Il medico che cerca donatori. Non di organi, ma di musica

Stefano Lorenzetto - Dom, 17/11/2013 - Il Giornale

 

Da Andrea Bocelli a Paola Turci, da Giovanni Allevi a Stefano Bollani, li fa esibire negli ospedali. "E alla fine dicono: “Non abbiamo mai suonato così!”"


Il primo impatto fu con la proprietaria di un negozio di strumenti musicali nei paraggi dell'ospedale civile di Massa, famosa per la sua avarizia. Il dottor Maurizio Cantore le disse che aveva assoluto bisogno di un pianoforte. «Quale budget ha a disposizione?», chiese la signora. Il medico rispose: «Un sorriso e un abbraccio». Figurarsi la faccia della commerciante. Eppure, trascorso qualche giorno, il pianoforte arrivò in corsia. Regalato.


Di norma gli ospedali hanno bisogno di donatori di sangue, donatori di organi, donatori di tessuti, donatori di midollo osseo. Non s'era mai sentito dei donatori di pianoforti. È che Cantore, responsabile del Dipartimento oncologico dell'Asl di Massa Carrara, ha inventato i Donatori di musica, una rete di artisti, medici, infermieri e volontari che allestiscono concerti nei reparti ospedalieri, soprattutto in quelli dove si curano i tumori. Non basta credere nel valore terapeutico dell'arte, per rendere possibile un miracolo del genere. Servono anche donatori di voce: cantanti di musica leggera, tenori, soprani, baritoni. Donatori di mani: pianisti, violinisti, violoncellisti, chitarristi.


Donatori di fiato: trombettisti, flautisti, sassofonisti. Il medico è un fenomeno nell'inseguirli. «Diretto a Bari per un congresso, noto che sull'aereo c'è Gino Paoli. Finito il decollo, lo raggiungo e mi presento. Non posso dire che mi abbia accarezzato con lo sguardo. Ho chiesto il suo indirizzo email. Un paio di mesi dopo era in ospedale, accompagnato da Danilo Rea al pianoforte. Un concerto di due ore, fantastico. Non so come sia potuto accadere».


Non s'è neppure capito in che modo abbia reclutato Andrea Bocelli, Giovanni Allevi, Fiorella Mannoia, Elio delle Storie tese, Paola Turci, Dolcenera, Premiata Forneria Marconi, Roberto Prosseda, Stefano Bollani, Martin Berkofsky, Andrea Lucchesini, Pavel Berman, Roberto Fabbriciani, Fabrizio Meloni, Alessandro Carbonare, Silvia Chiesa, Carlotta Nobile, Alessandro Mazzamuto, Susanna Rigacci. A volte, dietro un'amicizia che nasce, c'è un debito di riconoscenza.


 Se Renzo Arbore è venuto a suonare il clarinetto all'ospedale di Massa, magari dipende dal fatto che la sua ex compagna Mariangela Melato fu curata dal dottor Cantore in questo centro d'eccellenza per le terapie loco-regionali dei tumori del pancreas, del fegato e delle vie biliari e ottenne un'insperata proroga di vita, tre anni, un tempo sufficientemente lungo per potersi congedare dal suo pubblico nei teatri con Casa di bambola di Henrik Ibsen e Il dolore di Marguerite Duras.


I Donatori di musica esistono dal 2009. Oltre che a Massa, operano nelle divisioni oncologiche del San Camillo Forlanini di Roma e degli ospedali di Bolzano, Brescia, Sondrio, Vicenza e Saronno. Da gennaio si aggiungeranno l'oncologia pediatrica di Parma e il servizio d'igiene mentale di Conegliano Veneto. In cinque anni hanno tenuto oltre 200 concerti. «Significa che 8.000 pigiami sono stati riposti, almeno per qualche ora, negli armadi, perché i degenti non devono presentarsi all'appuntamento musicale con la divisa da malati: li vogliamo vestiti bene, belli, le signore acconciate e truccate, e pazienza se c'è ancora qualcuno che si dimentica d'indossare le scarpe e arriva con le ciabatte».


Non tutti possono diventare donatori di musica. Serve un talento che non s'insegna nei conservatori e non s'impara sui palcoscenici. Infatti per 143 artisti già iscritti all'associazione ve ne sono altri 150 in lista d'attesa. «Non basta che siano professionisti con un brillante curriculum: devono essere anche dotati di empatia. Se temono che qualcuno alla fine dell'esecuzione gli getti le braccia al collo, non fanno per noi».


