STORIA - NAPOLEONE

Vittorio Messori il timone

 

Per passare ad altro, a un "altro" cui sono stati dedicati migliaia e migliaia di libri e altrettanti ne saranno dedicati, per non parlare della folla di siti dedicatigli ora sul web: ma sì, passiamo nientemeno che a Napolione Buonaparte, il vero nome con cui fu battezzato ad Ajaccio il giorno della nascita, il 15 agosto, festa dell'Assunta, del 1769.


Oggi ho voglia di parlarne un poco.


Ho letto molto su di lui e molto continuo a leggere, attirato da un enigma non solo storico ma anche religioso, come ben intuì Manzoni, dedicandogli l'ode famosa, scritta sotto l'emozione della morte a Sant'Elena.


 Si chiede il poeta: «Fu vera gloria? Ai posteri l'ardua sentenza».


In questo sbagliava: sono passati due secoli da quel 5 maggio ma "i posteri" quella sentenza ardua non hanno saputo darla. È possibile scrivere (come più volte è stato fatto) un'opera encomiastica sulla sua epopea, basata sulle fonti storiche. Ma, sempre rifacendosi a quelle fonti, è possibile scriverne un'altra, del tutto demolitoria.


È proprio riflettendo su uomini come lui che si possono comprendere le ragioni dell'esortazione di Gesù a non giudicare e lasciare a Lui soltanto il bilancio di una vita umana. Un mostro degno dell'inferno come già diceva la sua contemporanea Madame de Stael e come giudicavano gli inglesi, che non ebbero tregua sino a quando non l'ebbero relegato in mezzo all'oceano?


 O, invece, un eroe provvidenziale, un'apparizione spirituale, un prediletto da Dio, come sostenne in un pamphlet famoso il cattolico visionario Léon Bloy?


La verità, come sempre, starebbe nel mezzo? Difficile trovare un equilibrio qui, dove da una parte pesano quasi due milioni di morti (tanti ne morirono in tutta Europa non solo in battaglie da lui volute e dirette ma per malattie, epidemie, carestie causate da 20 anni di guerra) e dall'altra stanno le indubbie, grandi realizzazioni che gli sono sopravvissute, a cominciare dai Codici sui quali si basa ancora la legislazione di tanti Paesi, il nostro compreso. Qui pure Manzoni ha parole adeguate: «Noi chiniam la fronte al Massimo Fattor che volle in lui del creator Suo spirito più vasta orma stampar». Non possiamo liberarci di lui come fosse solo un macellaio dei suoi simili.


Ecco un primo enigma, un aspetto di lui al di fuori delle possibilità umane: la sua imperturbabilità davanti all'immenso dolore causato dalle sue decisioni e conseguenti azioni. Lo spettacolo di un campo di battaglia seminato da migliaia di morti, di morenti, di feriti invocanti invano un soccorso era a tal punto terribile che il suo nipote, Luigi, assurto al trono con il nome di Napoleone III, rinunciò a continuare la guerra contro l'Austria, nel 1859, dopo aver visto le conseguenze terribili di una sola battaglia, quella di Solferino.


Lo zio, al contrario, dopo ogni massacro era pronto a ricominciare, nessun disastro lo deprimeva: in Russia entrò con 600.000 uomini, pochi mesi dopo tornò con soli 60.000, ridotti a larve.


Gli altri erano morti nei modi più atroci o erano stati abbandonati, feriti o esausti per la marcia e il freddo, alla vendetta dei contadini che provvedevano a finirli a colpi di zappa. Eppure, quando i pochi superstiti della defunta Grande Armée non erano ancora ritornati nella Polonia da cui erano partiti, messosi su una slitta da neve partì per Parigi e, senza recriminare, senza un moto non si dice di pentimento ma almeno di riflessione, mise alla meglio un esercito con i fratelli minori dei caduti, ragazzi di 16 anni, e ricominciò molte battaglie per cercare di contenere i nemici imbaldanziti dal suo disastro.


Non si ha notizia, lo ripeto, di un sospetto di pietà nemmeno a Sant'Elena dove ebbe agio di ripensare a tutta la sua vita. Anzi, volle congedarsi definitivamente fuggendo dall'Elba e concedendosi altri 50.000 morti con l'inutile battaglia di Waterloo: anche se quel giorno avesse vinto, la sua sorte era segnata perché l'Europa intera, riunita a Vienna, aveva deciso di sbarazzarsene per sempre e aveva i mezzi per farlo.


Nelle centinaia di pagine del Memoriale di Sant'Elena si ha un solo cenno di emozione: ma per un cane, non per un uomo, un povero animale che ululava disperato accanto al suo padrone nella notte seguente allo scontro di Eylau, uno dei più sanguinosi. E si conosce il suo commento a chi gli mostrava la distesa di caduti e di moribondi abbandonati su un altro dei suoi innumerevoli campi di battaglia: «Basterà una notte d'amore in Francia per riparare a queste perdite».


Ecco, è questa imperturbabilità, questa estraneità alla pietà per gli altri e alla assenza di sconforto per se stesso anche nelle ore più difficili, che mi paiono tra gli aspetti maggiori del mistero che rappresenta. Ma un altro enigma è la docilità - che spesso diventava addirittura entusiasmo - con cui le masse si lasciavano portare alla sofferenza e alla morte.


Poiché tutto si basava su di lui, sarebbe bastato un buon colpo di fucile alla testa o al cuore per invertire la marcia delle immense colonne che guidava verso il massacro e per ritornare a casa. Invece, mai ci fu neanche un inizio di rivolta tra le sue truppe, sempre poté dormire sicuro sotto la sua tenda, sempre fu obbedito anche quando comandava assalti e manovre che esigevano fiumi di sangue.


 Ci furono molte battaglie che durarono due giorni, con una pausa notturna: i superstiti della prima giornata cercavano di riposare un poco per poi tornare obbedienti a quegli attacchi che avevano falciato i loro amici e compagni, invece di ribellarsi alla volontà del Comandante in capo e di morire per motivazioni che neanche conoscevano. I veterani, che avevano visto le cose più orribili sui campi di battaglia, esortavano le reclute alla fedeltà e alla temerarietà, a gettare la vita stessa per obbedire a un uomo che non cercava che il potere per sé e per la sua famiglia avida di troni e di onori, oltre che di ricchezze.


 I Borboni, ritornati a Parigi grazie alle baionette dell'alleanza antinapoleonica dell'intero continente, avevano se non altro portato la pace, dopo una serie ininterrotta di guerre che avevano dissanguato la Francia, e non solo essa. Eppure, quando dopo pochi mesi colui che si era autonominato Imperatore fuggì dall'Elba, giunse a Parigi senza sparare un colpo, portato letteralmente in trionfo dalle folle che si unirono entusiaste a lui, dai contadini, agli operai, ai borghesi. La maggioranza di coloro che lo rivolevano al potere avevano avuto un figlio, un padre, un nipote, un parente, un amico scomparsi nel vortice delle sue guerre. Molti avevano conosciuto anche la rovina delle loro fortune. Eppure...


C'è da riflettere sulle profondità talvolta paradossali dell'anima umana. Anche per questo, nonostante tante letture su quegli anni unici nella storia del mondo, continuo a ricercare - pur senza speranza - una risposta a tanti enigmi.



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