GUARESCHI - AUTORITRATTI

da reporteronline.it

 

Troppo brutto come angelo e troppo buono come uomo


Il buon Dio, negli immediati paraggi del 1908, costrul un angelo e prima ancora di collaudarlo scosse il capo.
"Come angelo" disse fra sé "è troppo brutto. Come uomo è troppo buono. Al massimo ne posso cavare un Giovannino."
Cosi gli svitò le ali, gli tolse il cartellino di garanzia per la durata, e lo mandò in dono alla signora che mi rese
figlio.
(Osservazioni di uno qualunque, «Rivalità eroica».)




Mia madre
Quando io nacqui, mia madre era già da nove anni maestra elementare e continuò a fare la maestra fino al 1949. Il parroco del paese dove essa risiedé fino al 1950 le regalò una sveglia a nome della popolazione e mia madre, dopo cinquant'anni di insegnamento in scuole prive di luce elettrica e di acqua potabile ma, in compenso, fornite abbondantemente di scarafaggi, mosche e zanzare, trascorse il suo tempo aspettando che lo Stato prendesse in considerazione la sua domanda per ottenere la pensione. E, mentre si divertiva ascoltando il ticchettio della sveglia regalatale dalla popolazione, arrivò la morte e se la portò via.
(Lo spumarino pallido, «lo sono così».)




Grato al Padreterno perché mi ha fatto così...


Adesso vi racconto tutto di me.
Il primo maggio 1908, a Fontanelle di Roccabianca, ridente villa della Bassa parmense, in una delle casette che si affacciano sulla piazza, nacque una bambina cui poi venne dato il nome di Ermelinda.
Non ero io: io nacqui si in quel paese e il primo maggio 1908, ma in una casa dall'altra parte della piazza.
Tanto è vero che poi mi venne dato il nome di Giovannino.
Ho frequentato con profitto il Liceo Classico dove ho imparato come non deve scrivere un giornalista. Poi ho frequentato l'Università, ma non ho ancora trovato il tempo per laurearmi: l'unico inconveniente è che, adesso, non mi ricordo più se ho frequentato il corso di
Giurisprudenza o quello di Medicina. Il parere dei miei compagni di studi è discorde.
Scrivo e disegno, ma non sono in grado di dirvi se sono da disistimare più come scrittore che come disegnatore. Ciononostante tiro avanti discretamente, aiutato molto dal fatto di possedere due notevoli baffi che mi danno una certa notorietà.
Conduco una vita molto semplice. Non mi piace viaggiare, non pratico nessuno sport, non credo nelle vitamine, in compenso credo in Dio.
Sono un lavoratore tenace e, sotto questo aspetto, sono la consolazione della mia famiglia, e i miei figli mi citano sempre come esempio alla loro madre.
Da parte mia sono profondamente grato ai miei genitori d'avermi messo al mondo. E gratissimo sono al Padreterno perché non m'ha fatto né peggiore né migliore di quello che sono.
lo volevo essere esattamente cosi come sono. Diverso di cosi mi andrei largo o stretto.
(Risvolto di copertina, firmato Giovannino Guareschi, del romanzo Il destino si chiama Clotilde.)



Ho cinquemila anni
lo sono nato nel 1908 ma ho cinquemila anni. Sono pieno di screpolature, di ammaccature, di buchi. Mangio con tre denti, digerisco con un quarto di stomaco, respiro con mezzo polmone, ho la pancia fasciata, sto su a forza di legacce. Ogni tanto mi si rompe qualcosa: un molare, un dito, un'orecchia, un occhio; e vado avanti sempre, come una vecchia Ford. Vado avanti a bicarbonato, a simpamina, ad aspirina e a calci del buon Dio, e cosi tra bene e male si mangia tutti.
(Osservazioni di uno qualunque, «Finalmente so!i».)




Quell'amico insopportabile che sono io
...L'amico è insopportabile e Margherita lo detesta.
Dice che gli spaccherebbe volentieri la testa. Non le do torto: vorrei tanto anch'io togliermelo dai piedi, ma non è facile perché, col passare degli anni, l'uomo comune - e io sono un uomo comune - si affeziona a se stesso e si sopporta anche se è insopportabile.
(Oggi 10,1968.)




La cura del Lager mi regala un volto nuovo
Coppola mi ha fatto un ritratto diligentissimo a matita. Mi vedo finalmente con gli occhi degli altri, e non sono più il Giovannino di un tempo.
Nella mia carta di riconoscimento c'è la fotografia d'un faccione senza ombre, con ogni minima ruga spianata accuratamente dal grasso e dal ritocco. Un faccione deserto, con due stupidi occhi estatici come quelli dei manichini. E i capelli sono ben pettinati, con l"'onda".
Una faccia deserta da "dopo la cura".
Adesso tutto è cambiato. L'imbottitura di grasso è scomparsa, la pelle si è asciugata, e la mandibola -liberata dall'untuoso cuscinetto del doppio mento -mostra il suo profilo che ha una linea abbastanza decisa e piacevole. Gli zigomi sono riaffiorati dall'epa che li affogava, e
movimentano notevolmente le guance. Il  mio volto possiede finalmente delle ombre: gli occhi sono diventati più grandi, si sono disincantati e vivono. I capelli si sono emancipati e si arruffano con discrezione sulla fronte che pare più ampia. Due buoni baffi, decisamente neri, completano la nuova estetica del mio viso e moderano l'ampiezza eccessiva delle narici.
L'imbottitura della collottola è scomparsa, il collo si è nobilitato e anche il cranio è ritornato a galla, e non ho più la testa da tedesco o da cretino-del-villaggio, tutta diritta dalla nuca alle spalle. Anche in tutto il corpo ho ritrovato le ossa snelle della mia giovinezza, e i calzoni che mi si afflosciano dietro come uno zaino vuoto mi ricordano un detestabile passato di spregevoli cotenne untuose.
Fui sempre decisamente antipatico a me stesso, e più d'una volta irrisi alla mia goffaggine anche pubblicamente, sui giornali umoristici.
Adesso comincio a diventarmi decisamente simpatico e, quando mi incontro allo specchio, mi sorrido cordialmente:
«Ciao, vecchio! Chi non muore si rivede!».
(Diario clandestino, «li ritratto», 30 aprile 1944.) lo sono così...




Nonostante tutto...
Dico la verità: io sono un italiano, ma, nonostante tutto, a me gli italiani sono simpatici. Ognuno ha le sue debolezze!
(Diario clandestino, «EccoliLEccoli!», 16 aprile 1945.)




Evasore
lo, per quanto riguarda il cervello, sono un evasore alla legge sugli ammassi. Non rispecchio quindi il pensiero di nessun partito e di nessuna corrente. Sarà magari una sciocchezza, ma è mia e ne rispondo io personalmente.
(Italia provvisoria, «Signore e signori».)




Per me la realtà è quella della fantasia
lo credo più alle cose che immagino che alle cose che vedo.
(Italia provvisoria, «ll disperso».)




Da quel giorno...
Per me tutto funzionò bene fino al Io maggio del 1908. In quel giorno infatti io nacqui e, da allora, non me ne andò più bene una.
(Italia provvisoria, «Signore e signori».)



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