Sulle tracce di Maria: Saragozza - PARTE 2

di Diego Manetti

 

Sulle tracce di Maria: Saragozza PARTE 2 - IL MIRACOLO


Un giorno di fine luglio 1637, mentre stava riconducendo alla fattoria dello zio il carro trainato da due muli, cadde dal dorso di uno degli animali, forse per un colpo di sonno dovuto alla grande calura estiva e alla fatica del lavoro compiuto fin dalle prime ore del mattino, finendo con la gamba destra sotto una delle ruote del carro. I


l carro, carico di grano, fratturò la gamba sotto il ginocchio, spezzando la tibia nella parte centrale. Ricoverato all'ospedale di Valencia, dopo alcuni giorni di inutili cure, Miguel Juan ottiene di essere trasferito presso l'ospedale "De Nuestra Senora de Gracia" di Saragozza, desiderando di riavvicinarsi alla casa dei genitori.


Il viaggio - immaginatevi le condizioni dell'epoca - è un vero martirio: circa 300 km percorsi in oltre 50 giorni nel pieno della calura estiva, trasportato da carrettieri e mulattieri che prestavano il dovuto soccorso all'infermo. Insomma, quando il giovane giunge a Saragozza siamo già nell'ottobre 1637.

Malgrado la fatica e la febbre altissima, Miguel Juan si trascina al Santuario della Virgen del Pilar per rendere onore a quella Mamma cui è tanto devoto fin da bambino. Lì si confessa e si comunica, quindi viene trasferito nell'ospedale dove i medici, vista la terribile cancrena che si è sviluppata, decidono di amputare la gamba destra appena sotto il ginocchio, nell'estremo tentativo di salvare la vita al giovane.


L'arto amputato viene poi rinchiuso in una cassetta di legna e sepolto in un apposito settore del cimitero dell'ospedale, in ossequio alla pratica allora in voga che voleva che si trattasse con massimo rispetto, in vista della Resurrezione dei corpi, non solo il cadavere dell'uomo, ma ogni parte del suo corpo che avesse dovuto trovare la morte -  per amputazione, appunto - prima del tempo.


Dopo alcuni mesi di ricovero, Miguel Juan si trascina nuovamente al Santuario della Virgen del Pilar, per render grazie alla Madonna che gli ha salvato la vita, dimostrando così una fede e una riconoscenza profonde pur nella grande sventura che lo ha colpito. Giunge infine la primavera del 1638 e il giovane ex-bracciante è dimesso dall'ospedale.


Per sopravvivere, non gli resta che fare il mendicante, poiché la famiglia non è in grado di mantenerlo e così, ottiene il permesso dai Canonici del Santuario di sostare nei pressi della Cappella di Nostra Signora della Speranza per chiedere l'elemosina.


 Tutte le mattine Miguel si reca al Santuario e, dopo aver assistito alla Messa nella Santa Capilla del Pilar, si mette a mendicare. Ogni giorno poi, quando gli inservienti puliscono le ottanta lampade che ardono nella Capilla, il giovane ottiene un poco di olio per ungere la gamba amputata. Questa pratica viene compiuta con una fede ingenua, umile, eppure ricalca precisi insegnamenti della Sacra Scrittura, laddove il Vangelo di Marco ricorda che gli apostoli di Gesù ungevano di olio molti infermi e li guarivano (Mc 6, 12ss) mentre la lettera di Giacomo esorta a ungere con olio, nel nome del Signore, gli ammalati.


Dopo due anni di vita da mendicante presso il Santuario di Saragozza, Miguel decide di fare ritorno presso la casa paterna, nel villaggio di Calanda, per riabbracciare i genitori che non vede da circa tre anni.


Tornato a casa, a Calanda, si giunge al 29 marzo 1640, giovedì della settimana di "Passione", precedente cioè la domenica delle Palme che apre la Settimana Santa. E' un anno molto importante per la ricorrenza del 1600° anno dell'apparizione della Virgen del Pilar: può quindi essere una occasione che la Vergine stessa ha scelto per celebrare la sua "venuta" in terra di Spagna omaggiando l'Aragona - e il mondo tutto - dello straordinario miracolo che in quell'anno, e in quella notte del 29 marzo, sta per accadere.


Torniamo dunque al 29 marzo 1640. Rientrato a casa dopo una dura giornata di lavoro - se infatti era mancante di una gamba, il giovane Miguel usava le braccia per collaborare alle attività agricole familiari - Miguel Juan decide di andare a coricarsi presto. Non potrà dormire nel suo letto, però, quella notte, poiché la famiglia deve ospitare un soldato della Cavalleria dell'Esercito Reale.


