'De Monarchia', lo scettro del premier Dante Alighieri

Marcello Veneziani - Lun, 30/12/2013 - 09:59 commenta

 

Settecento anni fa naufragava il sogno del Sommo Poeta di una guida universale Ma la sua opera impose il principio (spesso disatteso) dell'autonomia della politica


«Dante Alighieri, per patria celeste, per abitatione florentino, di stirpe angelico, in professione philosopho poeticho»


. C'è tutto Dante, la sua vita, la sua grandezza, la sua professione umana e divina in queste tre righe di Marsilio Ficino che precedono la sua traduzione del De Monarchia dal latino in «lingua toschana».


Settecento anni fa, tra il 1313 e il 1314, naufragava il sogno di Dante d'una Monarchia Universale a cui aveva dedicato non solo quel testo ma anche le sue speranze imperiali riposte in Arrigo VII, deceduto nel 1313.


Una nuova, importante edizione del De Monarchia vede ora la luce per le edizioni Salerno (pagg. 800, euro 49).


Quel Dante che fu non solo massimo poeta e filosofo, anzi innamorato di Sophia, ma anche pensatore politico e profeta, come lo definì in un mirabile saggio Giovanni Gentile (La profezia di Dante, ora disponibile in Pensare l'Italia, edito due mesi fa da Le Lettere)


In modo più colorito, Papini definisce il suo Dante vivo «un profeta ebreo, un sacerdote etrusco e un imperialista romano».


Profeta per via dei suoi annunzi messianici, etrusco per i suoi viaggi nell'oltretomba, prefigurati nelle pitture sepolcrali etrusche; imperialista romano perché considera Roma la sua vera patria, l'Impero il suo orizzonte, la giustizia e l'unità la sua missione.


 Per Papini Dante lotta contro il presente corrotto e si rifugia nel passato e nel futuro, «come tutti i poeti è un nostalgico e come tutti i profeti un messianico».


 In lui confluiscono sapienza orientale e tradizioni musulmane, logos greco, caritas cristiana e civilitas romana. Il suo pensiero ha un cuore agostiniano-platonico e una testa aristotelico-tomista.


Imporre a tutti Dante fu una necessità per la scuola ma condannò all'inferno la sua grandezza.


 Dante dovrebbe citarci per danni. Vi risparmio il Dante vituperato come «reazionario» dalle avanguardie o il più recente Dante malato di narcolessia e allucinazioni, secondo studi medici...


 L'Italia risorgimentale, desanctisiana e carducciana si nutrì del culto di Dante e sognò il Veltro, Ruggiero Bonghi fondò la Società Dante Alighieri, il fascismo lo celebrò come precursore d'Italia e della risorta romanità, ma nessun grande poeta o scrittore italiano osò mettersi nel suo solco (d'Annunzio stesso, benché Vate, percorse altre vie).


 Si posero invece, sulla scia di Dante, Milton, Blake, i romantici, Eliot e Edgar Lee Masters con Spoon River e sopra tutti Ezra Pound, l'unico poeta dantesco del '900. I suoi Cantos sono forse la sola opera moderna che si accosta a Dante e ne fa temerariamente il verso.


Il De Monarchia fu bruciato dal fallimento del progetto imperiale e poi realmente bruciato in pubblico, per ordine del cardinale Bertrando del Poggetto, dopo che fu sottoposto a dotta inquisizione dal frate Guido Vernani. Dante era già morto ma furono insidiate dalla damnatio memoriae pure le sue ossa.


Nel Convivio Dante, dolendosi dell'esilio, avvertiva i fiorentini che lo avevano cacciato da Firenze, «figlia di Roma», nel cui «dolcissimo seno» è «nato e nudrito fino al colmo della mia vita, e nel quale, con buona pace di quelli, desidero con tutto il cuore di riposare l'animo stanco, e terminare il tempo che mi è dato». Desiderio mai esaudito, le sue spoglie restarono a Ravenna.


De Monarchia è un'opera capitale non solo perché fu l'opera «ghibellina» che sappiamo e che ebbe l'ardire di rivendicare - nonostante la donazione di Costantino, all'epoca di Dante considerata ancora autentica - l'indipendenza della potestas imperiale da quella papale.


 L'autorità del monarca temporale per Dante discende dalla Fonte divina senza intermediari pontificali. «Ah, Costantin, di quanto mal fu matre/ Non la tua conversion, ma quella dote» (Inferno, XIX canto).


 Ma De Monarchia fu soprattutto il ponte fra l'antico e il moderno, la romanità e l'umanesimo, la cristianità e la città terrena e si situa come punto di equilibrio tra la Civitas di Sant'Agostino e il Principe di Machiavelli. Se per Agostino la civitas terrena è civitas diaboli e se per Machiavelli bisogna entrare nell'inferno per reggere le sorti dei popoli, Dante figura l'Impero come paradiso in terra.


L'autonomia della politica nasce con Dante, anche se la sua legittimazione resta celeste. Il diritto umano posto a fondamento dello Stato nasce con Dante, anche se discende dal sacro.


 In Dante è prefigurato lo Stato Universale, quel sogno imperiale che attraversò i secoli e che nel secondo '900 ebbe interpreti come Ernst Jünger, Remi Brague, Alain de Benoist. La sua visione universale fondata sulla romanità passava dall'unificazione dell'Italia.


La scala dantesca verso l'impero è nei tre canti sesti delle tre cantiche: all'Inferno è Ciacco che ricorda la corruzione politica, nel Purgatorio è Sordello che lamenta la servitù d'Italia e nel Paradiso è Giustiniano a celebrare l'impero che governa il mondo. Dante è politico anche nell'ispirazione poetica e la scelta di Virgilio come sua guida nell'oltretomba è motivata non solo dal suo essere altissimo poeta ma dall'aver cantato la missione romana e imperiale, da Enea ad Augusto.


In quel contesto sorge in Dante il mito del Veltro che restò poi per sette secoli la vana speranza d'Italia, l'invocazione del principe salvatore e del condottiero liberatore, del Dux e del Partito-Principe, del Capo che è sempre mancato.


Il Veltro resta avvolto nel mistero, si sa solo che sarà mosso da


 «sapienza ed amore e virtute. E sua nazion sarà tra Feltro e Feltro. Di quell'umile Italia fia salute».


Oracoli oscuri, ma che restarono impressi come l'Archetipo delle utopie venture. Il Veltro, più che uomo della Provvidenza è Katechon, colui che affronta l'Anticristo e ricaccia nell'inferno la Bestia, colei che «fa tremar le vene e i polsi», che «non lascia altrui passar per la sua via» e «dopo il pasto ha più fame che pria».


La profezia di Dante si proietta come un ideale regolativo nei cieli vuoti della nostra Europa. Il sogno del Veltro significa oggi autonomia della politica dalla Tecnica e dalla Finanza, il nuovo clero e il nuovo papato di quest'epoca atea, e ritrova in sé, nel suo carisma, la fonte di legittimazione sovrana, senza passare per la Chiesa del nostro tempo, la Banca, i suoi ordini religiosi, le agenzie di rating, e la sua Trinità, la Troika.


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