DALL'ARCHIVIO - Mentre noi ci rivoltoliamo

ANNO 2006 Di Maurizio Blondet

Non m'intendo di calcio.
Ma ho dovuto assistere un paio di volte a certe partite di scolaretti, in campi domenicali (i ragazzini, mascherati con l'intero corredo nuovo fiammante di veri calciatori, parevano nani), ed ho visto e sentito padri fare il «tifo» all'italiana.
Con gli occhi fuori dalle orbite, ne ho sentito qualcuno urlare al figlio dodicenne: «spaccagli le gambe!», indicando un avversario.
Ogni fallo (si chiamano così?) veniva difeso o contestato da padri di campi avversi, paonazzi, le vene del collo gonfiate, pronti a venire alle mani.
Insomma, persino in quelle partite da ragazzi, non contava partecipare e, semplicemente, divertirsi facendo un po' di moto.
Contava «vincere», con tutti i mezzi, nessuno escluso, anche spaccando le gambe e peggio.
Non ho dubbi che se fosse stato il caso, anche quei papà avrebbero  chiuso l'arbitro in un bugigattolo per costringerlo a far vincere i loro dodicenni, avrebbero pagato per «aggiustare» anche quella partita.
Perciò non dubito che tutti i tifosi della Juventus sapessero perfettamente cosa faceva Moggi: e ne fossero felici.


Finchè non è stato scoperto: perché allora, ecco l'indignazione virtuosa, il proclamato «schifo» per la «corruzione», la partecipazione corale alla recita del disgusto civile, proprio da parte di quelli - i tifosi - che hanno fatto del calcio la più evidente, plateale, compiaciuta manifestazione di inciviltà italiana.
Se il nostro calcio è così, corrotto, miliardario e mediocre, è perché è italiano.
Fino al midollo.
Ho sentito persino qualcuno dire: «con tutti i sacrifici che faccio per sostenere la quadra...».
Voleva essere compianto per le spese sostenute per l'abbonamento, l'acquisto di azioni (nella nostra Borsa non è quotata una sola impresa di alta tecnologia ma sono quotate le palle e le brachette), le trasferte, la bolletta di Sky-tv: ciò chiamava, l'energumeno, «i suoi sacrifici».
Come se fossero i sacrifici per fare studiare i figli, come se si togliesse il pane di bocca per un ideale supremo.
Da noi si fanno «sacrifici» per il calcio.
Mi domando solo, perché non essere tifosi di catch, quella lotta dove i forzuti si mascherano da Batman e da Superman?
Anche lì si sa che è tutto finto, ma i bambini si divertono.


Così, tanto per fare un confronto, informo che mentre noi ci rivoltoliamo nel nostro brago pallonaro, negli Stati Uniti i giornali parlano, ed onorano, la signorina Xuan-Trang Ho.
E si domandano: come mai è così brava?
Perché miss Xuan-Trang Ho, a 23 anni, sta per laurearsi con voti «stellari» alla Nebraska Wesleyan University, ed è una «Rhodes scholar», ossia ha conseguito la borsa di studio più prestigiosa del Paese.
La cosa che stupisce i giornali americani è che la signorina è arrivata in USA solo nel 1994, dal Vietnam.
Aveva 11 anni e non capiva una parola d'inglese.
Ma al liceo lo parlava così bene da essere selezionata come «valedictorian», cioè quella particolare prima della classe che viene scelta, per la sua capacità linguistica, a pronunciare l'orazione di inizio d'anno, un compito che richiede eleganza, buone letture, ed umorismo (in USA la retorica, intesa come l'arte parlare in pubblico, è materia d'insegnamento).
Forse miss Ho viene da una famiglia privilegiata almeno culturalmente?
Accade spesso che i figli degli emigranti indiani abbiano voti splendidi perché di famiglia brahmanica, dove ai bambini si insegna il sanscrito - e quindi l'analisi logica, la precisione terminologica, la declinazione in casi e gli aoristi di una lingua classica  - fin dai sette anni d'età.
Ma non è questo il caso di miss Ho.
I suoi genitori sono immigrati dal Vietnam con un titolo di scuola media, e in Nebraska fanno i lavoratori manuali.
Per di più, oltre alla loro studentessa-prodigio, hanno altri sette figli.


Notizia insignificante, diranno i tifosi, e faranno zapping per vedere se c'è una partita.
Ma il motivo per cui i giornali americani si interessano a una studentessa molto brava è molto concreto.
Ora che la Cina e l'India emergono nel mondo con il loro milione di ingegneri l'anno (contro i 170 mila di USA ed Europa insieme), gli americani si domandano con ansia: come mai gli asiatici studiano di più e riescono meglio?
Quale segreto dobbiamo imparare da loro, per non restare indietro?
Perché anche negli Stati Uniti, gli studenti eccellenti, anzi «stellari»,  hanno sempre di più una faccia asiatica.
In  USA c'è una difficile prova di matematica e capacità verbale, che si chiama Scholastic Assessment Test (SAT).
In questa prova, gli asiatici hanno un punteggio medio di 1091, contro i 1068 dei bianchi, 982 dei pellerossa, 922 degli ispanici e 864 dei neri.
Come mai?