 Ceduto il proprio letto al milite, Miguel si trascina dunque su un misero giaciglio che la madre ha preparato per lui ai piedi del letto dei genitori. La cosa non deve stupire, pensando che la grandezza della casa dovesse essere proporzionata alla misera condizione della famiglia Pellicer e dunque le stanze dovessero senz'altro mancare per un eventuale ospite - se così vogliamo chiamare il soldato che si trovavano a dover, loro malgrado, ospitare.

Dopo una cena leggera, verso le dieci, Miguel va dunque a dormire. Verso le undici la madre si reca con una lampada a olio nella camera matrimoniale. Subito avverte, come testimonierà in seguito, una "fragranza e un odore soavi e mai sentiti prima". Avvicinatasi all'improvvisato giaciglio, per controllare se il figlio abbia preso sonno, la donna resta sorpresa nel vedere che dal fondo della coperta spuntano due piedi.


Pensando che sia il soldato che è andato a dormire nel posto sbagliato, chiama il marito. Questi, appena giunto in camera, solleva la coperta con l'intenzione di svegliare il soldato. Grandissima è la sorpresa di entrambi quando vedono che l'uomo che sta dormendo è proprio loro figlio, Miguel, al quale è ricresciuta la gamba amputata!

Ripresisi dallo stupore, i due genitori scuotono il figlio e, a fatica, lo ridestano come da un sonno profondissimo. Miguel, stupito per l'accaduto, subito domanda al padre perdono per ogni peccato. Questo è un particolare molto importante: la guarigione fisica - impossibile, a viste umane - porta con sé la guarigione dell'anima: il figlio desidera riconciliarsi con il padre, chiedendo perdono per i peccati commessi nei confronti dei suoi famigliari.

Interrogato, Miguel dice di non sapersi spiegare l'accaduto, ma aggiunge che stava sognando di essere nella Santa Cappella di Nostra Signora del Pilar e che si stava ungendo la gamba amputata con l'olio di una lampada della Cappella, come usava fare quando era mendicante presso il santuario. Non esita neppure un attimo dunque ad attribuire alla intercessione della Virgen del Pilar la guarigione miracolosa appena ottenuta. Giova a questo punto ricordare che, in tema di miracoli, occorre sempre distinguere: è la potenza divina che li opera, ma è l'intercessione - di Maria o dei Santi - che li può impetrare e ottenere dalla Misericordia Divina.


Esaminato l'arto alla luce della lampada ad olio, Miguel e i genitori si rendono conto che si tratta della gamba amputata (e sepolta) più di due anni prima, poiché vi si ritrovano la cicatrice della ruota che aveva fratturato la tibia e le tracce di un morso che un cane gli aveva in precedenza dato sul polpaccio. Che si tratti della stessa gamba verrà poi provato quando, dissotterrata e aperta nel giugno dello stesso anno la cassetta di legno in cui era stata riposta la gamba amputata, questa verrà ritrovata vuota. Non vi è dunque stata una "creazione" della gamba quanto piuttosto una riparazione o una restituzione.


Il giorno seguente, 30 marzo 1640, la voce del miracolo si è ormai sparsa rapidamente. Il giovane viene condotto presso la chiesa parrocchiale di Calanda, dove la popolazione è in attesa. Tutti constatarono che Miguel aveva riacquistato la gamba amputata, quasi come se si trattasse di un anticipo - scandaloso e folle, per la ragione umana - di quella resurrezione nella carne che, per fede, sappiamo essere la speranza cristiana.

Il primo aprile, domenica delle Palme, numerosi visitatori e curiosi giungono a Calanda, desiderosi di sincerarsi del fatto. La voce è giunta anche a Mazaleòn, un villaggio a una cinquantina di km a est di Calanda, portata forse dai soldati che si spostavano di villaggio in villaggio. E proprio la voce del presunto miracolo ha fatto sì che il parroco di Mazaleòn, con il vicario e il notaio reale del comune, decidesse di recarsi a Calanda


. Non sappiamo se i tre vi giunsero già nella sera del 1 aprile, fatto sta che il documento redatto dal notaio reale appena citato porta la data del 2 aprile. L'originale di tale atto è esposto, dal 1972, nell'ufficio del Sindaco di Saragozza, in quel palazzo municipale che è separato dalla Basilica della Virgen del Pilar solo da una piccola strada chiamata significativamente "calle milagro de Calanda".

Perché si è giunti a redigere un atto notarile relativo a tale miracolo? Forse il parroco di Mazaleòn, don Marco Seguer, era così devoto della Madonna da voler certificare il miracolo ottenuto per sua intercessione? Oppure era invece uno scettico che voleva metter fine a voci e dicerie prima che intervenisse la stessa Inquisizione? Fatto sta che porta con sé il notaio del comune di Mazaleòn, quando sa benissimo che a Calanda se ne trova uno, per evitare di coinvolgere elementi "di parte" o interessati.


