Il vescovo Liu Guandong, l'ultimo irriducibile

di Marco Respinti12-11-2013 lanuovabq.it

 

È morto il 28 ottobre, ma la notizia è trapelata giorni dopo. Monsignor Pietro Liu Guandong, vescovo di Yixian (Hebei), in Cina, è stato sepolto dai suoi fedeli in tutta fretta e nel segreto, proprio come accadde a Gesù


 

. Altrimenti il presule non avrebbe potuto essere tumulato con le insegne di successore degli apostoli. Mons. Liu Guandong, infatti, era un vescovo di quelli che in gergo vengono definiti "sotterranei". Quelli cioè che non appartengono alla para-Chiesa scismatica appositamente creata dal regime comunista di Pechino per confondere i fedeli e separarli da Roma, e definita beffardamente "Associazione patriottica cattolica cinese".


Di questa comunità staccata dal Papa il governo controlla infatti ogni mossa, e se può la determina.


Sceglie, decide, agisce, e nomina vescovi graditi, ossequiosi, possibilmente spioni. Ma Roma le si è sempre opposta, con fermezza e con carità. La Santa Sede ha sempre infatti avuto ben presente il fatto che se da un lato la Chiesa "patriottica" configura certamente uno scisma inaccettabile, dall'altro non automatico che i suoi fedeli siano sempre e solo spie al soldo del governo. Soprattutto a decenni dalla sua creazione - avvenuta nel 1957 a opera dell'Ufficio affari religiosi della repubblica Popolare Cinese e per volere preciso del despota sanguinario Mao Tse-tung (1893- 1976), la "Chiesa patriottica" è per forza di cose una comunità reale con cui fare i conti, ma soprattutto dove fare apostolato.


Al contempo, la Chiesa universale non ha mai però dimenticato la "Chiesa del silenzio", quella costretta a nascondersi nelle catacombe, quella perseguitata duramente, l'unica vera Chiesa Cattolica in Cina. Né ha dimenticato i suoi eroi e i suo martiri, la sua gerarchia e i suoi fedeli, quelli che oggi vengono valutati nella non certo irrisoria cifra di 16 milioni di persone.


Mons. Liu Guandong è scomparso alla veneranda età di 94 anni.


Campione della vera libertà e simbolo della resistenza serena alla tracotanza del regime, il carcere se lo era guadagnato così, e più volte. La prima volta finì in cella nel 1955 per due anni "soltanto"; ben più lunga e gravosa è stata la seconda incarcerazione, durata dal 1958 al 1981, un'eternità. Motivo? Sempre lo stesso. Il rifiuto netto di aderire all'"Associazione patriottica", di rompere con Roma e di piegarsi al regime. La terza volta mons. Liu Guandong è finito dietro le sbarre nel 1989 per avere riunito segretamente tutti i vescovi "sotterranei" del Paese allo scopo di istituire una Conferenza episcopale cinese fedele al Papa. Oltre a lui, del resto, in breve tempo sono finiti in carcere uno dopo l'altro tutti i membri di quell'assemblea clandestina.


Uscito finalmente nel 1992, per cinque anni il governo ha tenuto il vescovo sotto stretta osservanza fino a che lui non è riuscito dileguarsi nel nulla, beffando gli aguzzini.


Da allora, era il 1997, ha vissuto ma soprattutto operato in clandestinità. Sedici anni alla macchia senza lasciare tracce, senza sbagliare una mossa, senza vacillare un secondo. Sembra un romanzo d'appendice dell'Ottocento, magari del genere cappa e spada, ma è la verità vera degli anni che stiamo vivendo. Anni in cui sono ancora e sempre possibili cose così: persecuzioni così, resistenze così, storie così in un Paese, la Cina, che purtroppo molti, troppi vorrebbero oramai "civilizzato", post-ideologico, persino non più comunista; un Paese con cui si fanno disinvoltamente affari, si firmano trattati, si versano denari strategici per la sopravvivenza del regime al crollo storico del marxismo-leninismo, per esempio organizzandovi le Olimpiadi.


Alla fine Mons. Liu Guandong è stato stroncato dai postumi di un ictus, ma la sua appassionante avventura di fede e di coraggio resta a testimonianza e a monito. La situazione in cui versa la Cina ancora oggi è enormemente grave, soprattutto perché il suo problema sembra essere stato completamente rimosso dalla coscienza dei più


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