L'eccellenza negli studi degli asiatici non è dovuta alla psicologia degli immigrati che stringono i denti per avanzare, perché gli studenti d'origine giapponese, che sono americani di quarta e quinta generazione, sono nel plotone di testa degli eccellenti.
E nemmeno è l'ambiente familiare colto, perché anche i figli e i nipoti di contadini cinesi si laureano summa cum laude.
E non si può dire che gli asiatici siano più intelligenti degli altri, perché la riuscita accademica dipende dal contesto.
In America, gli studenti di discendenza coreana sono bravissimi come gli altri asiatico-americani.
In Giappone, dove l'immigrazione coreana è una minoranza etnica disprezzata e quasi una sotto-casta, i coreani vanno male a scuola, spesso abbandonano gli studi, e con deplorevole frequenza finiscono a fare la manovalanza della yakuza.
E' la conferma di un'esperienza che ogni pedagogo dovrebbe conoscere: tratta uno studente da stupido (anche con le migliori intenzioni, di risparmiargli il rigore degli studi), e ne farai un ripetente; disprezza una comunità, e la renderai pericolosa.


Però torniamo al punto.
Dov'è allora il segreto dell'eccellenza degli asiatici?
Interrogata in proposito, la signorina Xuan-Trang Ho ha risposto: «non so se posso parlare per tutti. Ma per me e molti miei amici, è per i sacrifici che fanno i nostri genitori. Io, i miei, li vedo alzarsi ogni mattina alle 5 per andare in fabbrica a guadagnare 6,30 dollari l'ora».
Qui si comincia forse a capire.
Non abbiamo a che fare coi «sacrifici» dei tifosi italioti.
Qui agisce la pietas filiale, il bisogno di risarcire i genitori che faticano per farti studiare.
Ma il punto è che questo sentimento non è solo delle signorine eccellenti; appare diffuso negli asiatici.
Agisce qui, sospettano gli americani, il costume confuciano, vecchio di 2.500 anni, che ha come pilastro il rispetto per i genitori e gli anziani.
Difatti, l'eccellenza scolastica è confinata ai ragazzi che discendono da aree «confuciane», cinesi, giapponesi, vietnamiti, coreani; i filippini, che sono anch'essi bravi a scuola, non sono però dei prodigi.
Le famiglie asiatico-americane tendono a rimanere intatte - i genitori non divorziano, fanno «il sacrificio» di restare uniti - e concentrate sulla riuscita dei figli, per la quale non risparmiano altri «sacrifici».
Papà e mamma della signorina vietnamita hanno dovuto sacrificarsi per pagare, coi loro 6,30 dollari l'ora, le rette salate delle scuole americane.
Ma al fondo di tutto, c'è la reverenza confuciana per lo studio.


In parecchi villaggi cinesi di campagna, sorge un monumento ad una gloria locale magari di cinque secoli fa: per lo più è uno studente con l'abito del mandarino, onorato perché superò il difficilissimo esame jinshi, che ammetteva alla casta dei «letterati».
L'esame, che ammetteva alle carriere di funzionario imperiale, era proibitivo ma non legato alla classe sociale: il primo esempio di mobilità, databile dal primo secolo avanti Cristo.
Un figlio di contadini, se studiava forte, poteva diventare letterato.
Quegli studi comprendevano musica e calligrafia, i classici confuciani, i rituali e le cerimonie pubbliche e private.
Finirono per formare una classe tanto orgogliosa del suo sapere da non ammettere, di fronte ai barbari «nasi lunghi», coi loro cannoni e commerci, che la loro cultura era invecchiata.
Troppo a lungo abbiamo pensato ai mandarini come ai detentori di un sapere tanto inutile, da essere dannoso e regressivo.
Ma ora, quell'antica attitudine allo studio - e la venerazione che i villaggi di contadini ignoranti avevano per lo studente, il colto, lo studioso classico - è diventata uno dei motori segreti della tumultuosa avanzata cinese nel mondo.


Così come il sanscrito, che mette gli indiani all'avanguardia negli studi di matematica e degli algoritmi. 
Cose vecchie che noi abbiamo abbandonato per essere «moderni», sembrano le più utili per affrontare la super-modernità.
Vecchi valori cristiani, il rispetto dei genitori, che facevano sacrifici veri.
Gli americani, almeno, si chiedono: non possiamo diventare confuciani, ma possiamo imparare qualcosa dai cinesi?
Per esempio, dice Nicholas Kristof, che è un necon per altri versi poco raccomandabile, dovremo ridare agli insegnanti il prestigio sociale che hanno perduto, più alti stipendi, e un sistema di «onore pubblico» per gli studenti eccezionalmente bravi.
Renderli esemplari al pubblico, da imitare.
Certo non è un nostro problema, abbiamo Moggi.
Ma forse, presentare come modelli alla gioventù esclusivamente transessuali-spettacolo, veline, puttanone da calendario Pirelli, nonché calciatori e patron di calcio, non è un bel segno di progresso.
Gli americani temono di restare indietro, e perciò vogliono imparare  qualcosa da chi sembra migliore di loro; è per questo che, dopotutto, spero nell'America.
E dispero dell'Italia.


La signorina Ho dovrebbe metterci in allarme sulla via discendente che abbiamo intrapreso: non c'è una razza bianca naturalmente superiore, ci fu una superiorità dei bianchi che nacque da uno slancio collettivo, da una sete di sapere, di scoperte, di organizzazione, di intrapresa.
A forza di rivoltolarci, stiamo diventando la razza inferiore del mondo.
Né osiamo consolarci che in USAi negri, dopotutto, restano gli ultimi a scuola, dunque sono la razza-tallone dell'inferiorità.
Sono così perché hanno rigettato la cultura, come «bianca».
Perché se una ragazza negra va bene a scuola, i compagni maschi la deridono («vuol fare la bianca»), la emarginano, la espellono dal gruppo.
E' la loro cultura machista che li rende negri:  il rap, l'arroganza, la strafottenza, la scelta deliberata della «facilità».
Noi stiamo diventando come loro.

Maurizio Blondet



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