La scelta fa apparire la dichiarazione del notaio, dunque, ancor più degna di fede.
Perché è importante questa certificazione notarile? Perché ben risponde a quanto in seguito avrebbe detto Voltaire in merito ai miracoli, dicendo che per loro natura potevano essere degni di venire presi in esame solo quelli dotati di certificazione notarile: il miracolo di Calanda pare dunque ben degno di soddisfare le esigenze dello scettico più radicale...


Oltre all'atto notarile di cui abbiamo appena parlato, occorre ricordare anche il rapporto redatto dal giudice ordinario di Calanda, poiché fu esso che giunse sul tavolo del ministro di Filippo IV, il Conte-Duca di Olivares, a Madrid, il quale decise di informarne il sovrano. Che a sua volta invitò, in tutta risposta, il giovane Miguel a corte.


Mentre la notizia si diffonde in tutta la Spagna, l'Arcivescovo accoglie l'istanza dell'autorità civile e apre il processo canonico sul fatto. Processo che, per trasparenza, sarà aperto al pubblico e con la redazione degli atti in volgare (solo la sentenza finale sarà in latino). Accanto all'Arcivescovo siedono nove teologi e canonisti.


Il fatto che l'Inquisizione non intervenga né  durante, né dopo tale processo è una prova della serietà e accuratezza con cui le indagini sono condotte, ben sapendo che un troppo facile riconoscimento avrebbe causato un riesame del Tribunale dell'Inquisizione, preoccupato di contrastare eresie e presunti miracoli che sconfinassero nel fantasioso. In tutto sono convocati 24 testimoni - tra famigliari, vicini di casa, autorità locali, ecclesiastici - cui viene rivolto un formulario di 33 domande.

Dopo quasi undici mesi di lavoro, giunge la sentenza firmata dall'Arcivescovo, mons. Apaolaza, datata 27 aprile 1641:
"Perciò, considerate tutte queste e altre cose, con il consiglio degli infrascritti illustri Dottori sia di Sacra Teologia, sia di Diritto Pontificio, affermiamo, pronunciamo e dichiariamo che a Miguel Juan Pellicer, nativo di Calanda, di cui si è trattato in questo processo, fu restituita miracolosamente la gamba destra che in precedenza gli era stata amputata; e che non è stato un fatto operato dalla natura, ma opera mirabile e miracolosa; e che si deve giudicare e tenere per miracolo, concorrendo tutte le condizioni richieste dal Diritto perché si possa parlare di un prodigio nel caos qui in esame. Pertanto lo ascriviamo tra i miracoli, e come tale lo approviamo, dichiariamo e autorizziamo, e così diciamo".  


Giunse infine il giorno dell'atteso ricevimento di Miguel da parte del Sovrano della Spagna, Filippo IV. Vestito per l'occasione con abiti nuovi, il giovane si presentò, imbarazzato, dinnanzi al Sovrano. Avuta conferma dalle autorità ecclesiastiche dell'esito positivo del processo canonico, Filippo IV disse: "Non è più il caso di discutere e di cavillare.


E' il momento in cui occorre accogliere e venerare il Mistero, rallegrandoci come cristiani". Detto questo, si inginocchiò dinnanzi al giovane contadino, gli fece scoprire la gamba destra, e baciò con devozione la cicatrice rimasta la dove l'arto era stato amputato.


Dinnanzi alla grandezza di un tale omaggio si comprende la straordinarietà dell'evento occorso a Miguel Juan, un miracolo che non è accaduto per lui - del quale si persero ben presto le tracce, per scoprire poi che morì ancor giovane, il 12 settembre 1647, secondo quanto attestato dall'atto di morte firmato dal parroco del villaggio di Velilla de Ebro, situato tra Calanda e Saragozza - ma è accaduto perché, come ben sottolinea Vittorio Messori nel suo "Il miracolo", io e voi, qui e ora, ci sentiamo spinti a prendere posizione dinnanzi a quella che pare quasi una violenta intrusione dell'eterno nel tempo terreno, dinnanzi a un miracolo che pare costringere a credere, ma che infine ci lascia sempre liberi.


 Liberi di aderire, liberi di rifiutare. Così come, dinnanzi al Miracolo della Resurrezione, e ai molti altri miracoli operati da Gesù, vi furono quanti scelsero di seguire il Figlio di Dio e quanti, pur essendo testimoni dei prodigi da Lui operati, lo rifiutarono.

In quest'ottica si comprende come la grazia concessa al giovane Miguel Juan Pelliccer, di ottenere la gamba amputata per intercessione della Virgen del Pilar, non sia se non la conferma della materna cura con cui Maria cerca di sostenere il cammino degli uomini - di tutti gli uomini: di Giacomo nel 40 d.C., di Miguel e dei compaesani nella Calanda del 1640, di noi oggi - verso la piena adesione a Cristo.


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