CONFRONTO SU GUANTANAMO - CARLO ROSSELA - MASSIMO FINI

15/5/2012 MASSIMO FINI E CARLO ROSSELLA PER PANORAMA

L'uomo considerato il cervello degli attacchi dell'11 settembre 2001 al World trade center e al Pentagono, Khalid Sheikh Mohammed, catturato in Pakistan nel 2003 e accusato con altri quattro presunti terroristi dell'uccisione di 2.976 persone, si è rifiutato di parlare all'udienza dedicata alla lettura dell'atto di accusa che lo riguarda, il 5 maggio scorso, davanti a un giudice militare nella base navale di Guantánamo Bay, a Cuba (carcere nel quale si trova dal 2006).  "Khalid Shayhh Mohammed è profondamente preoccupato per l'equità del processo" ha commentato il suo legale accennando ai metodi con cui gli sarebbero state estorte le confessioni: 183 sessioni di "waterboarding" (terrificante simulazione di annegamento con la conseguente impressione di una morte imminente), ciascuna delle quali durata almeno 20 minuti. Le testimonianze così raccolte non potranno essere usate nel processo (lo stabilisce una legge voluta dal presidente Barack Obama), ma secondo la Cia possono rivelarsi utili per la lotta al terrorismo. Resta insoluto però l'interrogativo etico: la sicurezza del civilissimo Occidente può permettersi di pagare il prezzo della tortura?


DOMANDATELO ALLE FAMIGLIE DELLE VITTIME
di Carlo Rossella

Prima di esprimersi sul waterboarding, sistema di tortura usato dalla Cia per far parlare i terroristi di Al Qaeda, coinvolti negli attentati in America dell'11 settembre 2001, bisogna ricordare i fatti. Fu un atto di guerra, un attacco contro gli Stati Uniti condotto in territorio americano, il secondo dopo quello dei giapponesi a Pearl Harbor il 7 dicembre 1941. Allora ci furono 2.403 vittime; 60 anni dopo ben 3 mila. Lo stesso giorno del massacro, con un paese prostrato, umiliato, in lacrime, il presidente George W. Bush decretò la guerra al terrorismo "in ogni luogo, con ogni mezzo", per catturare o eliminare Osama Bin Laden, i suoi accoliti e i suoi alleati talebani. Cominciarono gli attacchi contro l'Afghanistan e la caccia a Osama. Il mondo, ricordiamolo, applaudì alla guerra contro il terrore. Paesi alleati dell'America (Italia compresa) vi presero parte. Nessuno, mesi dopo, si meravigliò dei provvedimenti duri presi dall'amministrazione americana come il Patriot act. Le forze speciali della Cia e della Difesa erano entrate in scena per catturare i terroristi, interrogarli, farli parlare per salvare altre vite. Il pesce più grosso caduto nella rete fu Khalid Shaykh Mohammed, il principale collaboratore di Bin Laden: era stato l'organizzatore degli attacchi a New York e Washington.

Il suo arresto in Pakistan fu comunicato all'America da Bush. Disse: "Gli interrogatori di Shaykh Mohammed e di altri terroristi ci hanno fornito informazioni che ci hanno aiutati a proteggere il popolo americano". Con "Ksm", così si definisce il terrorista nei dossier della Cia, era stato usato il metodo di interrogatorio duro detto waterboarding, la tortura dell'acqua, un sistema di annegamento controllato. Tale pratica, ammessa da Bush alla tv Abc nell'aprile del 2008, spinge alla confessione. Ksm raccontò di tutto su Bin Laden, su di sé, sugli altri. Notizie molto utili alla guerra contro il terrore. Ksm, mai pentito, è apparso al processo, con altri complici a Guantánamo, sabato 5 maggio. Si è rifiutato di parlare. I legali dei terroristi hanno accennato al waterboarding (ben 183 sedute da almeno 20 minuti per il solo Ksm). Le testimonianze estorte con la tortura non potranno, però, essere usate al processo: lo stabilisce una legge molto politically correct voluta dal presidente Barack Obama.

E allora tante torture inutili? Bisognerebbe chiederlo ai parenti delle vittime dell'11 settembre prima di scandalizzarsi e condannare quel che ha fatto l'America per difendersi e difenderci.


È IL TRIONFO DELL'IPOCRISIA E LA NEGAZIONE DELLA GIUSTIZIA
di Massimo Fini

Il processo ai cinque presunti terroristi accusati di essere gli organizzatori degli attentati alle Torri gemelle, pomposamente ribattezzato «il processo del secolo», apertosi la scorsa settimana in un'aula di Camp Justice (mai nome fu così involontariamente ironico), è cominciato in linea con quanto è avvenuto in questi 10 anni nella prigione di Guantánamo. Uno dei cinque, Walid bin Attash, è stato portato in aula a forza incatenato a una sedia perché non voleva essere presente al processo, com'è elementare diritto di ogni imputato. E tutta la detenzione a Guantánamo, non solo di questi cinque ma di altre migliaia di prigionieri molti dei quali si è stati costretti, alla fine, a liberare, ma dopo anni, perché non gli si poteva riconoscere altra colpa che quella di essere talebani, è una storia di strame di diritti.

Guantánamo è un'enclave Usa nell'isola di Cuba e quindi non è propriamente territorio americano. E perciò, secondo la radicata ipocrisia yankee, a Guantánamo si può fare ciò che, poniamo a New York, susciterebbe orrore, vero o finto che sia: torturare i prigionieri detenuti. Che sono stati (e sono) rinchiusi in gabbie di ferro all'aperto, illuminate giorno e notte, deprivati del sonno, sottoposti al waterboarding (si sommerge il viso del malcapitato fino a provocare un'angosciosa sensazione di soffocamento), colpiti con scariche elettriche sulle piante dei piedi nudi e poi costretti a camminare su un terreno ghiaioso, esposti a temperature insostenibili e altri sofisticati supplizi in cui la "cultura superiore" si è rivelata maestra in questi ultimi anni.

Per rendere più ridicoli i prigionieri li si trasporta, tutti sgambettanti, in carriole o si piscia loro addosso oppure, quando si vuole essere gentili, sul Corano (anche i talebani hanno, e hanno avuto, dei prigionieri, americani e non, durante i 10 anni di guerra all'Afghanistan ma li hanno sempre trattati con rispetto).

Se i cinque accusati degli attentati dell'11 settembre sono considerati dei semplici, anche se efferati, terroristi, avrebbero dovuto essere giudicati da un tribunale civile, come da noi i brigatisti. Se invece sono dei guerriglieri, è giusto che siano giudicati da un tribunale militare come avviene a Camp Justice, ma allora avrebbe dovuto essere riservato loro il trattamento dei prigionieri di guerra. E invece sono degli ibridi, né guerriglieri, né detenuti politici e nemmeno comuni, ma solo dei soggetti senza diritti dei quali si può fare, con buona coscienza e davanti agli occhi (chiusi) del mondo intero, carne di porco.


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