di voci, informazioni diffuse dai suoi giornali, smentite degli altri editori. Le sue fortune sembrano alternarsi fra contrastanti versioni che parlano tanto di débâcle quanto di irresistibili espansioni. In realtà Murdoch, più o meno consapevolmente, si è sottratto al giudizio della Storia e ha affidato la sua immagine alla Cronaca degli Affari che si realizza da un giorno all'altro. "Chi prende il piatto ha ragione", questa è la sua legge.


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