Cantore è nato nel 1956. Abita a Mantova, ma solo un giorno la settimana. In realtà vive all'ospedale di Massa, dove nel suo reparto ha abolito il lei. S'è laureato 32 anni fa a Bologna, la città d'origine, conseguendo poi le specializzazioni in ematologia e oncologia. Di suo avrebbe fatto volentieri il cantautore, se non avesse avuto un padre medico internista, Aurelio, friulano di Palmanova, che lo distolse dalla chitarra per avviarlo alla scuola di un luminare delle malattie del sangue, il professor Sante Tura. Il resto è venuto di conseguenza: la corsia, una moglie pediatra (Antonella) e un figlio specializzando in otorinolaringoiatria (Stefano). Nei cinque anni in cui lavorò all'ospedale Sclavo di Siena sarebbe potuto diventare disegnatore satirico: le sue vignette, pubblicate dai giornali locali, suscitarono l'ammirazione di Emilio Giannelli, la matita più acuminata del Corriere della Sera, che allora lavorava per La Repubblica, tanto che poi fecero due mostre insieme.


Come nascono i Donatori di musica?
«Da un incontro. Nel 2007 venne qui per una visita Gian Andrea Lodovici, 46 anni, critico fiorentino, talent scout di pianisti, collaboratore di Radio 3, produttore di musica classica con cui tutte le grandi case discografiche, dalla Decca alla Sony, hanno avuto a che fare. Da tempo si sottoponeva a chemioterapie per un tumore allo stomaco. Insieme con i capelli, aveva perso ogni speranza. Non voleva più combattere. Aveva accettato di farsi visitare da me solo per accontentare la moglie Caterina, che pochi mesi prima gli aveva dato un figlio, Giorgio. Si aspettava che gli parlassi di chissà quali trattamenti più mirati. Invece gli domandai a bruciapelo: mi aiuta a organizzare qualche concerto nel mio reparto? I suoi occhi s'illuminarono: gli avevo dischiuso un orizzonte inatteso. E gli leggevo in volto un interrogativo: ma perché questo qui, che dovrebbe salvarmi la vita, chiede invece aiuto a me che ho il cancro? Ero riuscito a incuriosirlo».


Un malato grave non ha curiosità: vuol solo sentirsi dire che non morirà.
«Non Gian Andrea. Abbiamo vissuto otto mesi meravigliosi, gli ultimi della sua vita. Mangiando insieme, scrivendo, progettando, facendo le chemio. È venuto con me a Mantova, a Venezia. Ha voluto produrre il suo ultimo Cd, Uno strumento per oncologia, con le registrazioni dei concerti tenuti dai primi musicisti che aveva chiamato in ospedale. Il ricavato è servito all'acquisto e al restauro, eseguito a Berlino, di un Bechstein del 1930, poi affidato alle cure di Mauro Buccitti, l'accordatore apprezzato da Madonna, Elton John e Steve Wonder. Ora è uno dei tre pianoforti nella sala intitolata a Gian Andrea. Era il suo sogno: che la musica in ospedale non fosse un episodio, ma una presenza costante».

Uno strumento per oncologia, con le registrazioni dei concerti tenuti dai primi musicisti che aveva chiamato in ospedale. Il ricavato è servito all'acquisto e al restauro, eseguito a Berlino, di un Bechstein del 1930, poi affidato alle cure di Mauro Buccitti, l'accordatore apprezzato da Madonna, Elton John e Steve Wonder. Ora è uno dei tre pianoforti nella sala intitolata a Gian Andrea. Era il suo sogno: che la musica in ospedale non fosse un episodio, ma una presenza costante».


Qual è stato l'ultimo concerto che Lodovici l'ha aiutata a preparare?
«Ha chiamato il pianista Roberto Prosseda, il massimo interprete di Felix Mendelssohn, che ha suonato un inedito del musicista tedesco. Una pagina sconosciuta composta dall'autore della Marcia nuziale ed eseguita per la prima volta qui, fra i malati. Gian Andrea sapeva che non avrebbe fatto in tempo a vedere il Bechstein di ritorno dalla Germania e ha voluto il passaggio di testimone con Prosseda, oggi direttore artistico dei Donatori di musica. È stato impresario fino all'ultimo. Non poteva più alzarsi dal letto, ma la sua testa era libera. Ha persino avuto l'idea di allestire una sala di registrazione per i suoi dischi qui in ospedale. La creatività è morta dopo di lui, la speranza è morta dopo di lui».


E adesso?
«Quasi tutti i mercoledì c'è un concerto. Dura dalle 19 alle 19.50, per non affaticare troppo i degenti. Subito dopo c'è il buffet. Si cena tutti insieme con l'artista».

Perché i Donatori di musica sono arrivati solo in una decina di ospedali?
«Perché la maggior parte dei medici teme una presunta perdita di potere. I miei malati mi danno del tu, hanno il mio numero di cellulare, possono parlarmi in qualsiasi momento, vedono che aiuto a portare le sedie quando ci sono i concerti. Ma anche all'interno del mio team ci sono medici che non ce la fanno a togliersi il camice bianco. Per loro è una corazza».

Non vedo celebrità fra gli iscritti: i Muti, gli Abbado, i Pollini. Perché?
«Dovrebbe domandarlo a loro. Però siamo in trattative col violoncellista Mario Brunello».


