IL GOVERNO DEI MORTI VIVENTI

21/12/2013 Dagoreport e Zingales per l'espresso

 

ZINGALES AL VETRIOLO SU SACCODANNI: - L'ENNESIMA PERSONA DI TALENTO TRASFORMATASI IN FALLIMENTO POLITICO (DOPO IL BANANA, PASSERA E MONTI) -



1. DAGOREPORT
Quello del Chierichetto di Palazzo Chigi è orma un governo dei morti viventi. Almeno per la stampa che conta. Sui giornaloni la ministrona anche quando fa notizia, come la fuga e l'arresto di Bartolomeo Gagliano, il serial killer di Savona, non fa notizia. L'altro giorno il Sole24ore ha bastonato il governo per la legge di stabilità. Oggi Luigi Zingales sull'Espresso firma il de profundis per Fabrizio Saccodanni. Il commento più benevolo del Chicago boy verso l'inquilino di via XX Settembre (per colpa altrui) è che un ministro "a corrente alternata". Una domanda : chi paga la bolletta ?


2. IL FLOP DI SACCODANNI
Luigi Zingales per "l'Espresso"


Tutti (me compreso) criticano i politici. Ma quello del politico è uno dei più mestieri più difficili al mondo, soprattutto quando un politico è chiamato a governare un paese come l'Italia. La lista di persone di talento, che non si son dimostrate all'altezza del compito, si allunga a ogni governo. Dopo Berlusconi, Monti e Passera, è ora la volta dell'attuale ministro del Tesoro, Fabrizio Saccomanni. Stimato banchiere centrale, si sta rivelando un ministro a corrente alternata.


Il dicastero di Saccomanni era cominciato nel modo migliore. Aveva avuto il coraggio di attaccare la burocrazia ministeriale e di sostituire il capo di gabinetto, il potentissimo Fortunato. Un colpo di mano che non era riuscito neppure a Mario Monti. Era anche riuscito in un altro importante traguardo mancato dal suo predecessore: sbloccare (almeno in parte) i pagamenti dei debiti dello stato verso le imprese. Se il governo di Enrico Letta fosse caduto dopo due mesi, Saccomanni sarebbe stato promosso con il massimo dei voti.


Ma passato questo fortunato periodo iniziale, le energie del ministro sono state assorbite dal difficile compito di trovare il gettito alternativo per abolire l'Imu. Alla fine è riuscito nell'intento, ma il risultato non gli rende merito. È piuttosto imbarazzante che un economista, per giunta di sinistra, si presti a una delle manovre più regressive e anti crescita che si possa immaginare: il trasferimento del carico impositivo dalla ricchezza immobiliare alle imprese. Per giunta molte delle imposte sostitutive sono state introdotte all'ultimo momento, senza una precisa logica, aumentando l'incertezza e scoraggiando ulteriormente chi vuole investire in Italia.


La colpa, si dirà, non è sua, ma di Berlusconi, che aveva fatto dell'abolizione dell'Imu una conditio sine qua non per il governo delle larghe intese. Se questa giustificazione può valere per un professionista della politica, cui risulta difficile tirarsi indietro, non può valere per un tecnico, che al governo non deve andare se non può tener fede ai propri principi. Se l'abolizione dell'Imu era una condizione del patto di governo, Saccomani doveva rifiutare il posto di ministro. Se invece è stata una decisione concordata dal governo, doveva dimettersi. In ogni caso, ne è correo.


Pur di aiutare le banche e far quadrare i conti e il governo a trovare nuove entrate, Saccomanni si è anche reso responsabile di funambolici sofismi sul valore delle quote di Bankitalia detenute dalle principali banche. Se la proprietà di queste quote era troppo concentrata, perché non forzare la vendita, lasciando al mercato di determinarne il prezzo? Se invece queste quote non hanno un vero prezzo di mercato, perché fissarlo per legge?


Saccomanni merita invece credito per aver riaperto la discussione sulle privatizzazioni. Da Eni, a Enel, a Poste, ha sfidato i tabù della sinistra. Anche se si tratta di privatizzazioni parziali (il controllo rimane nelle mani dello Stato), è pur sempre meglio di niente. Non si capisce però se si tratti solo di un annuncio a effetto o di una vera svolta ideologica. Il principale argomento contro questa ultima ipotesi è la posizione del ministro sulla questione Alitalia. Invece di intervenire sull'amministratore delegato delle Poste, possedute al cento per cento dal Tesoro, per evitare che sperperasse soldi in un salvataggio in extremis di Alitalia, il ministro ha benedetto la sventurata operazione.


Ma il vero test delle sue intenzioni verrà a primavera (sempre che il governo duri). Saccomanni sarà in grado di imporre un rinnovamento radicale dei vertici delle imprese a partecipazione statale o si accontenterà di perpetuare lo status quo? Più ancora degli errori commessi, a Saccomanni sono da rimproverare le occasioni mancate.


Nessun taglio significativo delle spese. Nessuna riforma delle fondazioni bancarie, anzi una colpevole accondiscendenza verso i ritardi imposti dalla Fondazione Monte Paschi alla ricapitalizzazione dell'omonima banca. Nessun progetto per favorire il ricambio di una classe manageriale inefficiente e corrotta. Di questo passo vincono i forconi.



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