Né vedo nomi storici della canzone italiana, i Gianni Morandi, i Ligabue, i Vasco Rossi, i Nomadi, i Pooh.
«Non sanno che cosa si perdono. Il violoncellista Enrico Dindo mi prega d'invitarlo almeno una volta l'anno: lo fa stare meglio. Idem il pianista Alberto Lupo, che in America è un dio. Suonare per i malati arricchisce prima di tutto gli artisti, perché devono interpretare la musica vera, la musica innamorata, per gente che siede a un metro da loro, che scruta il movimento delle mani, degli occhi, delle sopracciglia. Siamo molto esigenti, con gli artisti: chiediamo loro bravura, sensibilità e riserbo, niente turismo umanitario, né autopromozione o ritorno d'immagine. Abolito l'abbigliamento di funzione, che all'inizio vedeva i medici in camice bianco, i malati in pigiama e i concertisti in frac. Ogni performance dev'essere diversa dall'altra. In altre parole, unica. Molti alla fine mi confidano: “Non ho mai suonato così bene in vita mia!”».


Nessuno si sottrae all'invito?
«Tre o quattro rifiuti li abbiamo avuti. La delusione più cocente ce l'ha procurata Vinicio Capossela. Doveva venire a esibirsi prima di un concerto alla Spezia. Ha telefonato: “Scusate, sono in ritardo, però arrivo domani”. Mai visto».


In compenso l'esperimento è stato esportato negli Stati Uniti.
«Lo dobbiamo a Martin Berkofsky, il pianista che fece avere a Prosseda l'inedito di Mendelssohn. Vent'anni fa è guarito da un tumore alla prostata. Per riconoscenza, è venuto a tenere concerti per noi a Carrara, Brescia, Saronno, Bolzano. E io sono andato a presentare i Donatori di musica al Cancer treatment center of America di Tulsa, nell'Oklahoma, dove Martin viene seguito per un secondo tumore che lo ha colpito all'esofago».


Come reagiscono i Vip a una diagnosi di cancro?
«I tempi di elaborazione dello shock sono molto più lunghi. Vale anche per i medici. Ho avuto in cura 55 colleghi e 7 ordinari di università per tumori del pancreas e delle vie biliari. Un cattedratico pretendeva che lo chiamassi “geometra”, quasi che per un medico fosse una colpa imperdonabile ammalarsi. In lui prevaleva il concetto di delega: “Mi fido di te, pensaci tu, non dirmi nulla”. Un ordinario di ematologia del Centrosud voleva essere informato sui farmaci, sulle metodiche di cura, e mai sulla prognosi. Invece un suo collega marchigiano chiedeva dettagli sui numeri, sui fattori prognostico-predittivi, e nulla sul trattamento».


Complicato assisterli.
«Nei primi 10 secondi devi decidere quale linguaggio adottare di lì in avanti. Con Lodovici ho capito che era importante parlare di musica e non di cancro. Con un siciliano che piangeva a dirotto dopo una diagnosi infausta ho visto dispiegarsi la straordinaria bravura di Andrea Mambrini, oncologo che sta con me da vent'anni, col quale condivido tutto, dalla città di residenza, Mantova, alla conduzione dei Donatori di musica».


Che ha fatto?
«L'infermiera non sapeva come calmare il paziente. Mambrini è andato al suo capezzale e gli ha chiesto: “Sei di Aci Trezza?”. E quello: “Nooo”, e giù lacrime. “Conosci Aci Catena?”. “Sììì”, e giù lacrime. “Ma preferisci il mare di Acireale o di Aci Castello?”. Al che il siciliano ha smesso di singhiozzare e ha chiesto al medico: “Dottore, ma lei è siciliano?”. Risposta di Mambrini: “No, socio Aci”. Una battuta ha rotto il muro del pianto. È così per ogni singolo malato: bisogna trovare la feritoia da cui passare».


Non saprei da che parte cominciare.
«Il paziente oncologico s'attacca al passato e teme il presente. Perciò va forzato a coltivare la speranza nel futuro: questo Natale farai... l'estate prossima andrai...».


E se diagnosticassero un tumore a lei?
«Mai abbandonerei l'ottimismo. Il 70-80 per cento delle neoplasie oggi può essere curato. In Italia abbiamo 3 milioni di lungoviventi, anzi guariti, o cronicizzati, li chiami come vuole. Il concetto di malattia è insito nella condizione umana. Non ho il tumore, però posso sviluppare un'insufficienza valvolare. Allora perché il cancro dev'essere innominabile e la malattia cardiaca no?».


Solo la musica è terapeutica? Uno show di Fiorello non serve?
«Anche. Qualsiasi attività emozionale fa bene. E infatti abbiamo invitato gli scrittori Moni Ovadia e Maurizio Maggiani. Perché non viene lei a parlarci delle sue interviste? L'importante è che la relazione vera col malato poi duri. L'ho riassunta in un pensiero: tutti i giorni dopo. Se finisse col concerto, sarebbe la morte dei Donatori di musica».
(676. Continua)


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